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 2006  dicembre 12 Martedì calendario

Franco Zeffirelli, Autobiografia, Mondadori, 2006, 533 pagine, 23 euro. Immortalità. "Nel corso della mia vita mi sono trovato di fronte alla morte almeno tre volte: un bombardamento, un plotone d’esecuzione, un incidente d’auto

Franco Zeffirelli, Autobiografia, Mondadori, 2006, 533 pagine, 23 euro. Immortalità. "Nel corso della mia vita mi sono trovato di fronte alla morte almeno tre volte: un bombardamento, un plotone d’esecuzione, un incidente d’auto. Quindi, non deve sorprendere che creda fermamente in Dio e che abbia un attaccamento superstizioso all’idea di destino. Malgrado sia evidente cha alla vita succede la morte, faccio fatica ad accettare il fatto che un giorno morirò: come la maggior parte degli uomini accarezzo la vaga speranza di una sorta d’immortalità, e mi comporto di conseguenza. Così l’idea di raccontare la mia vita come se fosse finita e compiuta continua a sembrarmi un po’ assurda". N.N. Registrato all’anagrafe di Firenze come N.N. (Nescio Nomen), figlio di ignoti, nel 1923. Alla data di nascita (non dichiarata volentieri dal regista), si risale comunque attraverso la data di morte della madre, 8 maggio 1929, quando il medesimo aveva sei anni. Nessun altro si chiama Zeffirelli. Essendo i figli illegittimi chiamati con un cognome che iniziasse per la lettera dell’alfabeto imposta dall’anagrafe (che cambiava ogni giorno), la madre si ispirò al verso "zeffiretti gentili", dall’aria dell’Idomeneo, ma per errore fu trascritto ”Zeffirelli”. Nasce dalla relazione illegittima tra Ottorino Corsi e Alaide Garosi. Ottorino. Ottorino Corsi (tra le famiglie più ricche di Vinci), era erede universale della nonna, contessa Bracci, che rimasta vedova, aveva diseredato l’unico figlio, Olinto. Quest’ultimo (personaggio stravagante che mangiava solo la pelle del pollo, buttando il resto), si era messo in testa di diventare direttore d’orchestra, e per fare prima, chiamò un’intera banda musicale da Corato (in Puglia), cinquanta suonatori con famiglia al seguito, accumulando debiti che lo avrebbero mandato in prigione, se il figlio Ottorino, diventato maggiorenne nel frattempo, non li avesse estinti (Zeffirelli glielo avrebbe rimproverato, ottenendo in risposta: "Pensa piuttosto a crearti una strada per conto tuo, come io ho fatto la mia"). Rimasto impossidente, ma bello e donnaiolo, Ottorino mise incinta e sposò una Corinna del paese, e si fece prestare dai genitori di lei i soldi per fare il rappresentante di tessuti. La sua fortuna fu rompersi la spina dorsale cadendo da cavallo nel 1913, non partire per il fronte e ottenere un appalto di forniture militari. Mentre gli altri erano al fronte lui consolava le mogli. ("Non saprò mai in realtà quanti fratellastri e sorellastre mio padre seminò per Firenze e dintorni in quegli anni, dal ”15 al ”18"). Alaide. Diventato fornitore di tessuti pregiati Ottorino Corsi un giorno contattò come cliente una sarta molto nota a Firenze, Alaide Garosi (di anni 39, tre figli, sposata con un avvocato affetto da tubercolosi), e ingravidò anche lei. L’Alaide sperava che il Duce introducesse il divorzio e non ci pensò nemmeno ad abortire, nemmeno il giorno in cui la madre le portò apposta in casa una levatrice, e quando morì il marito, si presentò al funerale col pancione. Franco Zeffirelli nacque (padre e madre stapparono uno champagne perché era nato maschio), e per due anni fu affidato a una balia in campagna, Ersilia Innocenti. Ma intanto gli affari nell’atelier andavano male (causa lo scandalo), la relazione con Ottorino pure (aveva scoperto di essere una fra le tante), e l’Alaide si ammalò (di notte piangeva e prendeva pillole per dormire). Passò l’ultimo inverno col figlio Franco e la figlia Adriana a casa di quest’ultima, che aveva appena perso il marito morto anche lui di tubercolosi. "Furono mesi tristissimi quell’inverno. La casa era gelida. Non c’era il riscaldamento. I soldi erano finiti e solo l’Adriana, quando poteva, dava qualcosa alla mamma che era nell’indigenza assoluta". Zia. Morta l’Alaide, di Franco si prese cura una cugina del padre, zia Lide, Alaide Becattini (che a sua volta viveva con un uomo sposato con due figli già grandi, zio Gustavo). Il padre si faceva vivo il sabato con una moneta da cinque lire, con sopra impressa un’aquila, e Franco aspettava quel giorno come il ”giorno dell’Aquilotto” (ma preferiva le visite di nonno Olinto, che canticchiando opere e sinfonie, gli trasmise la sua passione per la musica). Mamme. "Avevo avuto tre madri: la mia vera mamma, poi Ersilia, la balia, e ora Lide, la zia. Ogni volta avevo dato tutto il cuore a una di queste donne, ed ero poi stato costretto a riprenderlo, per offrirlo a un’altra… Ancora oggi, a ogni offerta di affetto provo lo stesso impaccio che mi dava quando ero bambino. Continuo a cercare l’amore, e sicuramente lo cercherò finché vivrò, ma, anche quando lo trovo, di rado riesco ad abbandonarmi o a convincermi che durerà". Teatro. "Ho sempre sentito fortemente che le mie radici affondano nella campagna toscana". Con più precisione a Borselli, dove Franco Zeffirelli andava in vacanza d’estate, sempre affidato alle cure della balia Ersilia (e la per prima cosa si levava le scarpe). Lì scoprì anche il teatro, grazie ai cantastorie che si raccoglievano intorno al fuoco la sera: "Niente a teatro è mai riuscito a colpirmi più delle fantasie di quei poveracci… Me ne meraviglio ancora: niente radio, niente televisione, solo dei semplici cantastorie, diretti discendenti del mondo di Boccaccio, Da Porto e Bandello". Quando tornava a Firenze si fabbricava teatrini con le sue stesse mani, finché zio Gustavo, non gli fece il regalo più gradito di tutta la sua vita, "un teatrino con tanti burattini con cui lui aveva giocato da bambino". Partigiano. Il suo talento nel disegno è assecondato nel 1938, con l’iscrizione al liceo artistico, a cui segue la Facoltà di Architettura. Proprio per motivi di studio non è chiamato alle armi nella Seconda guerra mondiale, ma nel ”43, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, si unisce ai partigiani, e per poco non è ammazzato durante un controllo da un fascista, che lo risparmia quando viene a sapere che si tratta di un fratellastro, anche lui figlio di Ottorino Corsi. Visconti. Al ritorno a Firenze, a guerra finita, riprende senza convinzione Architettura (è al secondo anno), ma poi frequenta l’Accademia delle Belle Art e per arrotondare lavora come assistente durante l’allestimento della scenografia de La via del tabacco, di Erskine Caldwell, diretto da Luchino Visconti. Spiando le prove da un balconcino, scopre che il regista non riesce a trovare l’attrice per il ruolo di una vecchia pazza, e gliela va a trovare in un ospizio, guadagnandosi un’audizione. Fazzoletti. Zeffirelli sceglie di recitare il monologo di Macduff, dal Macbeth, e alla fine Visconti gli dà un buffetto sulla guancia, "leggero come una fugace carezza" ("Bene, bravo, continua così"), e fa per andarsene, quando sfila dal taschino il fazzoletto imbevuto di un profumo intenso. A domanda di Zeffirelli, Visconti risponde: "Hammam Bouquet, lo fanno in Inghilterra, ti piace? Te ne manderò una bottiglia". "Passò il fazzoletto sotto le narici, col gesto di un innamorato. Sentii che gli avrebbe dato piacere restare a parlare con me. Ma mi disse soltanto: ”Un giorno mi racconterai la tua storia”. E si avviò. Sulla porta si voltò di nuovo. ”Ti farò sapere; Lascia il tuo indirizzo”. E scomparve". Sesso. Quando Zeffirelli era bambino il sesso era un argomento tabù, ma lui lo vedeva fare spesso. Nel periodo in cui i suoi genitori si frequentavano ricorda che, invece di dormire nel lettone con sua madre, quando veniva il padre, doveva coricarsi in un lettino accanto, ma poi era risvegliato da gemiti e grida e vedeva suo padre aggredire la madre, e lei, che invece di difendersi, gli si avvinghiava con piacere: "Quando lui a notte alta se ne andava, mia madre mi prendeva in braccio e mi portava amorosamente nel suo letto. La sentivo rilassata, calda e felice, e mi addormentavo tra le sue braccia cullato dai battiti del suo cuore". Il padre si impresse nella sua memoria come la figura dell’aggressore: "Temevo quasi che potesse aggredire anche me, come l’avevo visto fare con lei. Freud spiega assai meglio come avvengono le nostre scelte sessuali, che hanno radici nelle prime esperienze dell’infanzia". A casa di zia Lide, poi, praticò un buco nella porta della sua camera da letto per spiarla mentre faceva il ”pisolino” con zio Gustavo. Lui stesso subì la molestia di un frate che andava sempre a trovare in convento nella sua cella, finché un giorno non fu abbracciato da dietro e sentì qualcosa di caldo e duro premere contro il suo corpo. La prima masturbazione gli riuscì nell’estate del 1936, mentre ascoltava alla radio la notizia della morte di Pirandello. La prima volta, invece, lo fece a sedici anni con la madre di una ragazza con cui flirtava, ma non gli piacque così tanto: "La femmina per me era la madre. Era difficile che potesse diventare un’amante… A quel punto, però cominciai a interrogarmi su tutte le possibilità del sesso: attivo o passivo, identificazione con la propria madre o col proprio padre". Seguirono molte esperienze omosessuali, e quando Luchino Visconti mostra un interessamento per lui, non è una novità: "Scoprimmo di avere in comune una straordinaria mitizzazione delle nostre madri. Anche lui era innamorato e assolutamente posseduto dal ricordo della sua. Non aveva avuto un’infanzia molto facile, per il conflitto fra i suoi genitori che costantemente e scandalosamente si tradivano". Muratori. Qualche tempo dopo l’audizione Visconti scrive a Zeffirelli per offrirgli una parte in Delitto e castigo, adattamento di Gaston Baty dal romanzo di Dostoevskij, che andrà in scena nella stagione successiva. L’interpretazione di un piccolo ruolo (uno dei due muratori che restaurano la stanza dove Raskol’nikov uccide le due donne), gli permette di assistere alle prove di grandi attori, tra cui Rina Morelli, Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Memo Benassi, Tatjana Pavlova. Scadimenti. Confrontando la regia degli ultimi cinquant’anni con quella di Luchino Visconti, Zeffirelli riscontra un’"innaturale mutazione dell’arte del recitare", e ne attribuisce la responsabilità a Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Giorgio De Lullo e Gabriele Lavia: "Cos’avevano in comune questi quattro attori? … Quando erano attori recitavano egregiamente, se invece erano loro a dirigere, cioè se diventavano registi, costringevano perversamente i loro attori a recitare male, inventando una tecnica di accenti, enfasi, ritmi, scadimenti, sillabazioni, virgole e punti (esclamativi o interrogativi) assolutamente arbitrari. Insomma, la negazione e il ripudio di ogni regola professionale".