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 2006  dicembre 10 Domenica calendario

Io consigliere-amico di due presidenti. La Stampa 10 dicembre 2006. Gaetano Gifuni è il Segretario generale onorario della Presidenza della Repubblica: lavora in un confortevole ufficio, che si trova nel Palazzo S

Io consigliere-amico di due presidenti. La Stampa 10 dicembre 2006. Gaetano Gifuni è il Segretario generale onorario della Presidenza della Repubblica: lavora in un confortevole ufficio, che si trova nel Palazzo S. Andrea, che fu sede del Ministero della Real Casa, proprio di fronte alla Manica Lunga del Quirinale. Lui - come recita il decreto di nomina dell’allora Presidente Ciampi - è tenuto «a prestare gratuitamente la propria consulenza al presidente della Repubblica, ove questi gliene faccia richiesta». Nel suo studio ci sono, sotto cornice d’argento, le fotografie dei Presidenti emeriti della Repubblica Leone, Cossiga e Scalfaro e di ex presidenti del Senato, da Spagnolli a Fanfani e a Spadolini. Gifuni ha sempre di fronte a sé le fotografie di tre suoi predecessori, che considera suoi maestri: Ferdinando Carbone e Nicola Picella e Franco Bezzi. Lei è stato per 17 anni dal ’75 al ’92 Segretario generale del Senato. Chissà quanti ricordi... «Sì. In particolare ricordo quella terribile mattina del 16 marzo 1978, quando, appena giunto all’ingresso di Palazzo Madama, mi feci incontro al presidente Fanfani per dargli la notizia, appena giunta via radio, del rapimento di Aldo Moro. Ricordo poi che, mentre si recava al funerale privato di Moro, a Turrita Tiberina, nell’ascensore scoppiò in un pianto dirotto, mentre io cercavo di rincuorarlo» Fanfani la nominò anche ministro per i Rapporti con il Parlamento. Come andò? «Era l’aprile dell’87, e quello era il terzo e ultimo tentativo operato da Cossiga per risolvere la crisi, che durava ormai da circa due mesi dopo la caduta del governo Craxi. Il tentativo di Fanfani veniva dopo quelli non riusciti, svolti dalla mai abbastanza rimpianta Nilde Iotti, presidente della Camera, e da Oscar Luigi Scàlfaro, allora ministro dell’Interno». Perché non continuò a fare politica? «Ho ritenuto e ritengo che i cosiddetti "grand commis d’état", soprattutto se al servizio degli organi costituzionali, debbano certamente rimanere fedeli ai propri ideali civili e politici, ma, al tempo stesso, non soltanto essere, ma anche "apparire" assolutamente indipendenti dalle forze politiche. Non a caso, allorché risultai vincitore del concorso per l’ingresso nel Senato, ritenni deontologicamente corretto recarmi nella storica sede del partito Liberale in Via Frattina 89, per restituire all’allora presidente del partito, Raffaele De Caro, la tessera che avevo avuta fin dalla maggiore età». Lei era di scuola liberale... «Ho appreso quei valori da mio padre e poi sono rimasto sempre fedele a quell’ideale. Mio padre, allievo di Benedetto Croce e Giustino Fortunato, è stato un esponente di quella borghesia intellettuale del Mezzogiorno che ha offerto alla vita pubblica personalità di grande spessore». Come iniziò la sua carriera? «Subito dopo la laurea in giurisprudenza vinsi il concorso per un posto da funzionario in Confindustria. Ma fu un altro concorso a segnare tutta la mia vita: quello per 5 posti di funzionario del Senato, che vinsi nell’ormai lontano 1958. Ho trascorso circa 30 anni della mia vita lavorativa nell’aula di Palazzo Madama». Poi venne la stagione del Quirinale: fu un grande cambiamento? «Certamente, ma ho vissuto questo passaggio nel segno della continuità, in quanto ritengo prezioso, e direi quasi indispensabile, per chi assume l’alto incarico di Segretariato generale del Quirinale, una precedente, solida, esperienza di funzionario parlamentare, che insegna a mantenere corrette relazioni tra gli organi costituzionali. Esempi preclari sono stati Ferdinando Carbone, Nicola Picella, e Franco Bezzi, questi ultimi due già segretari generali del Senato e Antonio Maccanico, già Segretario generale della Camera dei deputati». Che cosa fa il segretario generale del Quirinale? «Si può riassumere in poche parole: "Consigliere costituzionale del Capo dello Stato". Egli deve dimostrare limpida lealtà nei confronti del Presidente della Repubblica». Come andò con Scalfaro? «Un’esperienza assai positiva. Con lui avevo già avuto rapporti sia nella pur breve esperienza governativa nell’87 (Scalfaro era allora ministro dell’Interno), sia nelle indispensabili relazioni tra il Senato e la Camera, della quale Scalfaro è stato per lunghi anni Vicepresidente e, quindi, Presidente; trattavamo insieme le questioni comuni ai senatori e ai deputati, nonché gli affari riguardanti il personale delle due Camere». E gli anni di Ciampi? «Il rapporto con il Presidente Ciampi si è nutrito, fin dall’inizio, di un antico rapporto di amicizia e, da parte mia, di profonda stima e di ammirata considerazione nei suoi confronti. Non avevamo, tuttavia, avuto prima occasione di lavorare insieme: le nostre esperienze professionali erano state diverse, la sua alla Banca d’Italia, la mia in Parlamento. Avevo però avuto modo di intessere con lui rapporti istituzionali, allorché fu chiamato dal Presidente Scalfaro ad assumere la presidenza del Consiglio nel 1993 e, successivamente, negli anni in cui è stato ministro del Tesoro nei governi Prodi, D’Alema e Amato. Ho, come molti, un ricordo assai positivo del governo Ciampi, che seppe incanalare i mutamenti conseguenti a Tangentopoli e al referendum sulla legge elettorale nel più rigoroso alveo costituzionale. Non a caso egli chiamò a far parte del suo governo insigni giuristi quali i compianti Paolo Barile e Livio Paladin e, inoltre, Leopoldo Elia e Giovanni Conso, già presidenti della Corte Costituzionale, Sabino Cassese e Franco Gallo attualmente giudici costituzionali». Ciampi è stato un Presidente estremamente popolare che ha fatto molti viaggi. «Il settennato Ciampi è stato connotato, innanzitutto, dal più rigoroso rispetto della Costituzione; egli ha avuto il merito di aver fatto emergere sentimenti che erano rimasti sopiti nell’animo dei cittadini, quali i valori della Patria e dell’unità della Nazione e, infine, la fede nel futuro dell’Unione Europea. Non a caso a Carlo Azeglio Ciampi è stato assegnato il premio intitolato ad Alcide De Gasperi, che viene conferito ai cosiddetti "costruttori dell’Europa". Altra importante connotazione della sua Presidenza è stata quella aver saputo stabilire un rapporto diretto e schietto con la gente, cosa difficilmente prevedibile se si pensa che nel suo lungo servizio allo Stato, tranne la parentesi governativa, non aveva avuto trascorsi politico-parlamentari che lo mettessero a contatto con i cittadini; tutti ricordano che il governatorato di Ciampi, durato 14 anni, è stato contrassegnato dal più assoluto riserbo e dalla più rigorosa indipendenza; in quegli anni il Governatore della Banca d’Italia parlava in pubblico soltanto una volta all’anno, il 31 maggio, per illustrare all’assemblea dei partecipanti le cosiddette "considerazioni finali" della relazione annuale». Ciampi ha avuto un rapporto molto stretto con Papa Giovanni Paolo II. Conserva qualche ricordo? «Certamente. Per esempio l’indimenticabile giornata mondiale della gioventù del 15 agosto del 2000, quando Ciampi interruppe le sue vacanze per incontrare Giovanni Paolo II nella grande spianata di Tor Vergata: quando furono vicini, i due si guardarono negli occhi e, al di là di qualsiasi protocollo, si abbracciarono istintivamente. Ricordo, altresì, i numerosi inviti rivolti dal Santo Padre al Presidente e Donna Franca alle sue privatissime colazioni; in tali occasioni Carlo e Franca Ciampi uscivano dal Quirinale senza scorta e entravano nel Vaticano da Porta Angelica. C’è stata certamente una forte intensità di rapporti tra il Presidente "laico" Ciampi e il Capo della Chiesa cattolica. In occasione della visita ufficiale del Papa al Quirinale, i due si affacciarono alla loggia e Ciampi fece notare al Pontefice che avevano di fronte San Pietro, mirabile esempio - disse Ciampi - di una corretta convivenza nella stessa città di due Stati - l’Italia e la Chiesa cattolica - "ciascuno - secondo il dettato costituzionale - nel proprio ordine indipendente e sovrano». Dunque è stato un periodo molto felice per lei il settennato di Ciampi? «Sì, un periodo molto felice e molto importante. Ma vorrei aggiungere che tra i ricordi migliori dei due settennati vi è quello del rapporto speciale che si è stabilito tra me e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, al quale già mi legava un’antica consuetudine di rapporti». Ora al Quirinale c’è Giorgio Napolitano. «Ho sempre avuto un rapporto molto positivo con lui. Ricordo con orgoglio di essermi recato nella sua abitazione privata per consegnargli - come vuole la consuetudine - la copia del decreto di nomina a senatore a vita. Siamo stati spesso assai vicini negli anni passati e gli sono davvero molto grato di avermi invitato, il giorno dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica, a proseguire nel mio lavoro di Segretario generale del Quirinale, invito che mi spiacque di non poter accogliere, in quanto, fin dallo scorso anno, avevo deciso di lasciare il Quirinale dopo 14 anni di gravoso impegno ed anche per non apparire "inamovibile". Ma, come ho detto all’inizio, sono qui pronto ad offrire al Presidente Napolitano tutto il frutto della mia lunga esperienza ogni volta che egli riterrà di farmene richiesta». Alain Elkann