Rocco Cotroneoo., Corriere della Sera 11/12/2006, 11 dicembre 2006
RIO DE JANEIRO
Gli occhiali scuri, lo sguardo torvo sopra i baffetti ben curati, la postura orgogliosa se n’erano già andati da tempo. Invecchiato, messo alle corde dalla giustizia, Augusto Pinochet appariva in pubblico di rado, nonnetto dallo sguardo innocuo e la mente annebbiata, come i suoi medici e avvocati insistevano opportunamente nel raffigurarlo. Un’uscita di scena a 91 anni, in libertà, senza condanne definitive, con un certo numero di nostalgici a piangerlo, resta comunque un’anomalia per un dittatore.
Pinochet è morto ieri pomeriggio – un secondo infarto in pochi giorni gli è stato fatale – dividendo il Cile fino all’ultimo. All’annuncio del ricovero, la settimana scorsa, in tanti avevano pensato all’ennesimo malore diplomatico per ottenere il rinvio di un interrogatorio o la libertà provvisoria, come spesso è successo negli ultimi anni. Mentre alcune decine di nostalgici, soprattutto donne di mezza età, si erano radunati davanti all’ospedale militare per pregare.
Ieri, al momento della notizia, la ferita storica del Cile si è riaperta. Una folla si è subito riunita nella centrale Piazza Italia, gridando slogan di felicità per la scomparsa del militare che ha mandato a morte oltre 3.000 cileni. Davanti al palazzo presidenziale della Moneda un migliaio di manifestanti in festa si sono scontrati con la polizia, che ha tentato di fermarli con cannoni ad acqua e lacrimogeni. I dimostranti hanno risposto lanciando pietre e bottiglie. Davanti all’ospedale, invece, si è pianto. Nel palazzo delle forze armate la bandiera era a mezz’asta, in quello presidenziale eretta al suo posto. E non è finita. C’è la questione del funerale. La famiglia avrebbe voluto una cerimonia di Stato, il governo di Michelle Bachelet è contrario, come la maggioranza dei cileni, e ha concesso solo gli onori militari alle esequie. L’imbarazzo percorre le diplomazie nel mondo. C’è chi tace, chi prende atto e chi non ha cambiato idea, come Margaret Thatcher, che manifesta «profondo dolore» per la scomparsa dell’amico, l’uomo che ha rivendicato fino all’ultimo di aver salvato l’America Latina dal comunismo.
Vero è che Pinochet non è stato un tiranno qualunque. Iniziata l’11 settembre del 1973, la dittatura dei militari doveva essere breve e collegiale. Invece è stata dominata da un solo uomo ed è durata fino al ’90. Pinochet non è stato travolto: se n’è tornato dopo aver perso un referendum che lui stesso aveva concesso. Ma è stato soprattutto l’inizio del suo potere, divenuto il golpe per antonomasia, a far conoscere ovunque un Paese di pochi milioni di abitanti.
Per una serie di circostanze, Pinochet diventa icona dei tiranni latinoamericani senza essere stato né il più sanguinario, né il più inetto. Abbatte un uomo, il socialista Salvador Allende, che si suicida per non cedere e diventa un eroe della sinistra mondiale. Il Cile è travolto da un’ondata di repressione rapida e crudele. Musicisti, scrittori e artisti – quelli che riescono a fuggire – portano la voce della tragedia all’estero. Il coinvolgimento della Cia, comprovato decenni dopo, è subito evidente.
Tutto questo Pinochet non poteva immaginarlo quando, con una certa riluttanza, si mise alla guida del golpe. Era nato a Valparaíso nel 1915 e la sua formazione era stata impostata al conservatorismo religioso e all’educazione militare. A 18 anni è già in accademia, a 25 nella scuola militare. Una biografia che non rivela particolari capacità di leadership. Forse è anche per questo che quando Salvador Allende lo nomina comandante dell’Esercito, appena 18 giorni prima del golpe, immagina di tamponare con una figura grigia le tendenze più estreme delle forze armate. Poi, per non essere scavalcato, Pinochet accetta di guidare l’assalto finale alla Moneda. Nei primi mesi del governo militare, i più tragici, il generale scala il potere dentro le forze armate e chiude i giochi nella junta.
Nel dicembre del 1974 il golpe è istituzionalizzato con la sua nomina a presidente della Repubblica, carica riconfermata nel 1981 per altri otto anni. Pinochet ordina il ribaltamento delle politiche economiche e sociali del governo di Unidad Popular. Nella furia restauratrice, i militari chiamano un gruppo di giovani freschi di studi, che si ispiravano alle dottrine di Milton Friedman. Il Cile diventa il laboratorio delle idee dei cosiddetti Chicago boys. Fatte le debite differenze, è un laboratorio alla Mengele, dove esiste la rara possibilità di non preoccuparsi per gli effetti sulle cavie. Senza partiti, sindacati e autorità di controllo, le misure teoriche vengono applicate integralmente.
Dopo aver riscritto la Costituzione, il generale è convinto di poter superare la prova delle urne. Ma i cileni lo bocciano. Nel 1989 eleggono Patricio Aylwin come presidente. Pinochet si ritaglia intanto un’amnistia per sé e i militari e resta alla guida dell’esercito, oltre che senatore a vita. Per tutti gli anni 90 il Cile è una democrazia zoppa e Pinochet lavora tranquillo al suo posto nella Storia. Poi, durante un viaggio all’estero, avviene l’impensabile.
A Londra nell’ottobre ’98 Pinochet è arrestato per ordine del giudice spagnolo Baltasar Garzón. Il governo britannico lo rimanda in Cile un anno e mezzo dopo, alla fine di una lunga querelle che tocca aspetti inediti del diritto internazionale. La vicenda fa saltare il tappo dell’impunità anche in Cile. I giudici di Santiago avviano una raffica di procedimenti, riescono a far perdere a Pinochet l’immunità di senatore a vita, più volte lo arrestano (a domicilio), lo interrogano. I milioni di dollari intestati a Pinochet in banche americane, probabilmente frutto di mazzette quando era al potere, hanno poi chiuso definitivamente la questione del giudizio storico.