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 2006  dicembre 08 Venerdì calendario

La FAbbrica non perdona "Guglielmo, di’ la verità". La Stampa, venerdì 8 dicembre La bonaccia si rompe quando Epifani attacca sul Tfr

La FAbbrica non perdona "Guglielmo, di’ la verità". La Stampa, venerdì 8 dicembre La bonaccia si rompe quando Epifani attacca sul Tfr. Fino a quel momento l’assemblea sulla finanziaria alle Carrozzerie di Mirafiori, evento storico perché erano 26 anni che i tre leader non entravano insieme in uno stabilimento Fiat, era filata via liscia, un po’ piatta, un po’ moscia, duemila operai e un gruppetto di impiegati in silenzio, diffidenti, più scettici che animosi, più sfiduciati che incazzati. Ma quando Epifani, con il suo linguaggio tecnico che non è fatto per accendere scintille, spiega perché sul Tfr sia sbagliato parlare di «scippo», una voce si leva, chiara e squillante dal piccolo mare di pile blu e magliette azzurre, di bandiere rosse e di stendardi verdi: «Se mancano i soldi, chi paga?». Il segretario Cgil alza la testa: «L’Inps» risponde. «E se i soldi non li ha?». Epifani: «Sull’Inps c’è la garanzia dello Stato». Qui parte una bordata di fischi, tanto inattesa quanto sferzante. Come se Stato valesse bancarotta. «Non scherziamo», si arrangia il leader. Ma il dissenso si propaga: «Toccate i soldi vostri non quelli degli altri. Vogliamo il referendum!». «Ma smettila», si grida. E’ il clima giusto per tornare al passato, con l’intervento dell’operaio Vincenzo Tripodi, degli enti centrali, che mena sciabolate contro il suo stesso sindacato, nella miglior tradizione delle assemblee di fabbrica: «Non abbiamo nessun governo amico», e poi: «Guglielmo, questa non può essere e non è la finanziaria dei lavoratori». Di conseguenza: «Non capisco più la Cgil». Quindi spara anche sul management: «Se vi fanno venire qui sei giorni la settimana vi tolgono della vita». Poi di nuovo contro il sindacato: «L’orario di lavoro non deve essere merce di scambio coi padroni». Ogni volta: «Bravo!», applausi, ovazioni e invece bordate di fischi per il dirigenti sindacali. Barlumi di operaismo in cui Mirafiori si conferma Mirafiori: il colosso tecnologico e poroduttivo, il simbolo dell’Italia industriale, il tempio della cultura di fabbrica, in cui da sessant’anni si gioca il conflitto fra capitale e lavoro e si mastica il pane duro della contestazione. Con l’assemblea improvvisamente divisa e vociante, fra chi sta dalla parte del sindacato e cerca di ragionarci con gli operai vicini e chi urla perfino che era meglio con il Cavalier Berlusconi. Niente a che vedere però con Mirafiori 1980, quando l’accordo firmato da Lama, Carniti e Benvenuto, dopo la vertenza dei 35 giorni e la marcia dei quarantamila, venne contestato dai delegati di fabbrica, fra i quali spingevano dirigenti come Bertinotti e Sabattini. Erano i tempi aspri in cui un personaggio carismatico del calibro e del carisma di Bruno Trentin doveva rinunciare a parlare, per evitare guai peggiori. Tempi in cui Pierre Carniti, leader Cisl, veniva sottratto a malapena a un gruppo di minacciosi extraparlamentari, mentre Giorgio Benvenuto qualche botta finiva per beccarla. Niente a che vedere neppure con Mirafiori 1969, quando il braccio di ferro sul contratto era costato due milioni di giornate lavorate andate in fumo in un solo anno, prima di essere risolto con la mediazione di Donat-Cattin, ministro ex sindacalista, che poi si spiegò in maniche di camicia allo stadio comunale, davanti a un oceano di tute blu. Erano i giorni che non possono tornare della grande espansione industriale, della violenta spinta immigratoria, con Luigi Macario, leader cattolico, che metteva sul tavolo la parola d’ordine del salario come «variabile indipendente». Allora c’erano 60 mila operai, adesso sono circa 15 mila. Ma il fatto è, come si è visto ieri, che sono operai diversi. In particolare sono sparite nel gorgo delle trasformazioni sociali due figure: l’operaio-massa figlio dell’immigrazione, che si specchiava nel delegato e che voleva discutere dentro il reparto, nel crogiolo delle officine, ritmi produttivi e carichi di lavoro, così come non c’è più, divorato dalla storia, l’operaio di mestiere, stampista o tracciatore, classico quadro comunista, formatosi alla scuola di partito, col carisma capace di trascinare i compagni. Al loro posto c’erano ieri le donne cinquantenni o anche sessantenni, con facce stanche, addossate alle transenne, che improvvisavano un dialogo: «Vogliamo andare in pensione - dicevano a Epifani -. E’ giusto alla nostra età stare ancora in linea?». Oppure: «Segretario, dimmi come vivo con mille euro al mese». Lui prende appunti e quando tiene le conclusioni «Credo che vi aspettiate cose precise» dice. E loro: «La verità vogliamo». Alberto Papuzzi