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 2006  dicembre 08 Venerdì calendario

No global addio. La Stampa, venerdì 8 dicembre Alla prima edizione del Social forum europeo, organizzata a Firenze nell’autunno del 2002, parteciparono trentacinquemila delegati

No global addio. La Stampa, venerdì 8 dicembre Alla prima edizione del Social forum europeo, organizzata a Firenze nell’autunno del 2002, parteciparono trentacinquemila delegati. Sabato 9 novembre, penultimo giorno dei lavori, in seicentomila manifestarono contro la guerra in Afghanistan e quella imminente in Iraq. Lo scorso maggio, ad Atene, per la quarta edizione del Social forum i delegati erano diecimila e alla sfilata del sabato, conclusa in guerriglia, erano in sessantamila. Nel giro di quattro anni, si è disperso il sessantacinque per cento dei delegati e il novanta per cento dei manifestanti. Nel settembre del 2001, un paio di mesi dopo le terribili giornate di Genova e la morte di Carlo Giuliani, due italiani su tre giudicavano positivamente il movimento. Aveva unito un contadino francese come José Bové, il subcomandante Marcos e un grande filosofo e linguista (soprattutto linguista) americano come Noam Chomsky. Aveva affiancato Nelson Mandela e il musicista folk Manu Chao, Dario Fo e Vandana Shiva, economista e fisica indiana. La politica italiana colse il senso dell’epocale soprattutto con Fausto Bertinotti, che nel gennaio del 2002 definì più rilevante dell’11 settembre «la nascita del movimento». Walter Veltroni presentava in Campidoglio i libri sul tema, parlandone come della «grande questione della sinistra». Piero Fassino, in vista del raduno fiorentino, annunciava una riflessiva presenza diessina. Ottanta docenti universitari italiani sottoscrissero un documento su «uno dei tanti effetti collaterali della globalizzazione: il pensiero unico applicato al fare storia». A Jesi il candidato no global al Comune raccolse il 2 per cento e le agenzie riportarono il suo entusiasmo: «Si è aperta una finestra su un orizzonte nuovo». Ma non riuscì a entrare in Consiglio comunale. Il movimento divenne anche moda. Gli stilisti Grimaldi & Giardina presentarono la loro collezione autunno-inverno all’Auditorium di Roma, spiegando che la donna era no global, doveva vestire georgette e organza croccante crespo e acconciarsi neo-afro. Il principe Lillo Sforza Ruspoli, che il 20 settembre di ogni anno pone una corona alla breccia di Porta Pia piangendo i caduti pontifici, partecipò a un corteo no global in nome della «rivalorizzazione del mondo agricolo». Gli animalisti, condotti dall’illustratore belga Jean-Michel Folon, dichiararono antiglobalista la loro battaglia. Achille Bonito Oliva rilanciò la Transavanguardia come «movimento no global ante litteram». E al «Premio Sergio Leone» il direttore artistico Gianni Minà promosse un dibattito sugli «insospettabili legami» fra i valori degli spaghetti western e quelli sostenuti dai ragazzi no global a Seattle e Porto Alegre. A parte Toni Negri, l’ex ideologo di Potere operaio, che nel 2000 aveva pubblicato «Impero» con Michael Hardt, i punti di riferimento italiani erano soprattutto tre. Vittorio Agnoletto, medico milanese per nove anni alla guida della Lega italiana per la lotta all’Aids; Luca Casarini, leader dei centri sociali veneti (sebbene il titolo gli sia stato spesso contestato); Francesco Caruso, studente napoletano fondatore della «Rete meridionale del Sud ribelle». Oggi Agnoletto ha 48 anni ed è europarlamentare eletto nel 2004 nelle liste di Rifondazione comunista. Caruso ne ha 32 ed è deputato italiano, sempre di Rifondazione. Casarini è prossimo ai 40, occupa case sfitte e vince cause contro i quotidiani che gli hanno dato del «raccomandato». Adesso, poi, la definizione «no global» è del tutto convenzionale. I no global si fanno chiamare più volentieri «new global» o «neo global». O anche «movimento alterglobalista» o persino «glocalista». La difficoltà di darsi un nome condiviso si specchia nella temporanea chiusura di Indymedia-Italia, il «network locale/globale» che per anni è stato l’organo semiufficiale del movimento. Da meno di un mese, il sito presenta un’unica pagina su cui si legge: «Indymedia-Italia ha bisogno di ripensare il suo modo di essere media... ha bisogno di ripartire senza rete e di allargare la discussione a 360 gradi... col passare degli anni persone e strumenti sono entrati in conflitto... anche le mailing-list sono entrate in crisi, fra scarsa partecipazione e la ricerca del consenso... l’armonizzazione delle diverse posizioni e sfumature è diventata sempre più difficile». Il caso Indymedia, il paragone fra i numeri di Firenze 2002 e quelli di Atene 2006 e il trasloco dei leader dall’antagonismo non governativo alle istituzioni sono soltanto alcuni dei segnali. «Oggi c’è un po’ più di quello che si pensa e un po’ meno di quello che c’era», dice Luciana Castellina, un passato nel Pci e al Manifesto, da sempre estimatrice del movimento. Franco Cardini, uomo di destra, medievalista, che fu relatore al Social Forum fiorentino, dice: «Avvisaglie di crisi ce ne sono da un po’ di tempo. Ne parlano anche loro. Ma io credo si tratti di un’uscita dall’adolescenza». La Castellina e Cardini sono i più benevoli. Marco Bascetta, responsabile di «Manifesto-libri» e, nel 2003, direttore della rivista «Global» (ora chiusa), non si concede sfumature: «Il movimento in quella forma, il movimento di massa e pieno di reattività, è decisamente finito». Massimo Fini, scrittore e no global nel senso più compiuto del termine (è nemico della velocità degli spostamenti e delle informazioni, vorrebbe un mondo meno sviluppato e meno disumanizzato) è quasi beffardo: «La protesta è stata inglobata». Il sociologo Sabino Acquaviva lo è del tutto: «La società globalizzata cambia mode rapidamente». Oggi quello che resta di visibile sono le manifestazioni antimilitariste, come quella di una settimana fa a Vicenza, contro la sede Nato. Il no-Tav in Piemonte è stato piuttosto vivace e regge. Il Veneto trova forza nella lotta contro il «Mose» e, sempre a Venezia, si fa largo il giovane Tommaso Cacciari, nipote del sindaco e organizzatore della contromostra del cinema. Mattia Feltri