Sergio Romano, Corriere della Sera 8/12/2006, pagina 41., 8 dicembre 2006
I due Islam Corriere della Sera, venerdì 8 dicembre Quando la pubblica opinione assiste dal loggione del suo salotto tv a un dramma della politica internazionale, occorre una sceneggiatura semplice, in cui due campi contrapposti recitino la parte del Bene e quella del Male
I due Islam Corriere della Sera, venerdì 8 dicembre Quando la pubblica opinione assiste dal loggione del suo salotto tv a un dramma della politica internazionale, occorre una sceneggiatura semplice, in cui due campi contrapposti recitino la parte del Bene e quella del Male. Negli scorsi giorni, dopo l’assassinio di Pierre Gemayel, la vicenda libanese è stata descritta come l’epica lotta di una coalizione nazionaldemocratica, composta da cristiani, drusi e sunniti moderati, contro un partito antidemocratico di fanatici musulmani, profittatori filosiriani e servizi segreti del regime di Damasco. Diventa pressoché impossibile, in queste circostanze, ricordare che non vi è attore del lungo dramma libanese che non abbia cambiato campo una o più volte e non sia stato protagonista di vicende inconfessabili. Walid Jumblatt, leader dei drusi (una setta musulmana presente in Libano, Siria e Israele) sostiene il governo di Fouad Siniora, mantiene amichevoli contatti con gli americani e denuncia le trame del governo di Damasco. Ma chi scrive lo ricorda al Cremlino durante le celebrazioni per il settantesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre, quando era uno dei più fedeli alleati dell’Unione Sovietica nella regione. Pierre Gemayel era un giovane e promettente esponente dell’ultima generazione politica libanese. Ma era anche discendente della dinastia che fondò nel 1936 la Falange cristiana: cervello politico di un «partito armato» che fu alleato di Israele e vendicò la morte del suo leader Bechir Gemayel (zio di Pierre) con una micidiale incursione nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, una notte del settembre 1982. Lo sceicco Hassan Nasrallah è il leader dell’organizzazione che ha lanciato contro Israele, nella scorsa estate, qualche migliaio di missili. Ma gli Hezbollah nacquero dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e si fecero strada nella giungla libanese combattendo contro l’invasore. Il generale maronita Michel Aoun combatté con i cristiani all’epoca della guerra civile. Ma è passato, dopo il ritorno dall’esilio, nel campo dei siriani e degli Hezbollah. Esistono per fortuna alcune persone che conoscono il Medio Oriente da molti anni e ricordano ciò che altri ignorano o hanno dimenticato. Antonio Ferrari, corrispondente del «Corriere» dal Mediterraneo orientale, appartiene di diritto a questa categoria di «guastafeste della memoria». Ha una lunga familiarità con i Paesi della regione. stato testimone delle loro crisi. Ha conosciuto tutti i protagonisti della vita politica mediorientale e ha intervistato, fra gli altri, re Abdullah di Giordania, il presidente egiziano Hosni Mubarak, il presidiante siriano Bashar Assad, il defunto presidente dell’Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat. In un libro apparso ora presso l’editore Le Lettere di Firenze, Ferrari ha fatto una sorta di periplo mediorientale, dalla Giordania alla Palestina, dall’Egitto alla Siria, dal Libano alla Turchia, dall’Iran al Pakistan. Viaggiando con lui, il lettore capirà che la trappola in cui gli osservatori del Medio Oriente cadono più frequentemente è quella delle spiegazioni semplici e lineari. giusto ad esempio deplorare l’ambiguità di Hamas (il partito vincitore delle ultime elezioni palestinesi) e ricordare che l’organizzazione ha due volti: uno politico e l’altro terroristico-militare. Ma è altrettanto importante, scrive Antonio Ferrari nel suo libro, ricordare che la crescita dell’organizzazione fu favorita dal governo israeliano quando la sua ala più intransigente ritenne utile creare difficoltà all’Olp «organizzazione prevalentemente laica e secolare». giusto ricordare che la guerra civile libanese cominciò nel 1975 con un sanguinoso attacco delle milizie cristiane contro un autobus di palestinesi. Ma la tesi corrente, secondo cui quel conflitto fu una guerra di religione, è ingannevole: «Al di là delle convenienze propagandistiche (anche allora si dava per scontato il conflitto fra religioni), quella guerra si trasformò rapidamente nel conflitto di tutti contro tutti. Attorno alle milizie libanesi, si muovevano infatti libici, siriani, iraniani, iracheni, palestinesi, sauditi e ovviamente israeliani, rendendo vano, per anni, ogni sforzo di pacificazione». Antonio Ferrari sa che la colpa delle sventure del Medio Oriente ricade in buona parte sulle classi dirigenti dei Paesi della regione, spesso corrotte, dispotiche, più preoccupate dalla conservazione del potere che dalle riforme di cui i loro paesi hanno bisogno. Ma vi sono nel libro almeno due osservazioni che permettono di collocare le vicende degli ultimi sessant’anni in una più giusta prospettiva. In primo luogo gli Stati Uniti e l’Europa hanno ignorato l’importanza dei sentimenti nazionali e anticolonialisti che hanno dominato le società dei Paesi arabo-musulmani, soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nel peggiore dei casi abbiamo trattato i Paesi del Medio Oriente con una arroganza e un senso di superiorità che rasentavano in molti casi il razzismo; nel migliore, come allievi ignoranti che andavano educati all’arte del buon governo. In secondo luogo (ed è questo il principale messaggio del libro) il vero conflitto non è tra noi e il mondo islamico, ma tra l’islam radicale e i regimi arabo-musulmani che stanno cercando di conciliare l’identità religiosa dei loro popoli con le esigenze della modernità. Ci siamo comportati come se il principale obiettivo della violenza islamica fosse l’Occidente cristiano e abbiamo ignorato che i regimi della Giordania, dell’Egitto, della Siria, del Marocco e della Libia, per esempio, erano molto più odiati degli Stati europei. La tragedia dell’11 settembre e la reazione della presidenza Bush hanno oscurato i veri termini della questione e hanno deragliato la politica dell’Occidente sul binario sbagliato. Il risultato è una cascata di crisi dall’Iraq al Libano, passando per la Palestina, che hanno drammaticamente aggravato la situazione della regione. Antonio Ferrari sembra credere, tuttavia, che il terremoto mediorientale degli ultimi anni potrebbe dare un salutare scossone ai regimi della regione. E cita le parole di un ministro arabo che gli disse un giorno confidenzialmente: «In fondo la sfida del terrorismo e la guerra che si sta combattendo per stanarlo e sconfiggerlo hanno aspetti positivi. Costringeranno tutti i leader musulmani ad avviare, finalmente, quelle riforme che finora non avrebbe osato neppure immaginare. Mi creda, quel che sta accadendo alla lunga sarà salutare». Vi è in queste parole un importante punto di verità. Tocca all’islam migliore rialzarsi, divenire cosciente dei propri difetti e trovare in se stesso l’energia per il proprio rinascimento. L’Occidente può aiutarlo, dal canto suo, soprattutto commettendo qualche errore in meno. Sergio Romano