Enzo Riboni, Corriere della Sera 8/12/2006, pagina 35, 8 dicembre 2006
Cento guru per cento formule. Corriere della Sera, venerdì 8 dicembre A caccia della formula. E’ la storia del management internazionale: dalla sua nascita è all’inseguimento del "santo Graal", della chiave da inserire nel meccanismo di un’impresa per capirne il funzionamento, l’effimera formula del successo aziendale
Cento guru per cento formule. Corriere della Sera, venerdì 8 dicembre A caccia della formula. E’ la storia del management internazionale: dalla sua nascita è all’inseguimento del "santo Graal", della chiave da inserire nel meccanismo di un’impresa per capirne il funzionamento, l’effimera formula del successo aziendale. Con due squadre di cacciatori, quelli del partito dello "scientific management" e gli epigoni della "via umanistica". Un appoggio per trovare la strada può essere l’elenco di nomi e biografie (53 di prima grandezza, 61 più di secondo piano) contenuto nel "Grande libro dei guru" (Etas) di Stuart Crainer e Des Dearlove. Anche se prima va detto che, agli albori del pensiero manageriale, non era ancora nata la figura del guru, per lo meno di quello che è sinonimo di santone e maestro che dispensa la ricetta della felicità (aziendale). Il business dei guru. Il guru che fa soldi a palate con i libri e le comparsate nei convegni internazionali ha una precisa data di nascita: 1984, anno di pubblicazione di "In search of excellence", bestseller di Tom Peters e Robert Waterman. In principio, invece, Fayol (Henri) era il verbo. Ingegnere francese, morto nel 1925 a 84 anni, è stato il primo vero pensatore di management. Con il suo libro "Direzione industriale e generale", cercò di convincere di aver trovato la formula: l’azienda va organizzata per funzioni. Per la precisione 6: tecnica, commerciale, finanziaria, contabile, manageriale e di sicurezza. Gestire, per lui, significava «prevedere e pianificare, organizzare, coordinare e controllare, dare ordini». Con le sue funzioni che dovevano essere 6 e non 5 o 7, Fayol aveva involontariamente stabilito una moda per le formule dei guru: «Non sei nessuno se non scopri un numero chiave». E così sono arrivate, tanto per dirne qualcuna, "Le 4 abilità di un leader" di Warren Bennis; "Le 6 tecniche fondamentali per conquistare un cliente" di Dale Carnegie; "I 14 Punti per raggiungere la qualità totale" di Edwards Deming; "I 7 compiti nuovi per il manager del futuro" del grande Peter Drucker o "Le 5 forze competitive" del seguitissimo Michael Porter. Il fattore "strategia". Ma la formula di Fayol era un po’ semplicistica: bastava organizzarsi per funzioni per conquistare il successo? Troppo facile e troppo alla portata di tutti. Fu così che un altro cercatore di formule, Igor Ansoff, americano di origini russe, disse: «Ci vuole anche una strategia». Era convinto dell’esistenza di «una metodologia pratica per l’assunzione di decisioni strategiche». Ma quella metodologia si rivelò un’Araba Fenice per molti teorici di strategia. Che del resto avevano avuto un vetero precursore, 2500 anni prima, nel generale cinese Sun Tzu, autore de "L’arte della guerra". Il quale, è vero, più che di concorrenti trattava di nemici da annientare, ma che, comunque, viene ancora letto dai manager che vedono il business come una battaglia e inseguono ricette per conoscere i mercati, conquistarne di nuovi e sconfiggere i competitor. Un grande strategist che corresse la formula di Fayol fu Alfred Chandler (oggi ha 86 anni), che sostituì la monolitica forma organizzativa funzionale con la "struttura divisionale", più decentrata e meno rigida. Ci volle però l’antiguru (non amava i seminari) canadese Henry Mintzberg (67 anni), per mettere in riga i teorici improvvisati: «Le mode manageriali sono il problema, non la soluzione» (vedi quella del reengineering, per esempio). E per sparare a zero sugli Mba, sul potere di Wall Street e sulla pianificazione strategica fatta di formule e analisi. Anche se oggi, la massima autorità mondiale di strategia è probabilmente il giovane Michael Porter (59 anni), autore di una bibbia come "Competitive strategy". Pur se, nel campo delle "bibbie", nulla può per ora eguagliare "The age of discontinuity", scritta nel 1969 da uno che non cercava formule ma tracciava strade come Peter Drucker. Gli Umanisti. Al modello delle formule organizzative i seguaci dello "Humanistic management" hanno invece contrapposto l’attenzione alle persone, considerate come il vero santo Graal senza il quale le aziende avvizziscono. E di conseguenza hanno posto il problema della leadership, con un occhio rivolto al grande antesignano del tema (un po’ politically incorrect), il nostro Niccolò Machiavelli. Personaggi come Rosabeth Moss Kanter (63 anni), unica donna-guru del ’900; concetti come la "Gerarchia dei bisogni" (1943) di Abraham Maslow; opere come "The motivation to work" (1959) di Frederick Herzberg; "The human side of the enterprise" (1960) di Douglas McGregor; "Organization learning" (1978) dell’ascetico Chris Argyris, hanno posto le basi della moderna attenzione alle "risorse umane" e messo al bando concezioni come quella del vecchio Henry Ford: «Quando voglio assumere un paio di mani mi tocca prendere un intero essere umano». Anche se qualcuno, come Robert Townsend, è sempre rimasto scettico sul trionfo dell’umanesimo in azienda: «Un uomo del personale con un braccio attorno alle spalle di un dipendente è come un tesoriere colto con le mani nel sacco». Enzo Riboni