Armando Torno, Corriere della Sera 7/12/2006, pagina 27., 7 dicembre 2006
Siamo tutti iconoclasti. Corriere della Sera, giovedì 7 dicembre Ormai siamo degli iconoclasti. Senza particolari eccezioni, senza distinzione: per sopravvivere, per difenderci dall’invadenza delle speculazioni, per ritrovare l’identità
Siamo tutti iconoclasti. Corriere della Sera, giovedì 7 dicembre Ormai siamo degli iconoclasti. Senza particolari eccezioni, senza distinzione: per sopravvivere, per difenderci dall’invadenza delle speculazioni, per ritrovare l’identità. Ecco in sintesi la tesi di Maria Bettetini, che emerge dalla sua ricerca Contro le immagini (Editori Laterza, pp. 168, euro 10), dove si indagano i perché delle distruzioni di opere sacre e dei prodotti dell’arte nel corso della storia. Abbiamo ancora in mente, come data fatidica d’inizio millennio, le Twin Towers che crollano nell’attentato dell’11 settembre 2001, ma è difficile dimenticare – correva il marzo 2001 – le nicchie vuote dei Buddha di Bamiyan. Erano due statue di 57 e 38 metri, risalenti al II secolo, trattate con gli esplosivi perché le loro immagini contrastavano con gli insegnamenti dell’Islam fondamentalista. Nè riusciamo a scordarci le distruzioni laiche di casa nostra, nate da bisogni ecologici più che da un’ideologia: il 24 aprile 2006 salta l’ultima orrenda costruzione, a Punta Perotti (Bari). Intanto si parla di edificare una facoltà universitaria a Napoli, al posto della Vela H, altro ecomostro abbattuto. «Il nostro tempo è quello delle distruzioni simboliche», nota la Bettetini, «più che in passato quando la comunicazione non era così pervasiva». Le cause? Difficile classificarle con un certo ordine, anche perché «la distruzione dei Buddha e quelle delle Twin Towers sono collegate, così come quelle degli ecomostri e dei simboli politici nel mondo ex comunista». Ma questa è storia e ne stiamo vivendo una fase. Del resto, anche il cristianesimo ha distrutto immagini o opere. Uno dei capitoli ancora aperti è la demolizione (o la trasformazione) dei templi pagani che cambiò il volto sacro del mondo di allora nel volgere di qualche decennio; né si deve dimenticare nel 357 la rimozione della statua della dea della Vittoria del Senato (dove si giurava fedeltà a Roma) e l’accanimento iconoclasta di Sant’Ambrogio, giacché vedeva in essa un simbolo forte dell’antica fede vinta. La Bettetini ci avverte che l’iconoclastia – parola che nasce ufficialmente nel 727, allorché si distrugge l’immagine di Cristo sulla porta bronzea del palazzo imperiale di Bisanzio – riguarda tutti noi e si diffonderà capillarmente con le scelte politiche e/o religiose. I «numeri dei simboli colpiti sono destinati ad aumentare, forse perché la globalizzazione ci porta a identificazioni che necessitano questa violenza», mentre la pubblicità moltiplica immagini che distruggono (o cannibalizzano, avrebbe detto Baudrillard) le precedenti. Un filo rosso lega l’abbattimento delle teste delle statue dei Re di Francia durante la rivoluzione, i monumenti di Mussolini, Stalin e Saddam, il muro di Berlino, gli ecomostri. Le cronache dovranno occuparsi, ricorda la Bettetini, «sempre più di esplosioni realizzate in nome della libertà». L’importante è «che la democrazia riesca a distinguerle da quelle dei kamikaze, iconoclasti ben diversi, ai quali siamo abituati». Armando Torno