Corriere della Sera 06/12/2006, pagg.1-2-3 Sergio Rizzo, 6 dicembre 2006
Toto e l’ultimo volo dell’Italianità. Corriere della Sera 6 dicembre 2006. Italianità: secondo il Dizionario De Mauro della lingua italiana è la «conformità a ciò che è o si considera peculiare, tipico degli italiani o della loro lingua, cultura, ecc
Toto e l’ultimo volo dell’Italianità. Corriere della Sera 6 dicembre 2006. Italianità: secondo il Dizionario De Mauro della lingua italiana è la «conformità a ciò che è o si considera peculiare, tipico degli italiani o della loro lingua, cultura, ecc.». Il banchiere Alessandro Profumo preferisce invece definirlo, più pragmaticamente, un «fattore bloccante». Ma archiviata la stagione dei furbetti del quartierino, svanito il governatore Antonio Fazio e con lui tutti gli alfieri della italianità, anche se di quella «malintesa», adesso il capo di Unicredit pare sempre più isolato. Le Coop vogliono comprare Esselunga per preservarne l’«italianità». Romano Prodi rivela risentito che Marco Tronchetti Provera gli garantì «l’italianità» di Telecom Italia. E Francesco Rutelli, che nella battaglia delle banche fu in prima fila contro il «malinteso», ribadisce che è «impensabile» per l’Italia rimanere «senza compagnia di bandiera». Mentre anche Fausto Bertinotti, presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione comunista insiste: «l’Alitalia resti italiana». Pur sapendo bene che cosa questo potrebbe significare. Per esempio, che l’«italianità» assuma le sembianze di Carlo Toto, ex piccolo imprenditore chietino, classe 1944, proprietario dell’AirOne, una compagnia aerea nata dal nulla poco più di 10 anni fa. Un topolino che mangerebbe l’elefante, anche se con l’aiuto di un gigante come Banca Intesa. Ma un topolino italiano, e questo è quello che conta. AirOne ha 1.449 dipendenti, contro i circa 20 mila del gruppo Alitalia. Fattura mezzo miliardo, contro i quasi cinque della ex compagnia di bandiera. Ed è un altro esempio del capitalismo all’italiana, anche se dire che faccia soldi a palate proprio non si potrebbe. A Carlo Toto piacciono le Ferrari, ha una formidabile collezione di orologi da polso e possiede una bella barca: anche se non sa nuotare. Nessuna delle imprese di famiglia è quotata in Borsa. Il fondatore di AirOne è sposato e ha quattro figli: tre lavorano nell’azienda. Il più grande, Alfonso, non ancora trentenne, è amministratore delegato della capogruppo Toto spa, azienda che insieme alla stessa AirOne è spesso comparsa nella lunga lista dei privati che erogano contributi in denaro ai partiti o ai singoli politici. Con sistematico ecumenismo: 125 mila euro a Forza Italia, 20 mila ad Alleanza nazionale, 65 mila ai Ds (di cui 20 mila a Pier Luigi Bersani e 25 mila a Massimo D’Alema). Ma da quando, nel 1995, ha lanciato da Chieti il guanto di sfida all’Alitalia, il suo sistema di relazioni si è sviluppato geometricamente. Come dimostra, per esempio, la presenza nel consiglio di amministrazione di AirOne di Giovanni Malagò, imprenditore romano considerato molto vicino a Rutelli. Non che Toto, però, abbia rinnegato le conoscenze più vecchie. Come quella con l’ex democristiano, passato al An, Publio Fiori, o con il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, anche lui abruzzese della Val di Sangro, al quale forse per primo ha confidato l’ambizioso piano di conquista dell’Alitalia. Naturalmente, gli amici non sono dappertutto. Se nei Ds si tifa più o meno apertamente per l’integrazione fra AirOne e Alitalia, il ministro di Rifondazione Paolo Ferrero, in apparente disaccordo con Bertinotti, non si dice sicuro che la soluzione italiana «sia la migliore». E chissà se in questa carezza contropelo non ci sia anche dell’altro. Vengono a mente i ripetuti avvertimenti lanciati da Rifondazione comunista all’indirizzo del governo, insieme al sospetto che Prodi si farebbe dettare l’agenda della cosiddetta «fase due» dalla Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. E vengono a mente anche i nomi che oltre a quello di Carlo Toto e di Banca Intesa sono stati fatti. C’è chi non esclude che l’«italianità» possa prendere la fisionomia di Carlo De Benedetti e del fondo Management & capitali. Ma qualcuno immagina che a un certo punto possano spuntare anche altri imprenditori. Forse Roberto Colaninno, l’uomo del takeover del secolo su Telecom Italia, al quale non mancano gli estimatori nella Quercia? Oppure Diego Della Valle, che di Montezemolo è amico e socio, e nelle scalate bancarie dello scorso anno si schierò fermamente anch’egli contro la «malintesa» italianità? E che inoltre, essendo stato anche protagonista di un epico scontro a Vicenza con Berlusconi, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i moderati del centrosinistra (ha finanziato con 100 mila euro la campagna elettorale della Margherita)? I punti di domanda, in questa storia, sono sempre più numerosi. Magari i sostenitori dell’«italianità» resteranno delusi. Forse, come molti in realtà si augurano, arriverà una compagnia straniera e metterà sul piatto un’offerta di quelle che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa non potrà rifiutare. O prevarrà una cordata con un socio estero che alla fine comanderà. Ma solo una cosa è certa: se Giancarlo Cimoli resisterà fino a primavera, quando Alitalia avrà ormai cambiato padrone, sarà il primo amministratore delegato, in vent’anni di «italianità», ad aver concluso il mandato alla scadenza naturale. Proprio al momento di voltare pagina. Sergio Rizzo