Ettore Livini, Affari & Finanza 4/12/2006, pagina 9., 4 dicembre 2006
Il mistero del finanziere che non sbaglia una mossa. Romain Zaleski. Affari & Finanza, lunedì 4 dicembre francese, è polacco, è italiano
Il mistero del finanziere che non sbaglia una mossa. Romain Zaleski. Affari & Finanza, lunedì 4 dicembre francese, è polacco, è italiano. finanziere, è industriale e persino un po’ merchant banker. ricchissimo (si è appena regalato come argent de poche un dividendo monstre da 1,3 miliardi di euro) ma gestisce il suo impero da 5 miliardi da una villettina appena fuori Milano o dai suoi uffici "distaccati" di montagna. Non a Cortina – la dependance ad alta quota dell’Italia che conta (e appare) – ma dalla ritirata e brescianissima Val Camonica. Romain Zaleski è ormai da una decina di anni il mistero buffo di Piazza Affari. Non ha mai frequentato un salotto buono, schiva cocktail, vernici e giornalisti, rifugge la pubblicità. Salta in modo in apparenza erratico da un investimento all’altro spostando centinaia di milioni. Senza un filo logico chiaro (salvo quello di accompagnare e sostenere le avventure del suo vecchio amico Giovanni Bazoli) ma con un risultato che alla fine – per sua fortuna – è sempre lo stesso: guadagnare una valanga di soldi. Quanti? Tanti. Solo dall’esperienza in Edison, ancora non chiusa del tutto, ha messo assieme 1,4 miliardi di plusvalenze che hanno consentito a una delle sue due holding italiane – la Camuna di partecipazioni – di regalare a lui (attraverso le scatole lussemburghesi) e alla moglie Helene de Prittwitz il record italiano di dividendi per casseforti di famiglia, la bellezza di 1,3 miliardi. Un Gastone tricolore? No, piuttosto un re Mida. La fortuna non c’entra, o perlomeno non è la spiegazione principale. La storia imprenditorialfinanziaria di Zaleski è un misto di fiuto e buon senso. Di capacità gestionale applicata alla ristrutturazione di tante realtà nella siderurgia e nella meccanica e dell’intuito di scommettere su titoli o società in apparenza a controllo "granitico" per poi guadagnare milioni quando gli equilibri azionari sono saltati. Lui arriva da lontano. nato a Parigi da padre polacco 73 anni fa. E ha un curriculum vitae trasversale e decisamente multiforme. Ha fatto il militare in Algeria e dopo due lauree è entrato nel mondo delle imprese dalla porta di servizio. E dopo una lunga "gavetta" di gran spessore in quella palestra di talenti che è la scuola politica transalpina. Ha iniziato come consulente del ministero dell’Industria di Parigi. entrato nelle file dell’Udf, il partito di centrodestra voluto da Valery Giscard d’Estaing di cui è diventato tesoriere (il talento, evidentemente, era precoce). Poi un passo alla volta ha iniziato a investire soldi proprio in aziende, soprattutto nel settore minerario. La svolta italiana è arrivata nel 1984 quando è stato spedito in terra bresciana – un segno del destino – per ristrutturare le attività della Carlo Tassara. Ci ha preso gusto. Ha risistemato i conti della società siderurgica e poi ne è diventato il padrone. Trasformando l’azienda di Breno nel trampolino delle sue future avventure finanziarie. Il primo grande colpo è arrivato nel ”96. Allora Zaleski per le cronache finanziarie era un emerito sconosciuto. Ma dietro le quinte lui aveva già iniziato a tessere quella ragnatela che oggi è diventata un network miliardario. Al centro lui, al suo fianco Bazoli, conosciuto un anno prima, che l’aveva già convinto a entrare nel capitale di Intesa Finanziaria, fusa più tardi in Mittel. Zaleski all’epoca ha fatto qualcosa al limite dell’eresia. Ha iniziato a rastrellare a Piazza Affari titoli della Falck, arrivando in breve tempo al 38%. All’epoca gli avevano dato tutti del matto. Non solo perché la vecchia e gloriosa società siderurgica ed elettrica era presidiata da un patto di sindacato solido costruito attorno all’omonima famiglia, ma soprattutto perché il cemento di questo patto era il salotto buono di Mediobanca. Il mondo però spesso sorride ai visionari. E il tempo ha dato ragione a Zaleski. Che, evidentemente, aveva già letto i primi segni di cedimento anche nei pilastri di granito eretti da Enrico Cuccia a difesa del suo sistema. Pochi anni dopo la Sondel, il gioiello della Falck, è stata girata alla Edison e il finanziere arrivato dal nulla si è messo in tasca la sua prima plusvalenza: un assegno da 257 milioni. Di ritirarsi neanche a parlarne. Quel tesoretto è stato anzi l’arsenale con cui Zaleski è partito per le sue nuove battaglie. Obiettivo, da subito, la stessa CompartMontedison. Altro santuario di Mediobanca dove Zaleski ha costruito un’altra quota importante. Diventata addirittura decisiva quando Foro Buonaparte si è trasformato nel palcoscenico del redde rationem della finanza italiana nella gestione degli equilibri dopo la morte di Cuccia. L’universo Fiat ha lanciato il guanto di sfida a Vincenzo Maranghi a suon di rastrellamenti in Borsa di titoli del gruppo. E l’ingresso in scena di Edf (arrivata anche grazie ai buoni uffici parigini di Zaleski) ha sparigliato le carte. Regalando alla fine l’ennesima plusvalenza miliardaria al re Mida di Borno. Squadra che vince non si cambia. E visto che lo schema della distruzione costruttiva aveva funzionato in Falck e in Edison, Zaleski ha replicato in fotocopia lo show anche all’estero. Palcoscenico la Francia dove la scorsa estate ha costruito un bel pacchetto di azioni Arcelor durante la battaglia per il controllo del gruppo siderurgico transalpino. diventato l’ago della bilancia e alla fine in pochi mesi ha messo assieme un altro guadagno di 400 milioni. E ora? Adesso Zaleski è tornato profeta in patria. Si agitano le acque del sistema bancario? l’occasione di prendere due piccioni con una fava: dare una mano al sodale Bazoli e se possibile, come in effetti sta già avvenendo, non perdere l’abitudine di farci qualche quattrino. Ha comprato il 2% circa di Generali. Ha messo assieme un solido pacchetto della stessa Banca Intesa consolidando nel patto, ha preso più del 2% del Sanpaolo. In tasca (oltre al 20% del salotto cattolico bresciano di Mittel) ha anche quote di Mps e Popolare Lodi, più titoli Telecom e Seat. "Investimenti da padre di famiglia", ha detto lui quasi a segnalare un cambio di rotta strategico. Sarà vero. Per intanto, però, su quasi tutti questi titoli, al centro del grande risiko del credito nazionale, ha già accumulato i tradizionali guadagni. Con la corsa di Generali di questi giorni che sta ulteriormente gonfiando il suo portafoglio. Dietro il trading a Piazza Affari, però, Zaleski sta costruendo un passo per volta a suon di acquisizioni l’altro piede del suo piccolo (ma non troppo) regno. Fondato su due pilastri: la tradizionale siderurgia e la meccanica da una parte, l’energia dall’altra (è azionista Asm), business dove sta già iniziando a raccogliere più di una soddisfazione. E che forse lo appassiona di più delle sirene che ciclicamente lo chiamano in causa come salvatore di Telecom un giorno o di Alitalia un altro. Lui comunque non cambia stile. Nel materasso ha partecipazioni che valgono circa 5 miliardi. Ma i soldi non hanno mutato le sue abitudini. Profilo basso, nessuna pubblicità. Il metodo che ha usato sin dai primi giorni di lavoro alla Carlo Tassara. In Italia, ad esempio, pochi sanno che Zaleski è terzo azionista con il 13,7% del capitale della francese Eramet, colosso minerario transalpino che vale in Borsa 3 miliardi di euro. Nelle scorse settimane con l’universo di investitori che lo accompagna da sempre negli investimenti imprenditoriali ha creato Calisio, un minisalottino cui si è aggregato una new entry dal tocco altrettanto magico, Roberto Colaninno. Piazza Affari, che il fiuto e le doti di Zaleski e del manager mantovano li conosce bene aspetta con impazienza le loro prossime mosse. Ettore Livini