Mimmo Cándito, La Stampa 5/12/2006, pagina 19., 5 dicembre 2006
Il trionfo del petropopulismo. La Stampa, martedì 5 dicembre Lui, Chavez, dice che la sua politica sta inventando «il socialismo nazionale del ventunesimo secolo», e cita Simon Bolivar, Fidel Castro, perfino Garibaldi
Il trionfo del petropopulismo. La Stampa, martedì 5 dicembre Lui, Chavez, dice che la sua politica sta inventando «il socialismo nazionale del ventunesimo secolo», e cita Simon Bolivar, Fidel Castro, perfino Garibaldi. Ma il plebiscito che domenica il Venezuela gli ha consegnato non può essere messo da parte come espressione d’un folklore politico da paesi in via di sviluppo, un qualche valore quella valanga di voti l’impone anche a chi non si lascia incantare dal populismo. Perché di populismo si tratta, senza alcun dubbio, ma un populismo che ha una caratura assai diversa da quei movimenti di massa ora un po’ straccioni, ora in stivali e sciabole, ora segnati dall’utopia d’un rinascimento indigeno, che nell’ultimo secolo hanno traversato le politiche governative del subcontinente. Questo di Chavez è tutt’altra cosa, è «petropopulismo», cioè un progetto che sta piantato interamente sui pozzi di petrolio. E questo, oggi, conta molto. Terza economia dell’America Latina, distesa sulla più grande riserva certa d’idrocarburi del continente (addirittura la prima al mondo, se si tiene conto anche delle sabbie bituminose), ottavo produttore mondiale di petrolio, quinto esportatore in ogni angolo del globo, fornitore agli Stati Uniti del 15% del loro fabbisogno, con simili carte in mano il Venezuela di Chavez è diventato un forte protagonista del nostro tempo. E se all’estero usa tattiche e mosse spregiudicate, che sconcertano ambasciate e ambasciatori, in casa usa la manna oleosa, che le sue pompe gli riversano dalle paludi di Maracaibo, per fare una politica della spesa pubblica che distribuisce generosamente redditi e benefici a quei due terzi del paese che finora erano rimasti esclusi da ogni seria considerazione dei governi di Caracas, anche quando questi governi dicevano di richiamarsi alle politiche della socialdemocrazia. Non gli è stato arduo, a Chavez, praticare questa politica: quando entrò di forza nel potere, nel 2000, il barile di petrolio valeva meno di 10 dollari; oggi, quello stesso barile vale 50 - o anche 60 - dollari, e gli fornisce una disponibilità di cassa capace di garantirgli, non un plebiscito soltanto, ma una intera montagna, di plebisciti, tanto che il Presidente può credibilmente garantire che questa sua «rivoluzione bolivariana» si estenderà fino al 2021. La spesa pubblica è cresciuta di 6 volte, in questi anni, e tanta generosa elargizione gli dà una forza elettorale straripante, anche se gli obiettivi sociali (e populisti) prevalgono nettamente su ogni investimento reale nei processi di modernizzazione del paese e nelle stesse infrastrutture, perfino in quelle dell’industria petrolifera. Chi non sta dentro questo fiume di denaro facile esprime malcontento, e punta il dito sull’accusa d’una nascente dittatura. Forse ha ragione, Chavez controlla tutto: ha creato una struttura istituzionale che conserva soltanto l’apparenza delle forme democratiche. Ma il rancore dei suoi avversari puzza di rabbia e di frustrazione, più che d’analisi politica; segnala sostanzialmente lo sconcerto da chi si vede escluso da quella gestione del potere che sempre, in passato, aveva potuto controllare senza disturbo. Se si vuol trovare un precedente al «chavismo», allora si deve risalire al populismo vincente di Peron e all’alleanza di classe che il Caudillo concluse con i sindacati: Caracas oggi ha le pompe che estraggono il petrolio, Buenos Aires alla fine di quegli anni Quaranta aveva i quarti di manzo venduti a un mondo che usciva affamato dalla Seconda guerra mondiale. Peron diceva allora che «il Banco Central ha tanti lingotti d’oro da doverli ammassare fin nei corridoi», Chàvez oggi potrebbe dirlo allo stesso modo, per le casse del Venezuela che l’oro nero continua a rifornire di entrate preziose. Però, quando il mercato mondiale della carne crollò, travolse Peròn e il suo populismo dai tempi dorati; oggi Chavez guarda i bollettini del prezzo del petrolio, ne legge soddisfatto le quotazioni, e per ora scrolla le spalle. Mimmo Cándito