Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  dicembre 06 Mercoledì calendario

Lelio Lutazzi: «I miei trentatré giorni d’inferno» La Stampa, mercoledì 6 dicembre Non si dovrebbe mai

Lelio Lutazzi: «I miei trentatré giorni d’inferno» La Stampa, mercoledì 6 dicembre Non si dovrebbe mai. Però, dopo un pomeriggio passato con Lelio Luttazzi è impossibile non cadere nel tranello, non essere completamente conquistati dalla sua personalità schiva, ombrosa, quasi autopunitiva. Luttazzi non si piace, non per vezzo ma per eccesso di perfezionismo. Luttazzi non attacca gli altri, non per opportunismo ma per non ferire nessuno, neppure chi lo ha ferito. Un rigore morale che lui, mangiapreti, si coltiva laicamente. E neanche gigioneggia quando dichiara serenamente che, a 83 anni, gli piacerebbe finire i suoi giorni lasciato in pace, sul divano rosso, con le cuffie («perché sono sordo») a guardare la tivù. «E’ questo il mio Piccolo Mondo Antico che non c’è più». Poi, tutto questo tourbillon di luci e di ritrovato interesse per la sua persona, spera che si affievolisca come le note di una canzone d’antan. Luttazzi, ripartiamo dal suo Piccolo Mondo Antico, la televisione. Cambiata parecchio dai tempi di Studio Uno. Che cosa non le piace? «I dibattiti urlati, forse perché non ci sento e le voci sovrapposte nelle mie orecchie fanno solo un gran baccano. Il povero Giletti a Domenica in tenta, ma gli parlano tutti addosso. Anche Porta a Porta ha questo difetto. E poi detesto le cose finte: le risate, gli applausi, quell’entusiasmo artefatto come a Striscia la notizia. Una cosa è la preparazione, altra è la mistificazione». E il disco, «Per amore»: trasuda affetto vero. Nato da un’idea di Roberto Podio, che ha voluto renderle omaggio chiamando a raccolta i personaggi di ieri e di oggi per interpretare i suoi brani. Un cofanetto pieno di ricordi: ne è stato felice? «Roberto dice che doveva essere una sorpresa. E lo è stata. Il titolo lo ha scelto Mina e poi voglio dedicare un pensiero a Gianni Ferrio. Sono tutti grandissimi, io non potrei aggiungere niente». Chi è il suo erede? «Sarei presuntuoso se parlassi di miei eredi, io sono un dilettante, un orecchiante. Fiorello è l’Arbore dei giorni nostri, De Sica mi piace. Di Vianello ero molto amico anche se ho scoperto dopo che era destrorso, Bongiorno è un’istituzione». La politica le piace? Lei era craxiano. «Tutto cominciò perché portavo un garofano all’occhiello come Cole Porter, e allora mi avvicinai a quel partito». Che effetto le fa vedere che oggi una metà se ne è andata con il centro-destra? «Ma che le devo dire, io sono contro la destra senza fanatismi. Mi piace Veltroni, il miglior sindaco di Roma, Rutelli lo trovo intelligente, Fassino mi è simpatico, allampanato con gli occhioni che gli scappano dalla testa. Napolitano, dopo Pertini, è il miglior presidente che abbiamo mai avuto. Ciampi no, aveva troppo la parola ”patria” in bocca e questo mi fa venire un brivido. Io mi sono fatto tutto il fascismo con quella parola usata come scusa per uccidere la libertà». Facciamo il gioco della torre e torniamo in tv. Chi butterebbe giù tra Baudo e Chiambretti? «Chiambretti, anche perché non mi piacciono le scarpe da pallacanestro portate sempre». Tra Milly Carlucci e Simona Ventura? «Simona Ventura. E’ tendenziosa, fa confusione. Carlucci è perfetta, ha una dizione fantastica, è elegante. Pure lei è destrorsa ma non si può avere tutto». Tra la Carlucci e Daria Bignardi? «Bignardi è la mia preferita, mi è tanto simpatica». Tra Fazio e Fiorello? «Fiorello non ha rivali però Fazio mi piace moltissimo. Li salvo tutti e due». Tra Mara Venier e Paola Perego? Dovrei dire Venier, è veneta, la seguo da anni, ma la Perego è meno strappalacrime». Le ultime coppie: Carrà-Clerici e Littizzetto-De Filippi «La Carrà ha cominciato con me, ce l’ho sulla coscienza. La Littizzetto è geniale. Le mie preferite però sono Vanessa Incontrada e Michelle Hunziker». Con chi non uscirebbe mai a cena? «Con Calderoli, la Lega non mi piace per niente». Adesso che è tornato in Tv dopo 37 anni... «Un momento, il mio non è un ritorno. Ho accettato un invito e punto. Ho 83 anni e da venti non lavoro. Il mio oblomovismo me lo impedisce». Tanti anni fuori dalla scena a seguito di un macroscopico errore giudiziario. Nel 1970, 33 giorni in prigione con un’accusa destituita di fondamento. Ne è uscito da vincitore, ma pesa. «Certo che pesa, io ci faccio i conti in continuazione. Una volta mi è scappato di dire che Fiorello è il nuovo Walter Chiari, dopo anni che non pronunciavo più il suo nome. E parliamo di Walter, il mio migliore amico, lo chiamavo Walter-ego per quanto eravamo legati. E mi ha tradito. Ma non mi piace parlare di chi non c’è più». Lei ha anche scritto un libro su tutta la sua disavventura giudiziaria, «Operazione Montecristo». «Uno sfogo e un modo per sopravvivere. Stavo in galera, chiuso in una celletta d’isolamento piccolissima, bugliolo, secchio. Come le bestie. Avevo ottenuto dei quaderni e delle matite. Uno sfogo e un passatempo». Prova ancora del rancore? «Il rancore si è stemperato negli anni. Però per l’ingiustizia subita ho ancora parecchio fastidio. Proprio io che sono sempre stato contrario alle droghe, mai una prova che l’avessi presa perché non l’ho mai presa in vita mia. E poi Walter. Tutti lo dicevano ma io lo difendevo, non l’ho mai visto fare queste cose. E stavamo sempre insieme. Certo era sfrenato, sempre sopra le righe anche in casa, avrei dovuto capire». La Rai le fu ostile? «No, era una regola. Fino a quando non ho ottenuto l’assoluzione non potevano fare altro. E’ stato così anche per Tortora. Poveraccio, l’hanno assassinato. Andai a trovarlo in ospedale e ho pianto. Ecco, se con qualcuno devo ancora avercela è con i giudici che neanche nel caso Tortora capirono». Trentatré giorni possono cambiare una vita? «Una vita forse no, però per tanto tempo mi sono portato dentro una rabbia senza fine contro il pubblico ministero che mi aveva interrogato e non mi aveva creduto». Così si è ritirato dal lavoro. «Mi sono ritirato per vari motivi. La galera fu la goccia finale. La verità è che la musica invece di prendere la piega che pensavo io si era trasformata in qualcosa di più elementare, che non capivo e non sapevo fare. E non sapendola fare, mi sono disamorato della musica. E mi sono ritirato». E come vive? «Di Siae e di pensione, senza andare al cinema che non sento e al ristorante perché il brusio mi infastidisce. A casa, guardando la televisione, nel mio Piccolo Mondo Antico». Michela Tamburrino