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 2006  dicembre 06 Mercoledì calendario

PISCITELLO

Salvatore. Roma 1928. Dentista. Nel giugno 2003 uccise il figlio autistico e sordomuto Sergio, 39 anni (due colpi di revolver mentre dormiva). Condannato a sei anni di reclusione, il 5 dicembre 2006 è stato graziato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano • «[...] L’omicidio avvenne in presenza della madre, insegnante in pensione, che aveva assistito per tutta la giornata a violenti litigi tra il marito e il figlio, le discussioni e le aggressioni erano da anni ricorrenti e ormai incontenibili. ”Con una tragedia è finita la mia tragedia”, commentò all’epoca Salvatore Piscitello che non fu rinchiuso in carcere perché i pm presero in considerazione la sua età e lo stato di prostrazione psicologica, disponendo lo stato di detenzione extracarceraria prima in ospedale poi a casa. Il sentimento in cui maturò l’omicidio fu la disperazione, l’impotenza nel vedere il proprio figlio malato fin dalla nascita e la consapevolezza scientifica di non potere fare nulla per invertire il corso della malattia. Quello che angosciava il medico era soprattutto sapere che dopo di lui e sua moglie nessuno si sarebbe potuto prendere cura del figlio. ”Al presidente della Repubblica va tutta la mia riconoscenza - ha detto ieri Salvatore Piscitello - ha compensato con questa firma le negligenze delle istituzioni sanitarie che per tanti anni ci hanno lasciato scivolare sempre più nella disperazione”. E poi ha aggiunto: ”Per quasi quarant´anni abbiamo cercato aiuto, pietà e misericordia. Infine, disperato e sopraffatto come in un annebbiamento di tutto e niente, un baratro che si è aperto e si è richiuso ho sparato. Sono stato fermo a guardarlo, per un quarto d’ora, forse, poi ho chiamato i carabinieri. Se ci siamo arrivati, dove siamo arrivati, è stato per la disperazione”. Piscitello aveva costituito anche un fondo a favore del figlio nel caso in cui il medico fosse morto. [...]» (Anna Maria Liguori, ”la Repubblica” 6/12/2006) • «L’uomo dorme nel letto del figlio, ogni notte, e così, dice, si sente più vicino a quel ragazzo che ha ammazzato con un colpo di pistola sparato proprio lì, in quella stanza, da dietro il cuscino, col proiettile che arriva nel sonno: ”Ho fatto bene attenzione a non ferirlo, a ucciderlo subito. [...] Dopo avergli sparato sono andato dal parroco, volevo confessarmi. Sono cattolico, ma so che non è una colpa ciò che ho fatto, me l’ha detto anche il prete: ho liberato mio figlio, non parlava e non capiva, spesso era violento e picchiava chiunque, anche me e sua madre. Lo dico da credente: ci sono crudeltà tali, in alcune vite, che Nostro Signore non può tollerare. Per questo credo sia giusta l’eutanasia. In fondo, è ciò che ho fatto anch’io”. Con una pistola: è andato nella stanza dove suo figlio dormiva, ha messo il silenziatore, ha sparato. In casa, ci sono foto di questo ragazzo ovunque: è morto a trentanove anni; c’è una gigantografia di quando era bambino, coi capelli rossi e gli occhi celesti a guardare chissà dove, e un sorriso ampio e sereno, i denti bianchi e perfetti, senza neanche un’ombra, neanche una traccia d’infelicità. ”In verità, giorni felici non ne abbiamo avuti: da quando è nato Sergio la vita della mia famiglia è stata un calvario, nient’altro”. Ha una figlia e due nipoti che non vivono più in quella casa del Salario, sono andati via. [...] ”Sarò felice solo quando morirò e potrò ritrovare mio figlio”. [...]”» (Alessandro Capponi, ”Corriere della Sera” 6/12/2006).