Il Sole 24 Ore 05/12/2006, Romeo Orlandi, 5 dicembre 2006
Un post-maoismo per Cuba? Il Sole 24 Ore 5 dicembre 2006. Cuba, come altre numerose nazioni dell’Africa e dell’America Latina, deve una buona parte della sua crescita alla Cina
Un post-maoismo per Cuba? Il Sole 24 Ore 5 dicembre 2006. Cuba, come altre numerose nazioni dell’Africa e dell’America Latina, deve una buona parte della sua crescita alla Cina. Sta infatti entrando nell’orbita cinese all’insegna di un reciproco vantaggio economico. Pechino soddisfa i suoi appetiti di materie prime, acquistando dall’isola nickel e cobalto. Li ripaga con manufatti a basso costo, modesti ma comunque in grado di accontentare una popolazione che stenta ad uscire da frugalità e omologazione. I legami sono inoltre accentuati dal realismo politico: i partiti al potere hanno le stesse bandiere e in comune la volontà di arginare l’impero statunitense. Dopo la fine del periodo sovietico, Cuba ha diversificato le alleanze e ha bisogno dell’amicizia con la Cina. Può ammirarne l’esperimento sociale fino a prenderlo a modello? Sarà in grado di imitare la sua esperienza per uscire dall’andamento ondivago della sua economia? Le domande sono pressanti perché il cambio di guida a Cuba (si veda Mondo&Mercati del 14 novembre) ietro l’angolo, forse ià avvenuto. Tra le possibili uscite dall’impasse cubana - in particolare dalle sacche del sottosviluppo - c’’ipotesi del modello cinese post-maoista: dare fiato all’iniziativa privata e aprirsi con intelligenza all’estero. Le premesse ci sono tutte: l’isola igogliosa, ha prestigio internazionale, la diaspora potrebbe aiutarla, la popolazione olta, il sistema sociale funziona. Laddove si affermasse il principio che "arricchirsi iusto", l’iniziativa privata, piuttosto che essere proibita o limitata all’apertura dei ristoranti, potrebbe trainare una crescita radicata e non sporadica. L’attrazione dei capitali internazionali non si fermerebbe al turismo ma si estenderebbe all’agribusiness, alle miniere, allo sviluppo dei porti. La Cina, partendo da una situazione ancora più arretrata di quella cubana, in pochi anni ha costruito quello che manca all’isola caraibica: una solida base industriale e una rete efficiente di infrastrutture. Lo ha fatto tuttavia senza assolvere al compito che più urgentemente le assegnava la comunità internazionale, la riforma del sistema politico. La Cina ha acquisito potenza economica e si è conquistata diffusa autorevolezza, senza cedere alle pressioni che richiedevano maggiore democrazia, rispetto dei diritti umani, speranza di pluripartitismo. Pechino ha smentito queste aspettative e ha disilluso chi pensava che l’affermazione di una nuova classe sociale avrebbe trainato una società più aperta. Ha potuto farlo perché è coesa, protetta da muraglie ideologiche e reali, orgogliosa della propria storia, tanto grande da non essere attaccata. Per questo il suo modello rimane tanto spettacolare quanto eccentrico. Cuba, al contrario, è protetta solo dalle coste, la sua forza è il meticciato, ha un vicino ostile e ingombrante. troppo piccola per aprirsi senza cambiare, per crescere senza dare spazio all’opposizione. Le multinazionali che investono in Cina trovano una combinazione ineguagliabile: fabbriche funzionanti, manodopera economica e disciplinata, mercato in crescita. Investire e dunque modernizzare l’isola non è invece una necessità, non ancora un’opportunità. Gli esuli a Miami e i Governi occidentali, per dare fiducia a Cuba, chiederanno che il regime castrista cambi. Sarà difficile che lo stesso partito applichi politiche opposte, come è stato in Cina. La cruna dell’ago, per la dirigenza cubana, sarà gestire un’apertura ormai ineludibile con la stabilità e l’indipendenza dell’isola. Sarà possibile solo se il consenso non si dissolve e se le intransigenze di Washington e dell’Avana cesseranno di sostenersi reciprocamente. Romeo Orlandi