Giampaolo Visetti, la Repubblica 5/12/2006, pagina 1., 5 dicembre 2006
Il gas resuscita la vecchia Urss. la Repubblica, martedì 5 dicembre Bentornato, signor Lenin. Sono passati quindici anni, dall´autoscioglimento dell´Urss
Il gas resuscita la vecchia Urss. la Repubblica, martedì 5 dicembre Bentornato, signor Lenin. Sono passati quindici anni, dall´autoscioglimento dell´Urss. Un secolo, dalla prima rivoluzione russa e quasi novanta da quella bolscevica. Sulle rive del Caspio, in Asia centrale e nel Caucaso del Sud, riprende però ad alzarsi l´antico vento sovietico. Petrolio e gas, il crollo dell´universo comunista, avevano riorientato verso Occidente le ex repubbliche di Mosca. Il vuoto scavato sotto le macerie dell´impero, il fallimento della missione Usa in Medio Oriente, riconsegnano nelle mani del Cremlino il nuovo eldorado dell´energia. Fino a un anno fa, nei grattacieli di cristallo che sfidano le infinite stelle lungo la consumata Via della Seta si comprava in inglese. Oggi i miliardi di «doollaari» che volano lungo l´impressionante autostrada energetica si scambiano in russo. L´Europa, appena agganciata dalle condotte del combustibile, si allontana. Su Baku, assieme all´ex Urss, premono Iran e Turchia. Al di là del mare, da cui emergono le piattaforme petrolifere, Cina e India tornano ad esercitare un´irresistibile attrazione magnetica sui regimi centroasiatici. Entusiasmo atlantico e avanzata della Nato, nel 2006, si sono arenati tra Ucraina e Georgia. In Azerbaijan, dove la dinastia russofila degli Aliev regna di fatto dal 1969, i manifesti di Putin hanno sostituito quelli di Bush. La Casa Bianca, con il pretesto di frenare Tehran e Kabul, è riuscita a strappare due basi «non ufficiali». Bruxelles, in crisi da astinenza energetica e nel nome della stabilità del più strategico crocevia geografico d´Oriente, ha anteposto la propria fragilità a democrazia e diritti umani. Come contropartita, un anno fa, Stati Uniti ed Europa hanno ignorato le elezioni truccate, salvando l´apprendista-presidente-scià Ilham Aliev dalla rivoluzione. Nulla, rispetto all´offensiva del Cremlino. Il nuovo zar russo, per la prima volta dopo la dissoluzione dell´Unione Sovietica, quest´anno ha rimesso piede nel Paese. Un trionfo. Con lui una corte di 800 «biznezmen», ministri, generali e spie. Ha riaperto, in un palazzo più sfarzoso di quello presidenziale, anche l´ambasciata. Primo messaggio: se Baku fornirà gas e petrolio a Tbilisi, rompendo l´assedio russo a Saakashvili, Mosca raddoppierà il prezzo dell´energia nella regione. Dall´Armenia all´Uzbekistan, portafogli ad Ovest: ma testa, mani e piedi saldamente ad Est. La Russia di Gazprom e servizi segreti si è rimessa alla guida. L´indipendenza delle giovani repubbliche, precipitata addosso nel 1991, non è più nemmeno un sogno. Dalla valle di Fergana al Caspio, e fino al Caucaso, l´incubo riassume il profilo dell´estremismo islamico. Basiliche ortodosse e sezioni di partito si svuotano. Moschee e minareti sciiti tornano a radunare le ribollenti masse dei miserabili beffati da socialismo, capitalismo e democrazia. Nelle scuole coraniche, dove soffia il radicalismo iraniano, stanchezza, rabbia e delusione si stanno trasformando nell´unica politica del dissenso. Nelle piazze dei villaggi azeri, fra i container dei superstiti 140 mila profughi del Nagorno-Karabah, l´ebbrezza misteriosa della perestrojka è passata. La notte vengono rimontati i monumenti sovietici frettolosamente abbattuti: Lenin, Kirov e perfino un paio di vecchi Breznev deformati. Baku, assieme ad Almaty e ad Astana in Kazakhstan, è il simbolo di questa spettacolare retromarcia mentale fondata su energia, nazionalismo e nostalgia sovietica. La decrepita Csi, disperata risposta russa alla Nato durante l´agonia postsovietica, è defunta. Pochi giorni fa, a Minsk, l´ennesimo funerale. Sulle ex repubbliche dell´Urss, grazie a greggio, gas e armi, torna semplicemente il secolare dominio di Mosca. Pochi mesi, per chi rientra in Azerbaijan, e la generazione dei riformisti liberali risulta estinta. In dieci giorni il governo ha chiuso l´ultimo giornale d´opposizione, l´ultima agenzia di stampa indipendente, l´ultima tivù privata, l´ultimo partito democratico. Ridicole accuse di scuola Kgb: non pagavano l´affitto. In un anno sono stati uccisi tre giornalisti che criticavano il potere. L´opposizione, come in Russia e Bielorussia, non esiste più. «A due anni dalle elezioni - dice l´ex consigliere presidenziale Vafa Guluzada - Ilham Aliev applica il noto modello Lubjanka. Repressione, terrore, controllo totale: come a Mosca, le vittime del 2008 cadono oggi». Nel novembre 2005 scesero in piazza 5 mila dissidenti. Qualche giorno fa a Baku, prima di essere dispersi a bastonate, hanno sfilato in 50. Milioni di vite sprecate: spente tra l´ebbrezza per la fine dei settant´anni di totalitarismo e la spaventosa delusione per il fallimento della libertà. Un´élite ricca sfondata e un esercito di 8 milioni di poveri. La tomba del comunismo, complice il tradimento di Mosca e dell´Occidente, si è trasformata nel sarcofago della democrazia. «Nulla cambierà mai - dice l´accademico delle scienze Rovshan Mustafaev - Le repressioni dei primi anni Novanta avevano già annunciato il nostro destino di schiavi arricchiti. Solo l´esaurimento dei pozzi potrebbe restituirci una dignità». Sul Caspio regnano così i «doollaari» e la più alta corruzione del mondo: ma ormai comanda l´autoritarismo dispotico predicato dal Cremlino. I «contratti del secolo» con Usa e Ue sono firmati. Oleodotti e gasdotti, che collegano le steppe asiatiche con il Mediterraneo, sono aperti e in via di inaugurazione. Quest´anno la produzione di greggio azero è balzata a 600 mila barili al giorno. Grazie alle condotte del Baku-Tbilisi-Ceyhan, entro il 2008 si potrebbe superare il milione e mezzo. Per le banche di Stato, ogni mattina, una pioggia di oro. Un diluvio, entro il 2010. Le sei piattaforme marine di «Shah Deniz», installate da Saipem a cento chilometri dalla costa, pomperanno in Europa anche il gas di quello che si sta rivelando uno dei più vasti ed economici giacimenti del pianeta. Petrolio e metano, pescati fino a 175 metri di profondità nel Caspio, vengono sparati oltre le montagne georgiane, a tremila metri di altezza, prima di rituffarsi sotto il mar Nero, o precipitare nei depositi di gas a Erzurum, in Turchia. «Gli ex segretari del Pcus, reinventati presidenti democraticamente eletti a vita e per successione - dice la direttrice dell´Istituto di studi internazionali di Baku, Lejla Alijeva - hanno però scelto. Va bene fare affari con l´Europa e vestire Dolce e Gabbana: ma Asia centrale e Caucaso, politicamente, tornano nell´orbita di Mosca». La logica che ha bloccato le «rivoluzioni a colori» scoppiate in Georgia, Ucraina e Kirghizistan, è elementare: «Se sei ricco - ha ricordato Putin incontrando il padre-padrone del Turkmenistan, Saparmurat Nijazov - la libertà ostacola la crescita». Basta affacciarsi dal medievale palazzo degli Shirvan Shah, cuore della capitale. Tra i calcinacci sovietici stanno sorgendo 530 grattacieli. In tre anni, 1700 nuovi palazzi, quasi tutti deserti. Più cantieri che a Shangai, nonostante il 30% della gente viva con meno di due dollari al giorno. Dal 2000, i prezzi al metro sono saliti di otto volte: da 500 a 4 mila dollari. Uno choc. Il prodotto interno lordo azero, nel 2006, è aumentato del 35%, il budget dello Stato del 60%. Un imbattibile record mondiale, in overdose da petrolio. «Tra dieci anni - esulta Igor Yakovenko, presidente della holding delle telecomunicazioni Azel - saremo il nuovo Kuwait. Il fondo nazionale dell´energia accumulerà oltre 170 miliardi di dollari. Le banche offrono già il 14% sui depositi». A 45 anni, Yakovenko è il Bill Gates del Caucaso. I tre orologi d´oro allacciati al suo polso sono lo specchio del drammatico passaggio incompiuto tra la dittatura e la democrazia. Mentre l´Unione sovietica cadeva a pezzi, con due compagni di scuola puntò 200 dollari su telefoni e computer. Il suo gruppo fattura oggi 25 milioni di euro e lui è il quarto dei mille nuovi milionari del Paese. «Chi è fedele ai clan della riciclata nomeclatura capitalista - dice l´economista Ilgar Mammadov - può acquistare fino a 300 appartamenti all´anno». Dal 1994 al 2005 a Baku erano stati investiti 9 miliardi di dollari. Nel 2006, in dieci mesi, solo nell´edilizia se ne sono spesi quasi 4. La parola magica è «qvartiir». Con il 40% di disoccupazione reale e stipendi medi da 200 dollari, resta ufficialmente segreto perché si investa in questa desolata foresta di grattacieli vuoti. Pretendendo l´anonimato, un banchiere spiega che la folle corsa è iniziata nel 2001, dopo l´attacco di Al Qaeda a New York. «I controlli bancari si sono irrigiditi. Il riciclaggio all´estero dei capitali esentasse, provenienti da energia e droga, è rischioso». Il tesoro dell´ex Urss, seguendo l´esempio di Dubai, si lava nel cemento. Entro il 2013, secondo un rapporto Cia, Asia centrale e Caucaso dovranno scegliere fra pluralismo democratico ed estremismo islamico. La nuova Guerra Fredda tra Russia e Occidente, combattuta a stock di greggio e gas, si consumerà qui. Guardando la fiamma perenne del tempio di Suraxani, dove ancora si venera Zoroastro, la sconfitta della sfida alla dittatura comunista appare chiara. La spinta civile dell´ultimo ventennio del Novecento si è consumata. Nelle disastrate ex repubbliche sovietiche, 15 anni dopo Gorbaciov, nessuno crede più nel proprio Paese. Risorse immense e privilegi, prima che il cerchio di Mosca si richiuda, vengono svenduti agli stranieri. I piccoli eredi di Lenin, acciecati da potere e finanza, hanno rinunciato a dare orgoglio e dignità ai propri cittadini. «Spremono il limone fino all´ultima goccia - dice il vecchio comunista Ilgam Mamed-Zade - oro in Svizzera e biglietti dell´aereo pronti. Dei sogni di riscatto, resta il quadro nero di Malevich». Giampaolo Visetti