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 2006  novembre 30 Giovedì calendario

Rivoluzione Marchionne. Corriere della Sera Magazine 30 novembre 2006. Il manager italiano venuto dal Canada, che in poco più di due anni ha ridato una prospettiva di sviluppo alla Fiat, il figlio di emigranti abruzzesi che ha fatto questo senza entrare in conflitto con i sindacati, ma anzi concludendo con loro un accordo aziendale che distribuisce 1

Rivoluzione Marchionne. Corriere della Sera Magazine 30 novembre 2006. Il manager italiano venuto dal Canada, che in poco più di due anni ha ridato una prospettiva di sviluppo alla Fiat, il figlio di emigranti abruzzesi che ha fatto questo senza entrare in conflitto con i sindacati, ma anzi concludendo con loro un accordo aziendale che distribuisce 1.100 euro di premio ai lavoratori, ha stabilito un buon rapporto con Guglielmo Epifani, il segretario che nel 2002 raccolse la difficile eredità di Sergio Cofferati e che a suo modo ha compiuto anche lui un’impresa, aumentando ancora la forza della Cgil, contro tutte le previsioni. «In questi due anni ci siamo visti o sentiti in tutti i momenti chiave e ne ho sempre tratto la convinzione che lui lavorava per una soluzione positiva dei problemi e che quindi si poteva cambiar pagina», dice Epifani. Per carità, il rapporto tra i due è «formale», né potrebbe essere altrimenti per il capo dell’azienda che ha fatto la storia del «padronato» e per il capo del sindacato che trae la sua origine dalla lotta di classe. «Non ci diamo del tu, ma del lei». Però qualche battuta ogni tanto ci scappa, come quando trovandosi d’accordo, «ci diciamo: certo, tra filosofi…». Non solo hanno la stessa laurea, ma quasi la stessa età. Epifani, 56 anni, romano, cresciuto poi a Milano. Marchionne, 54, nato a Chieti, ma trasferitosi a 13 anni in Canada con i genitori. «Il fatto di essere figlio di abruzzesi che si sono trasferiti per lavoro nel Nord America se lo porta dietro. Nella sobrietà con cui si presenta, nel fatto che non marca mai il distacco con l’interlocutore, ma stabilisce un rapporto con lui. Insomma, non fa pesare la sua posizione, gli viene naturale trattare alla pari con la persona che ha di fronte ». E questa, osserva Epifani, è certamente una grande novità del personaggio, rispetto ai suoi predecessori alla guida della Fiat e più in generale rispetto allo «stile militar-sabaudo» dei manager della casa torinese. «La prima volta che l’ho incontrato, subito dopo la sua nomina, mi ricordo che ho pensato: ”Uno così avrà problemi con tutto l’apparato gerarchico della Fiat”». E invece Marchionne quell’apparato lo ha smontato, accorciando la linea di comando, e questo è stato uno dei primi segnali di cambiamento. «Fin dall’inizio si vedeva che era pieno di energia e assolutamente convinto di riuscire a salvare la Fiat». Ma tutti erano scettici e la Cgil più degli altri. Erano i tempi in cui la Fiom, cioè il sindacato dei metalmeccanici Cgil guidato da Gianni Rinaldini, diceva che la Fiat si sarebbe salvata solo con l’intervento pubblico nel capitale dell’azienda. «Questa sembrava allora una misura necessaria davanti alle resistenze della famiglia Agnelli a nuovi investimenti. L’altra strada, che io stesso, come molti altri, proponevamo era quella di un’alleanza con un partner forte estero. E invece Marchionne ha fatto la scelta che sembrava più debole, ma che si è rivelata la più forte: fare della Fiat il centro di una politica di alleanze a 360 gradi, mirate al proprio interesse commerciale, produttivo e di riduzione dei costi. E così oggi l’azienda ha le potenzialità per penetrare in molti mercati, anche fuori dall’Europa ». DALLA FINANZA ALL’INDUSTRIA All’inizio, però, Rinaldini dette un giudizio tranchant: «Marchionne ha grandi competenze finanziarie, ma credo che non sia in grado di gestire il settore auto, c’è bisogno di qualcuno che abbia competenze industriali». «Allora sembrava così», dice Epifani, «e in effetti non ricordo esempi di altri manager finanziari che abbiano avuto successo in campo industriale. Ma tutto questo è stato possibile - ci tiene a dire il segretario della Cgil - non solo per le qualità del manager, bensì per tre fattori: l’impegno degli azionisti e la loro decisione di investire sull’auto, il ruolo delle banche e il comportamento responsabile e decisivo del sindacato e dei lavoratori, del quale si parla molto poco. Adesso bisogna proseguire nella sfida, tirando fuori i nuovi modelli, investendo nella ricerca sul motore ibrido e sulle altre innovazioni, ampliando l’occupazione in Italia». Marchionne la sua attenzione alla fabbrica la volle mostrare con un gesto simbolico, nel suo primo giorno da amministratore delegato, il 7 giugno 2004, quando di buon mattino visitò lo storico stabilimento di Mirafiori, quello del quale il sindacato temeva la chiusura e dove invece sono stati di recente assunti «30 giovani, a tempo determinato i cui contratti spero vengano trasformati a tempo indeterminato: sarebbe il coronamento di questo percorso di cambiamento». Anche se poi la Fiat subordina altre assunzioni alla possibilità di mandare in prepensionamento, in parte a carico della collettività, circa mille dipendenti. Il tutto in accordo con i sindacati: «Sì, è vero, ma è uno strumento che deve favorire l’ingresso di giovani e sviluppare nuove attività», sostiene Epifani. Oggi c’è qualche problema per lo stabilimento siciliano di Termini Imerese: i costi di produzione devono scendere, dice Marchionne, e i sindacati sono in allarme. « un po’ che non ci sentiamo e questo significa che finora le cose sono andate bene, ma…». Ma probabilmente dovranno sentirsi presto, se su Termini la matassa dovesse ingarbugliarsi. A volte una telefonata può molto. Fu così nella soluzione della durissima vertenza alla fabbrica modello di Melfi: «C’era il pezzo tradizionale della Fiat che resisteva. Marchionne, invece, capì che al fondo i lavoratori avevano una ragione e fu decisivo per sbloccare la situazione». E fu così anche per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici: «Lui, nella Federmeccanica, si spese per questo risultato, contro chi non voleva fare l’accordo anche con la Fiom». E decisivo fu il suo input per l’accordo sull’integrativo aziendale, il primo dopo 10 anni. I COMPLIMENTI AL SINDACATO Poi arrivarono gli apprezzamenti pubblici a Cgil, Cisl e Uil. «Ricordo benissimo quando in un’intervista al Corriere della Sera disse che il sindacato italiano è il migliore d’Europa». Ed Epifani ricorda anche gli inviti al sindacato alla presentazione della nuova Punto e all’incontro con gli analisti per la presentazione dei conti. Analisti scandalizzati davanti al manager che li invitava a non guardare solo ai dati finanziari, ma anche alla realtà produttiva della fabbrica. Ma il «manifesto politico» di Marchionne, dice Epifani, sta nel suo intervento all’Unione industriale di Torino, lo storico quartier generale del padronato italiano, dove il nuovo amministratore delegato della Fiat «fece un ragionamento inedito, spiegando che un manager, per risanare, non deve necessariamente licenziare, perché questa è la via più facile, ma deve puntare sul lavoro e sul prodotto. Un concetto innovativo per la cultura imprenditoriale italiana, più vicino al modello tedesco dove il lavoratore cerchi di tenerlo anche quando le cose vanno male perché sarà il tuo punto di forza quando ti riprendi». L’exploit di Marchionne interroga la sinistra, anche quella antagonista per la quale il padrone è sempre il padrone. Tanto che Fausto Bertinotti, passato da leader di Rifondazione comunista a presidente della Camera, ha parlato dell’ad della Fiat come del «buon borghese», proponendo addirittura al quotidiano del suo partito, la scorsa estate, di pubblicarne un discorso. Epifani si rende conto del significato del giudizio di Bertinotti, ma dice che la categoria del buon borghese «non si adatta a Marchionne. Quella è una definizione di un’altra stagione. Lui invece è un manager moderno. Un ottimo manager». Che tra l’altro sa curare come pochi i suoi interessi, come dimostrano i 10 milioni di azioni di stock option che ha ottenuto, legati al raggiungimento degli obiettivi del piano 2007-2010. «Non amo molto le stock option: c’è troppa distanza tra le retribuzioni dei manager e quelle dei lavoratori. Ma almeno, adesso anche lui ci pagherà le tasse», dice Epifani. «Marchionne è un manager fuori dagli schemi ai quali siamo abituati in Italia», prosegue. «Non dimenticherò mai il suo faccione in tv che mostrava sconcerto, a Vicenza, durante lo show di Berlusconi, allora presidente del Consiglio. Lui forse una cosa così non l’aveva mai vista né poteva prevederla». E poi, riprende Epifani, «nel borghese, anche quando è illuminato, percepisci sempre un atteggiamento dall’alto verso il basso, che nel caso di Marchionne non c’è». Stile informale, anche nell’abbigliamento. L’accordo integrativo con i sindacati lo firmò senza cravatta, come Rinaldini che gli stava di fronte. Un fatto senza precedenti, tanto che l’austero settimanale della Cgil, Rassegna sindacale, gli dedicò un corsivo di Fernando Liuzzi dal titolo appunto «Senza cravatta». Poi Marchionne è andato oltre e ha presentato la situazione di bilancio senza più neppure la giacca, con quel maglioncino blu casual che ha fatto impazzire di gioia i fotografi. Epifani, che nessuno ricorda in una mise senza giacca e cravatta, su questo non transige: «Non è sempre così, ma alla fine devi portarla quasi sempre la cravatta… con tutti gli incontri che facciamo. E per la verità tutte le volte che ho visto Marchionne, aveva la cravatta ». Niente da fare, insomma: Epifani il golfino non lo metterà mai.Tanto meno blu. Che c’entri una certa antipatia per Berlusconi? Enrico Marro