Corriere della Sera 30/11/2006, pag.47, 30 novembre 2006
Le vere Mille e una notte. Corriere della Sera 30 novembre 2006. I l capolavoro arabo che finora abbiamo letto sotto il titolo Le mille e una notte era un ibrido, se non un falso
Le vere Mille e una notte. Corriere della Sera 30 novembre 2006. I l capolavoro arabo che finora abbiamo letto sotto il titolo Le mille e una notte era un ibrido, se non un falso. O meglio, una varietà dei tanti falsi circolati per secoli in Oriente e in Occidente. Non si tratta di minuzie per filologi. No, era un’opera completamente diversa rispetto a quella originale, messa insieme fra XIII e XIV secolo e ricostruita, con più che ventennale pazienza certosina, da Muhsin Mahdi, luminare di letteratura araba dell’Università di Harvard. Il risultato è un’edizione critica apparsa tra il 1985 e il 1994 e condotta sul più antico manoscritto arabo. Ora, il testo originale appare in traduzione italiana ( Le mille e una notte, Donzelli, pagg. 605, e 29,50) a cura di Roberta Denaro e con bella introduzione di Vincenzo Cerami. Vale la pena segnalare al lettore che da oggi le librerie italiane avranno due edizioni diverse del capolavoro arabo: perché oltre a quella di Donzelli, circola da qualche giorno, rilanciata in una antologia tascabile edita da Einaudi, anche la vecchia versione dall’arabo approntata nel ’48 da Francesco Gabrieli, il quale si basò su un’edizione ottocentesca che alla luce dei nuovi studi risulta poco attendibile. La vicenda del re Shahriyar e della bella Shahrazad, che ha ispirato per secoli eserciti di scrittori e poeti, è nota in ogni angolo del mondo. Scopertosi tradito dalla moglie, che si è fatta possedere dallo schiavo nero Masud, il sovrano si convince, dopo aver girovagato per il mondo con il fratello, che non esiste una donna onorata. Decide allora di eliminare la moglie e di sposarsi ogni notte con una fanciulla diversa, di toglierle la verginità e di mandarla a morte la mattina seguente. Dopo aver consumato per anni il suo funesto rituale, Shahriyar incontra Shahrazad, che riesce ad accendere il suo interesse raccontandogli fino all’alba una novella che terminerà la notte dopo: pur di conoscerne il finale, il re rimanda ogni volta l’esecuzione della ragazza, perché notte per notte, a catena, il meccanismo si ripete con storie sempre diverse lasciate in sospeso. Dopo mille e una notte, Shahriyar, ormai libero dall’ipocondria che lo possedeva, le fa grazia e sposa la ragazza. Le mille e una notte è un contenitore di storie che potrebbero moltiplicarsi all’infinito, tenute insieme da una cornice. proprio questa struttura estremamente composita e aperta ad aver favorito nei secoli interpolazioni, aggiustamenti, sostituzioni, innumerevoli manomissioni. Ne derivò una colossale metamorfosi nel tempo e nello spazio. Altrettanto magmatico dunque risulta il tentativo di ricostruire lo sviluppo dell’opera da quando, tra VIII e IX secolo, l’attività di traduzione e volgarizzamento ha favorito l’ingresso nella letteratura araba di opere novellistiche provenienti dalle tradizioni più antiche (greca e indo-iranica). A quanto pare, appartengono a quel contesto le primissime testimonianze frammentarie delle Mille e una notte, le cui tracce riemersero a Parigi nel 1704 grazie all’arabista francese Antoine Galland, che fece un’operazione discutibile ma fortunatissima, ottenendo un tale prestigio da influenzare persino la trasmissione del testo in lingua araba. Borges definì la versione Galland «la peggio scritta di tutte, la più bugiarda e la più debole», aggiungendo però che «chi le si accostò conobbe la felicità e la meraviglia». Le Notti tradotte in francese da Galland si reggevano su un manoscritto arabo in tre volumi proveniente dalla Siria e conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi. I tre volumi comprendono un Prologo e 282 notti. Può darsi che Galland abbia lavorato su altri materiali scritti oggi non reperibili, è certo però che la sua edizione francese si avvalse del contributo orale di un siriano di Aleppo, il maronita Hanna Diab, giunto a Parigi nel 1709, da cui raccolse alcune storie non comprese nel corpus originale, diverse delle quali divenute famosissime come quelle di Alì Baba, Aladino, Simbad, eccetera. Il tutto concorreva ad andare incontro al gusto non solo della corte di Versailles ma anche a quello in voga nei salotti europei illuministi, desiderosi di leggere un Oriente stilizzato, favoloso ed esotico, attraverso una prosa elegante e aulica molto lontana dalla lingua ibrida e popolareggiante in cui furono scritti i racconti, destinati originariamente all’intrattenimento di un pubblico molteplice nelle piazze e nei mercati: e proprio per questa loro funzione primitiva furono considerati dalla cultura araba come un sottoprodotto per palati volgari. Nella loro forma scritta, per così dire definitiva, risalente alla seconda metà del XIII secolo tra Siria e Egitto, Le mille e una notte contengono infatti testi che hanno avuto una circolazione singola di manoscritto in manoscritto. Tuttavia, il velo dell’orientalismo in chiave occidentale sovrappostovi da Galland ne ha molto compromesso l’autenticità, stemperandone le asperità e gli intrecci, correggendone l’oralità, edulcorandone i risvolti anche erotici, spesso decontestualizzandone la ricchissima e brulicante materia. Diversi sono stati i tentativi ottocenteschi, che Roberta Denaro mette puntualmente a fuoco, di restituire, dopo Galland, un testo delle Notti fondato su criteri scientifici. Il che diede il via a una vera e propria caccia al fantomatico manoscritto originale. In realtà al filone siriano, erroneamente considerato secondario, si è aggiunto un ricco versante egiziano con una miriade di versioni spurie destinate ad aggiungere confusione alla confusione. L’edizione di Mahdi ricostruisce la più antica versione del testo arabo sulla base del manoscritto parigino utilizzato da Galland, depurandolo di tutte le incrostazioni successive.