Corriere della Sera 24/11/2006, pag.53 Sergio Romano, 24 novembre 2006
L’esercito in Campania e le cinque polizie di Stato. Corriere della Sera 24 novembre 2006. Dopo gli exploit della criminalità napoletana, molti hanno chiesto l’invio dell’esercito e poiché è richiesta frequente conviene discuterne
L’esercito in Campania e le cinque polizie di Stato. Corriere della Sera 24 novembre 2006. Dopo gli exploit della criminalità napoletana, molti hanno chiesto l’invio dell’esercito e poiché è richiesta frequente conviene discuterne. Innanzitutto impiegare in emergenze interne l’esercito non è né insano né illecito. Da molti anni la Gran Bretagna schiera il suo in Nord Irlanda valorizzandone le competenze specifiche. In Italia invece lo si è finora impiegato quale presenza rassicurante o in ruoli minori quali le pattuglie antiscippo, i check point, il piantonamento di portoni e palazzi e magari la scorta degli immancabili vip. Erano misure accettabili quando l’esercito era di leva, era snobbato dai media e dalla politica, non aveva impegni operativi e cercava un motivo per uscire dalle proprie caserme e così rendersi visibile e utile. Non è più così. Oggi l’esercito è di professione, si è fatto le ossa in molteplici e complesse operazioni oltremare e deve fare fronte a più impegni di quanti ne possa assolvere. Non ha senso devolvergli i ruoli minori delle forze dell’ordine, peraltro molto più numerose di lui oltre che titolari di un’autorità che non gli è delegabile. Se si vuole impiegare l’esercito, certo non si farà indietro, ma gli si chiedano quelle prestazioni che ormai padroneggia, che è il solo in grado di dare e in cui può operare con le altre due forze armate, in un collaudato contesto interforze. Se poi, per motivi politici, non si osa chiedergli ciò che sa fare è comprensibile, ma non è un suo problema. Luigi Caligaris Caro Caligaris, alle sue osservazioni aggiungo che si è molto parlato, nelle scorse settimane, della presenza dei militari in Campania, ma pochissimo delle loro regole d’ingaggio. Come dovrebbe reagire il soldato testimone di uno scippo o di una rapina? Dovrebbe limitarsi a intimare l’alt e sperare di essere ubbidito? O potrebbe ricorrere all’uso dell’arma di cui dispone? E, soprattutto, in quale modo dovrebbe intervenire se la folla, di fronte ai suoi occhi, impedisse alla polizia di catturare un malvivente? Non credo che il governo possa permettersi di impiegare soldati in circostanze per cui non sono addestrati. Sperare che la loro semplice presenza produca un effetto rassicurante e deterrente mi sembra pericolosamente ingenuo. Resta poi il fatto, a cuilei accenna implicitamente nella sua lettera, che l’Italia, sulla carta, non ha alcun bisogno di completare il proprio dispositivo di sicurezza interna con l’apporto delle forze armate. Secondo l’agenzia «Il Velino», abbiamo cinque forze di polizia (polizia di Stato, carabinieri, polizia penitenziaria, guardia di finanza, guardie forestali) per un totale di 340.000 unità. In una nota sulla sicurezza interna lo studioso di cose militari Piero Laporta aggiunge 60.000 vigili urbani, un numero imprecisato di poliziotti provinciali (un fenomeno recente) e 60.000 vigilantes: in tutto, grosso modo, un poliziotto ogni 110 italiani. Ciò che maggiormente preoccupa è che i maggiori corpi dello Stato abbiano una irrefrenabile tendenza a esaltare la propria autonomia dotandosi di tutti i mezzi disponibili sul mercato: autoblindo, aerei, elicotteri, mezzi navali. Si afferma che le capitanerie di porto abbiano soltanto, per controllare le coste, 500 natanti. Ma Laporta ricorda che quelli delle cinque polizie di Stato sono 453. So che ogni corpo di polizia ha le proprie tradizioni e che la sua efficacia dipende anche dalla fierezza con cui difende la sua identità. Ma non credo che il Paese possa permettersi il costo di certe duplicazioni. La parola magica «coordinamento» risuona nel dibattito politico nazionale ogniqualvolta il Paese deve affrontare una emergenza. Ma scompare, travolta dalle gelosie corporative, non appena l’Italia politica, distratta, si occupa d’altro. A tutto questo occorre aggiungere, caro Caligaris, che l’uso della polizia è spesso dettato da esigenze burocratiche, politiche e cerimoniali. Non penso soltanto alle scorte, troppo numerose, e ai poliziotti che decorano con la loro presenza i palazzi dei poteri, i funerali, le pubbliche cerimonie, le visite presidenziali e ministeriali. Penso all’uso delle forze di polizia in mansioni alquanto lontane dalle loro funzioni principali. Lei stesso, caro Caligaris, osservò qualche anno fa che alle procedure del «passi», nei ministeri, provvedono brigadieri dei carabinieri con meno di trent’anni. Ma al Pentagono lo stesso servizio è assicurato da ausiliarie cinquantenni e in Inghilterra da pensionati sessantenni. Credo che quei brigadieri potrebbero essere usati più utilmente in altre mansioni e che sarebbero i primi a esserne soddisfatti. Sergio Romano