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 2006  novembre 29 Mercoledì calendario

Il velo è un profilattico impedisce di pensare. Libero 29 novembre 2006. Roma. «Il peggior incubo di Osama Bin Laden», come l’ha definita il New York Times, è una donnina di un metro e cinquanta, con le mèches a spazzola, gli occhiali da gatta e la camicetta fuxia

Il velo è un profilattico impedisce di pensare. Libero 29 novembre 2006. Roma. «Il peggior incubo di Osama Bin Laden», come l’ha definita il New York Times, è una donnina di un metro e cinquanta, con le mèches a spazzola, gli occhiali da gatta e la camicetta fuxia. Irshad Manji, una femminista musulmana nata 38 anni fa in Uganda e cresciuta in Canada, che ieri ha presentato il suo libro "Quando abbiamo smesso di pensare?» (Guanda) in un convegno organizzato nel Convento di Santa Maria sopra Minerva da Daniela Santanchè, di An, e l’avvocato Barbara Pontecorvo. Irshad ha lanciato la sua sfida ad Al Qaeda: una riforma dell’Islam che parte dalle donne e dalla loro emancipazione economica, per estendersi a tutti gli islamici moderati d’ Occidente. Prima tappa: il congresso dei riformisti musulmani che si terrà a febbraio a Copenaghen. Come ci si sente ad essere l’incubo di Bin Laden? «Per me è un grandissimo complimento, perché io disprezzo tutto ciò che lui rappresenta. Anzi, c’è una cosa che posso dire di non disprezzare». E cosa ammira del leader di Al Qaeda? «Ho saputo che tutte le sue mogli sono molto istruite e alcune tengono delle lezioni all’università, quindi lui non è andato a scegliersi delle oche. Ma sono i suoi valori che mi trovano del tutto contraria. Lui non offre nessun tipo di riforma e liberazione, ma solo un’ulteriore dittatura che viene dal deserto e quindi essere per lui un incubo mi riempie di gioia». Lei è musulmana, perché non indossa il velo? «Molte donne musulmane dicono di indossare il velo perché non vogliono che il loro corpo diventi un oggetto sessuale, quindi lo coprono. Ma è esattamente l’opposto. Il fatto di indossarlo vuol dire che tutto il corpo è già stato reso oggetto sessuale dagli uomini. Ecco perché non lo porto». Molte difendono il velo dicendo che non è un simbolo religioso ma un oggetto della tradizione. « vero, ma il Corano non dice che le donne debbano portare il velo o l’ hijab (fazzoletto che cela orecchie, nuca e capelli, ndr). Dice semplicemente che tutti debbano vestire in modo modesto. Posso raccontarle una storia?» Racconti. «Tre anni fa ho incontrato per caso il leader della Jihad islamica, Mohammed al Hindi. Ma non avevo con me il mio hijab, quindi gli ho detto: mi scusi, non l’ho portato, però ho il mio cappellino da baseball e d’altronde, come lei sa, il Corano non dice che devo indossare il velo ma che devo vestire con modestia». E lui? «Ha riso e ha detto: ma certo che va bene». Non l’ha mai indossato? «Quando frequentavo la madrassa (la scuola religiosa) a Vancouver era obbligatorio portare proprio il chador, fatto in modo che non uscisse nemmeno una ciocca. Quando lasciavo la madrassa, il sabato, il mio spirito era afflosciato, come i miei capelli, e mi sentivo come se avessi passato la giornata con un profilattico in testa che mi mettesse al riparo da qualsiasi attività intellettuale». E quando ha deciso di strapparsi via il "profilattico"? «Appena finivano le lezioni mi strappavo tutto di dosso, ma a 14 anni sono stata cacciata dalla madrassa, dopo una lite furibonda sugli ebrei con il maestro che a un certo punto mi ha detto: o credi che gli ebrei sono cattivi o te ne vai. Io mi sono alzata in piedi e ho marciato fuori spalancando la porta con un calcio. E mentre uscivo ho gridato: "Gesù Cristo", senza redermi conto lì per lì che anche Gesù era un ebreo». Si è convertita al cristianesimo? «Ho lasciato la madrassa, ma non ho lasciato la mia fede islamica. Ho studiato per 20 anno l’Islam nella biblioteca pubblica della mia città e ho scoperto dei modelli femminili fortissimi nella storia islamica di cui nessuno mi aveva mai parlato, come Cadigia, la prima moglie di Maometto».  favorevole a una legge contro il velo? «Dipende. Quando ho saputo della legge francese ero contraria, perché mi sembrava che privasse della possibilità di scelta. Poi ho cambiato idea perché una settimana prima che la promulgassero c’è stato un sondaggio sulle donne musulmane che si sono dichiarate quasi tutte a favore». Come mai? «Avevano paura delle vessazioni che avrebbero subito dagli uomini se non avessero indossato il velo e solo sotto anonimato hanno avuto il coraggio di dire quello che pensavano. Così ho capito che l’unico modo per esprimere la loro scelta era con questa legge». Una legge contro il velo non priva di un diritto chi vuole indossarlo? «No, perché la legge si applica solo alle scuole pubbliche e fino a una certa età: è un ottimo compromesso. I musulmani d’Europa hanno la mentalità della maggioranza in una realtà in cui sono minoranza. Anch’io ne faccio parte: la mia pelle di colore, sono musulmana e sono dichiaratamente gay, ma non me ne vergogno. Anzi, ringrazio Dio, perché questo mi ha insegnato la virtù della negoziazione. Non sento i miei "handicap" come dei pesi, ma come dei doni: grazie ad essi sono riuscita a inserirmi in una società secolare come quella occidentale, mentre per loro è impossibile». Barbara Romano