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 2006  novembre 29 Mercoledì calendario

Biografia di Gianni Vattimo Essere Dio. "Caro signor Professore, alla fin fine avrei preferito di molto fare il professore a Basilea piuttosto che essere Dio; ma non ho osato seguire il mio egoismo privato fino al punto di trascurare per causa di esso, la creazione del mondo" (Friedrich Nietzsche, Lettera a Jacob Burckhardt, Torino, 6 gennaio 1889)

Biografia di Gianni Vattimo Essere Dio. "Caro signor Professore, alla fin fine avrei preferito di molto fare il professore a Basilea piuttosto che essere Dio; ma non ho osato seguire il mio egoismo privato fino al punto di trascurare per causa di esso, la creazione del mondo" (Friedrich Nietzsche, Lettera a Jacob Burckhardt, Torino, 6 gennaio 1889). Natali. Chiamato Gianteresio, per non fare torto a nessuno dei due nonni (nonno Giovanni, nonna Teresa), Gianni Vattimo nasce il 4 gennaio del 1936 a Torino, a Borgo San Paolo, quartiere di case popolari, dalla madre Rosa, classe 1900, sarta di professione, nativa di Pinerolo (Torino), e dal padre Raffaele, classe 1885, contadino calabrese immigrato a Torino nel 1910, e poi poliziotto. "Mi è rimasto impresso – non so come, sicuramente è una frase che ho sentito in casa più tardi – che certe sere papà era ”di cinta” (io capivo ”in cinta” e non capivo nulla). Voleva dire che faceva servizio all’esterno del carcere". Rimane orfano di padre, morto di polmonite, a sedici mesi. Proletario. "Io ho sempre detto che ero uno che poteva andare a cena dall’Avvocato ma non potevo portare nessuno… Perché non sono parente, non sono dentro il giro e c’è sempre questa riserva mentale, questa rete di insofferenza nei miei confronti. una riserva di classe, io sono un proletario, c’è poco da friggere. Poi sarò anche un intellettuale, ma prima di tutto provengo dai bassifondi, non nasco bene, sono uno che viene dal nulla e, come se non bastasse, sono un misero ex - cattolico. Mio padre era calabrese. E faceva il poliziotto". Sfollato. Ha cinque anni quando casa sua è rasa al suolo da un bombardamento e per un pelo non ci lascia la pelle ("per caso eravamo nel rifugio di fianco al nostro"). Persa la casa è sfollato con sua madre e sua sorella, di otto anni più grande, al paese originario del padre, Cetraro, vicino a Paola, in Calabria. Finita la guerra, tempo una settimana, torna a Torino, ma parlando solo dialetto calabrese, è preso per terrone e le busca sempre. Oratorio. Sua madre e sua sorella lavorano tutto il giorno, e Gianni Vattimo, quando non studia, passa il tempo per strada. Finché due signore che hanno la drogheria vicino a casa sua, le sorelle De Gasperi (così soprannominate perché "erano due cattolicone") non chiedono alla madre perché mai non vada all’oratorio. Da allora messa tutte le mattine - "ero un santino" -, e l’oratorio San Filippo Neri il pomeriggio (delegato diocesano studenti nel 1954, diventerà uno dei capi dell’Azione Cattolica torinese). Unica eccezione, il sabato pomeriggio, le feste a casa delle compagne più ricche del ginnasio ("Noi maschi dovevamo portare le paste. E io spesso non avevo i soldi. Avevamo scoperto un posto dove vendevano paste a prezzi stracciati, chissà cosa c’era dentro"). Quando gli mancano i soldi, non per le prime necessità, ma per andare in gita, per esempio, ci pensa il prete. "Sono un figlio delle istituzioni. Religiose, nel mio caso". Confessioni. Monsignor Pietro Caramello. Cappellano della Sindone, è stato il direttore spirituale di Gianni Vattimo e la persona che più lo ha cresciuto. Dal liceo fino alla fine dell’università (quando lo perde di vista), è andato a confessare i suoi peccati da lui due volte la settimana. Ma non la sua omosessualità, e non ha mai saputo perché un giorno lo mandò da uno psichiatra: "Mi fanno il test di Rorschach e mi congedano con l’impegno che si sarebbero fatti vivi. Mai più visti e sentiti. Forse ero un caso disperato". Rai. Dai diciotto anni in poi Gianni Vattimo, ha sempre lavorato. La prima esperienza importante è alla Rai, grazie anche ad Associazione cattolica. Capitava, infatti, che il neo amministratore delegato della Rai, Filiberto Guala, volendo fare una nuova televisione, andasse in giro per associazioni cattoliche a cercare giovani reclute. Entrato nel 1955, subito dopo la maturità, insieme a Furio Colombo e Umberto Eco (loro avevano già finito l’università), Vattimo lavora per la trasmissione Orizzonte, in onda alle sei del pomeriggio, in particolare per una rubrica, inventata da lui e Michele Straniero, Controviaggio in Italia (una specie di controcanto della trasmissione radiofonica Viaggio in Italia, di Guido Piovene). Ma si stanca dopo due anni ("l’ambiente mi stava stretto"), e se ne va nel 1957, quando monsignor Caramello gli trova un posto come insegnante alla Casa di carità arti e mestieri, frequentata dai ragazzi della periferia operaia, per lo più dipendenti della Michelin. Alfabetizzazione. Per Gianni Vattimo, una vocazione. Scoperta alla Casa di carità arti e mestieri (dove è mandato via perché giudicato sovversivo), e coltivata, dieci anni dopo, nel periodo della contestazione, nelle sezioni dello Psiup, dove organizzano corsi di alfabetizzazione nelle periferie, soprattutto alle Vallette. "Un periodo molto eccitante, i ragazzi già mi piacevano tantissimo ma ero molto controllato, naturalmente". Se li ricorda ancora uno per uno, anzi se li sogna di notte. Andavano a studiare la sera, e non contenti, tornavano il sabato pomeriggio agli incontri di ascolto di musica classica. In particolare ce n’era uno, Lino Faccin, friulano, bello, biondo, a cui voleva un bene dell’anima, che quando scriveva sembrava Shakespeare. Indimenticabili l’incipit del tema La mia vita di operaio: "Il lunedì mattina mi sveglio alle sei e non dico niente dal nervoso che ho", e quell’inserto descrittivo: "E poi venne il tramonto, quella allegra avanguardia della notte". Scioperi. A ventitré anni fonda con alcuni esponenti dello Psiup un Centro di Documentazione, con l’incarico, tra l’altro, di tradurre i documenti della guerriglia irlandese. Nello stesso periodo partecipa agli scioperi degli operai, ai picchettaggi davanti ai cancelli, e nel 1959, durante uno sciopero alla Riv, un’azienda Fiat, al Lingotto, per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, è caricato dalla polizia, portato in Questura e rilasciato dopo poche ore. Il giorno dopo l’’Unità” gli dedica un titolo in prima pagina: "Giovane dirigente cattolico arrestato davanti alla Riv mentre recita versetti del Vangelo" e Giancarlo Pajetta lo insignisce della tessera ad honorem della Fgci. Cattolico. Cattolico dai dodici ai ventiquattro, venticinque anni, ha smesso di esserlo da quando non ha più letto i giornali italiani. Il suo impegno religioso era talmente mescolato all’impegno filosofico e politico, da finire quando ha perso i contatti con la politica italiana, dopo la laurea, quando vince la Borsa Humboldt per due anni consecutivi. Dopo aver passato anni e anni ad alzarsi all’alba per andare a messa, trasferitosi in Germania, a Heidelberg, continua ad andarci per un po’ la domenica, poi basta. "E ad Heidelberg ”La Stampa” arriva con due giorni di ritardo". Cattedra. A ventotto anni, nel 1964, dopo che il suo professore, Luigi Pareyson, è passato a Teoretica, Gianni Vattimo, diventa incaricato di estetica, uno dei più giovani professori di tutta l’università italiana. Nel 1969 diventa ordinario di Estetica a Torino e, per alcuni anni, dal 1976, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. stato visiting professor in alcune università americane (Yale, Los Angeles, New York University, State University of New York), per la prima volta nel 1972, alla State University of New York, nella sede di Albany, capitale dello Stato di New York, quando è chiamato a sostituire per un semestre un professore svedese dell’Università di Uppsala (stipendio: dodicimila dollari). Dal 1982 è ordinario di Filosofia Teoretica all’Università di Torino. Da molto tempo ha in mente di tenere un corso sul senso del male. Vampiri. Quando entra in aula spesso Gianni Vattimo chiede agli studenti: "Qualcuno qui è un vampiro? Siamo proprio sicuri che nessuno in aula è un vampiro?". Infatti nessuno ha mai fatto un esperimento scientifico che dimostri che i vampiri non esistono. Marchette. Gianni Vattimo ricorda ogni dettaglio della prima volta che andò a cercare una marchetta, la vigilia dell’Epifania del 1961. La trovò a Porta Palazzo, si chiamava Marcello e insieme andarono ai Giardini Reali. "Ho festeggiato così, con un solo giorno di ritardo, il mio venticinquesimo compleanno". Fidanzamento. Vattimo ha sempre desiderato mettere su famiglia. Ci provò seriamente con una ragazza, una sua studentessa, anche se mentre stava con lei intratteneva rapporti con altri ragazzi, senza nascondersi ("anche la mia ragazza sapeva, ma fingeva di non sapere o pensava non so bene cosa. E io dicevo tra me e me: se ti tradisco con la vicina di casa hai ragione di farmi un occhio nero, ma se vado con un ragazzetto, che ti importa? Sta di fatto che eravamo fidanzati sul serio"). Le cose andavano bene, finché il padre di lei non lo fece pedinare e chiese conferma in Questura (Vattimo era già stato schedato per essere stato colto di notte con qualche marchetta). Il bello è che poi si oppose al matrimonio, non perché fosse preoccupato per la felicità della figlia, ma per non avere nipotini gay ("era convinto che l’omosessualità si trasmettesse di padre in figlio"). Matrimonio. "Hegel diceva: prima bisogna decidere di sposarsi, poi cercar moglie. Con Giampiero è stato così. Una scelta. […] Se ti sposi per passione, finisce male. […] Un amico mi presenta Giampiero. Da allora, e fino alla sua morte, per ventiquattro anni, siamo stati sempre insieme. Non aveva neanche ventiquattro anni, tredici meno di me". La convivenza con Giampiero è già iniziata, quando un suo allievo, Sergio, gli si presenta, e dopo un po’ che parlano, gli chiede di andare a vivere con loro. "Subito dico no, in nome della monogamia, credo. Una cosa erano i cosiddetti incontri occasionali un’altra questa richiesta di Sergio. E naturalmente anche Giampiero ci rimane un po’ male, non capisce bene cosa sta succedendo". Poi prevale in Vattimo il fascino per l’idea di una specie di Comune, "magari un po’ incasinata dal punto di vista sentimentale, ma che realizzava il sogno della Comune sessantottina". Inoltre è spesso in viaggio per lavoro e si sente rassicurato all’idea di lasciare quei due ragazzi insieme (Sergio ha vent’anni meno di lui). "Che non si cacciassero in pericoli, che non si ficcassero in qualche guaio - pensavo - meglio che non stiano da soli. E con la certezza che mi volevano bene e che io ne volevo a loro". Dopo i primi anni di idillio la vita familiare soffre della rivalità tra Sergio e Giampiero, "come tra fratelli, tra il primogenito e il secondogenito". L’epilogo tragico è la morte di Giampiero, nel 1992, di Aids, contratto forse sette anni prima in una sauna a Nizza (pochi mesi prima di morire aveva tentato il suicidio, non prima di essersi avvolto in un sacco della spazzatura, per non sporcare). I funerali si tengono il 4 gennaio, giorno del cinquantasettesimo compleanno di Vattimo. Morirà anche Sergio, di cancro ai polmoni, la vigilia di Pasqua del 2003, dopo un’agonia di tre mesi, nel bagno di un aereo, di ritorno dall’ultima vacanza con Vattimo a San Francisco. L’ultima cena, a base di caviale e champagne. Famiglia. "Io desideravo ardentemente avere una famiglia normale; e non averla avuta, non averla adesso, mi manca. Sarei più contento, oggi, se ce l’avessi. Desideravo una moglie, dei figli, una suocera. Poi magari una casa in Marocco, dove avere dei ragazzi. Ho amici ricchi – e alcuni noti, potrei fare nomi e cognomi, ma qualcuno non lo nasconde, non sarebbe nemmeno uno scoop – che esattamente così vivono e hanno vissuto tutta una vita […] Complicato avere una famiglia eterosessuale ed essere omosessuale. Sì. Certo. Costoso, soprattutto. Ma Aristotele lo faceva. Ma era un altro mondo, dirai. Appunto. Un altro mondo è possibile". Morte. Gianni Vattimo non ha paura della morte e ricorda sempre il detto del mitologo ungherese Károly Kerényi: "Io prima di nascere non sapevo che il mondo fosse così interessante. Dopo la morte chissà cosa trovo". La morte che lo scandalizza è quella delle persone che sono state vicine a lui, l’incompiutezza delle loro vite: "Dante Alighieri può essere morto e sepolto chi se ne frega ci sono i suoi libri. Ma mia zia?! Siamo matti?! Mia zia no". Ogni domenica va al cimitero, al Monumentale, dove ci sono, una sopra l’altra le lapidi di Giampiero e Sergio, e il suo loculo, vuoto. "E mi dico: adesso a loro non può capitare più nulla, nulla di male, nulla di brutto. E anche a me, cosa può capitare, in fondo? Spero in una morte non fra orribili tormenti. Potrei essere arrestato, ma allora mandatemi in cella con un detenuto giovane e bello, non mandatemi con Vittorio Emanuele questo no per favore". Compleanni. Il suo settantesimo compleanno l’ha trascorso con alcuni amici a Roquebrune, nella sua "piccola casa", bevendo del pessimo vino e mandando mail ad altri amici: "Dò il mio doloroso addio ai 69". "Poi sono caduto. Come un cretino. Come un bambino. Inciampato, scivolato, non so. Quello che so è che ho dato una zuccata enorme e mi è venuto un gran bozzo in testa. Non ho fatto che chiedermi: sono rincretinito? Ho un tumore al cervello? Sono cose normali della mia età?". Compieta. La parte del Breviario che chiude la giornata, Vattimo la recita tutte le sere prima di dormire (da quando si è ammalato Giampiero). "Un’abitudine? Una superstizione? Ma la superstizione è l’unica cosa seria che si può coltivare nella vita. Il resto sono storie". Felicità. Vattimo no, non è felice, ma potrebbe raccontare momenti in cui lo è stato, e non lo sapeva. "La vita è il sogno di questi momenti di intensità. Che sono accaduti. Costellazioni che si fermano. Per un attimo. Lampi. Tracce. Frammenti". Libertà. Di sicuro con gli anni Gianni Vattimo ha conquistato la libertà di dire tutto quello che pensa, ma glielo rimproverano tutti: "chi te lo fa fare, potresti essere un guru e ti sputtani così", ma lui la libertà se la tiene cara: "Finalmente. Senza paure, senza mediazioni, senza ricatti possibili, senza creare dolore a mia madre, a Giampiero… Senza chiese. Senza partiti. Ah, che bello". Politica. Sostenitore di ”Alleanza per Torino” nelle amministrative del 1993, che vince con l’elezione a sindaco di Valentino Castellani, nel 1999 Vattimo si candida, ed è eletto, nelle liste Ds al Parlamento europeo, dove rimane fino al 2004. "Ho imparato tante cose. lì che sono diventato comunista davvero. Cioè ho capito definitivamente che, quando il mondo è integrato a questo punto di controllabilità, o è diretto da un gruppo ”socialista” o sei nelle mani dei petrolieri texani che arrivano. Come succede adesso. Mi sono fatto l’idea che il futuro sarà socialista o non sarà". Nel 2004 contribuisce a organizzare (insieme a Habermas, Eco, Derrida, Rorty), in piena campagna elettorale, interventi in tutti i paesi europei, sulla nascita dell’Europa come vero soggetto politico, uno stato federale. "Per la prima volta un nuovo stato non sarebbe nato da una guerra ma per volontà di cittadini. Infatti non è nato". Nel 2004 finisce anche la sua militanza politica nei Ds: "A quel punto i Ds non mi volevano più". Nel 2005 è chiamato a candidarsi a sindaco di San Giovanni in Fiore, in Calabria (sede di un Istituto di studi su Gioacchino da Fiore, a cui Vattimo aveva dedicato uno scritto). Fa una campagna contro la destra e la sinistra, ma prende appena il 12 % (la sua lista il sei). Svolte. La svolta della sua esperienza speculativa - "anzi la doppia svolta, insieme alla scoperta di Nietsche" – è stata la lettura della Lettera sull’umanismo, di Martin Heidegger ”contro” Sartre, a ventitré anni, l’estate dopo la laurea in filosofia (con una tesi sul ”concetto di fare in Aristotele”). "Heidegger scrive: non siamo su un piano dove c’è soltanto l’uomo, ma in cui c’è innanzitutto e principalmente l’Essere. Questa storia dell’Essere mi intriga perché sembra poter raccogliere la mia eredità religiosa e, in più, ci vedo […] una prospettiva filosofica, ma anche esistenziale e politica, di libertà, di liberazione". Essere. "La storia dell’Essere è la storia di come la verità oggettiva progressivamente si dissolve, dunque è il nichilismo, la storia del nichilismo tratteggiata da Nietzsche. L’Essere si conferma come ciò che illumina una sedia, che permette alla sedia di ”esserci”, ma non è la sedia. Alleggerimento, dunque. Ma – di più – allontanamento […] L’Essere illumina nella misura in cui si sottrae. A me viene in mente Dietrich Bonhoeffer: ”Un Dio che c’è, non c’è”. Difficile da mandar giù. Ma è bellissimo". Pensiero debole. Nasce, nel 1979, proprio dalla prima lettura ”debolista” di Heidegger, che porta Vattimo a precisare l’idea della storia dell’Essere come alleggerimento, come allontanamento. Nel 1983 diventa il titolo di un libro collettivo curato da Pier Aldo Rovati ("Sembra incredibile oggi che tutti ne rifuggano come la peste"). "Il pensiero debole era l’idea di utilizzare l’alleggerimento dei rapporti sociali, prodotto dalla tecnologia, fino a realizzare una forma di liberazione. Emancipazione attraverso l’inflazione: se hai una televisione sola, quello che ti dice sembra la religione; se ne hai venti te ne strabatti. E post - modernità, cioè fine della società razionalizzata, della società con la razionalità centrale, questo sì uno sviluppo serio, in avanti, della crisi della ragione". Società trasparente. Titolo del libro pubblicato da Vattimo nel 1989. "Ancora una volta uso un titolo ossimorico. Perché in realtà tutto meno che la trasparenza: una società che ha tutti i mezzi per diventare trasparente in realtà diventa più confusiva. Ma è proprio nella confusione che sei obbligato a diventare un soggetto autonomo. quello che scrive Nietzsche quando dice che nel nichilismo compiuto o uno diventa un oltreuomo o si perde. Paradossalmente, è nella società di massa che diventa necessario essere oltreuomini perché devi diventare un interprete oltreuomo. Se senti troppe voci e non ne inventi una, lì in mezzo, be’, ti perdi, non ci sei più, sparisci". Relativismo. "Il mio relativismo non è assoluto. Tutto il mio pensiero e tutta la mia vita sono contro ogni assoluto, contro ogni pesantezza dell’assolutezza, che poi si traducono in oppressione politica e oppressione delle coscienze, figuriamoci se posso assolutizzare qualcosa, sia pure il relativismo". Pericoli. "Mi viene da pensare che la tarda modernità, oltre a essere un gran pericolo, possa essere qualcosa di opposto, qualcosa di eccitantemente diverso. I giovani non hanno mai letto un libro? D’accordo, sarà pur vero, sarà anche una mostruosità, ma chissà quante altre cose hanno scoperto nel frattempo. Penso dunque alle novità del mondo non in termini puramente negativi, ma provvidenziali. Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva: è un atro verso di Hölderlin che Heidegger cita spesso". Salvezza. Ex cattolico, Vattimo si dichiara tuttora cristiano ("l’ultima tappa della mia storia – non improvvisa, ovviamente - quella più scandalosa è che io… ridivento cristiano"). "Perché sono cristiano… Perché sono uno che pensa al bene in termini di sottrazione piuttosto che di affermazione. Dio si incarna. Eh, si incarna. Ma è un falegname, uno che poi viene messo in croce, cioè non è esattamente il Messia trionfatore". Come cristiano Vattimo ha acquistato il senso salvifico della storia e pensa che l’autenticità del cristianesimo sia il pensiero moderno – liberal – socialista – democratico, "alla faccia di tutti i papi e i cardinali". Peccato. L’unico senso della parola è: "Oh, che peccato" (tesi esposta nel libro Credere di credere). "Cioè: ogni lasciata è persa; ma anche ogni lasciata è persa nel fare del bene: non ho fatto attenzione a quel tale che mi chiedeva qualcosa, non l’ho aiutato. Ma niente che sia male oggettivamente. Neanche fare fuori uno a martellate. Non ci può essere una legge naturale che dice ”lui merita di sopravvivere”, altrimenti saremmo costretti e pensare che Dio è un grande assassino. Mi sono fatto l’idea che l’unico vero peccato è la mancanza di ascolto dell’altro, la mancanza di carità. L’unico vero peccato è quando non faccio attenzione. Se ho commesso gravi peccati, a parte quelli della carne – troppo pochi – sono stati peccati per disattenzione, per frettolosità, per approssimatività". Carità. Vattimo si preoccupa sempre per tutti, a tutti pensa di dover provvedere: "Io sono colui che provvede. Ma allora sono dio". Pensa, sì, che sia giusto occuparsi degli altri ("La carità. Redistribuire nel piccolo il privilegio"), ma poi prova la sensazione di obbligo più che di piacere e di scelta, e teme che si tratti di presunzione. Tra quelli di cui si occupa, c’è anche un marocchino sotto casa, a cui dà ogni mese cento euro per pagarsi i contributi per la pensione. Terrazza romana. Vattimo chiama così quelli che non lo hanno mai accettato. "Io credo che la ragione principale della violenza degli attacchi a me e al pensiero debole, o al pensiero debole e a me che poi è la stessa cosa, stia lì. Ce ne sono altre, ma la ragione principale è questa. Il mio prestigio internazionale, i convegni, i libri tradotti in decine di lingue, perfino il mio outing, la mia presentabilità mediatica (non certo il presenzialismo), le amicizie che si chiamerebbero ”prestigiose” conquistate negli anni e con il lavoro hanno fatto un po’ breccia, è chiaro. Ma la ”terrazza romana” è sempre lì, ci prova e ci riprova". Incontinenza. Sulla ”terrazza romana”, per esempio, Aldo Cazzullo ha scritto (pur includendo Vattimo tra i trentatré ”grandi vecchi” italiani): "L’intelligenza straordinaria di Vattimo andrebbe protetta da se stessa. Bisognerebbe imporgli di dire qualche no ai numerosi interlocutori. Invece lo sventurato risponde sempre". "La prossima volta dirò di no a te, caro Cazzullo. Eccomi qui, il vecchio incontinente che parla a vanvera, dell’Iraq come delle Olimpiadi a Torino, di Talete come di Paolo Bonolis, scrive sempre Cazzullo facendo intendere che per me sono la stessa cosa". D’Alema. Sulla ”terrazza romana” si affaccia, tra gli altri, MassimoD’Alema: "C’è una specie di conventio ad excludendum da parte di quelli che vengono dal partito comunista e ancor più da quelli che poi l’hanno abbandonato, vedi Giuliano Ferrara. Sono convinto che Massimo D’Alema sia più amico di Giuliano Ferrara che mio, anche se io sono stato cinque anni parlamentare europeo eletto nelle liste Ds: partito di D’Alema, non di Berlusconi. Ah, questa suscettibilità insopportabile della sinistra, questi personaggi che, più smettono di farlo, più si sentono titolari del discorso progressista". Felicità debole. Vattimo stesso si accorge di portarsi dentro una conventio ad excludendum contro se stesso, l’insicurezza che anche quelli che gli mostrano rispetto e considerazione, lo facciano per gentilezza ma non lo pensino davvero. "Potrebbe essere letta come una forma di ”felicità debole”, come frutto dello stupore per essere arrivato dove sono e sicuramente dove mai avrei immaginato di arrivare. Con le persone in generale è così. Da un lato – di fronte a un attacco di odio gratuito – mi viene da pensare, con un po’ di stupore infantile: come possono non volere bene a uno come me? Dall’altro, io credo sempre di essere incapace di conquistare qualcuno, di meritarmi l’affetto di qualcuno. Se qualcuno mi mostra affetto, semplicemente, con naturalezza, senza contropartite, quasi mi chiedo come sia possibile". Monumenti. "Umberto Eco è l’unica persona che non invidio di essere più intelligente di me. Ci sono state un po’ di polemiche recentemente con lui, ma punzecchiature, roba da giornale, di nessun conto. Il mio affetto, la mia amicizia, la mia ammirazione per lui sono davvero grandi". Non si vedono mai in Italia, ma si incontrano solo quando entrambi sono a New York ("quando vedo qualcuno girarsi e sussurrare ”chi è quello lì con Umberto Eco” mi diverto tantissimo"). "Se si comportasse un po’ meno da monumento sarebbe meglio, ma nessuno è perfetto". Vattimo è convinto che il prossimo Nobel italiano per la Letteratura – "appena sarà passato un numero adeguato di anni dal Nobel a Dario Fo" - se lo giochino Claudio Magris ("un altro che si comporta sempre più come il proprio monumento"), e Umberto Eco. "Io scommetto su Eco, ha più frecce al suo arco. Certo sarà una bella gara. Quando dico che uno di loro due vincerà il Premio Nobel dico anche che mi diverto già al pensiero dell’altro che si mangerà il fegato dalla rabbia!".