Stefano Semeraro, La Stampa 27/11/2006, pagina 60., 27 novembre 2006
Bambini come cavie all’accademia del tennis. La Stampa, lunedì 27 novembre Parigi. «Anche i nani hanno cominciato da piccoli» è il titolo di un vecchio film di Werner Herzog, terrore dei cineforum anni 70
Bambini come cavie all’accademia del tennis. La Stampa, lunedì 27 novembre Parigi. «Anche i nani hanno cominciato da piccoli» è il titolo di un vecchio film di Werner Herzog, terrore dei cineforum anni 70. Ma piccoli, poi, cosa vuol dire? Un anno, due? Tre? Jan Silva ha quattro anni, gioca a tennis e sembra un nano giovanissimo. Gesti adulti, corpo da bambolotto. Nel marzo scorso sua madre, Mia Maatinen, insegnante di tennis al Gold River Racquet Club di Sacramento, lo ha portato a palleggiare sui campi di Indian Wells, durante il torneo Atp, sperando che qualcuno notasse il talento circense del baby. Le è andata bene. A mettere gli occhi su Jan sono stati Marcos Baghdatis, il finalista degli ultimi Australian Open, e il suo allenatore. Ne hanno parlato con Patrick Mouratoglou, il titolare dell’omonima accademia francese dove Marcos il cipriota è cresciuto tennisticamente, e il boss si è fatto convincere ad incontrare Jan e i suoi genitori. Un’ora e mezzo di chiacchiere e palleggi è bastata a convincerlo. Una firmina, e Jan, papà Scott, Mia, i fratelli Jasmin e Kadin ad agosto hanno fatto le valigie. Destinazione la campagna florida di Yvelines, comune di Thiverval-Grignon, vicino Versailles, alle porte di Parigi. Lì Mouratoglou, tennista mancato e figlio dell’ex direttore dell’ente francese per le energie alternative, tiene la sua accademia. E’ stato Baghdatis, che sbarcò in Francia giovanissimo, indirizzato al tennis dal solito padre malato di sport, a renderla famosa. Ci è transitata anche l’indiana Sania Mirza e ora si allena lì Camilla Giorgi, stellina italiana quattordicenne. Una fabbrica di talenti che si va affollando di operai-infanti. Insieme a Jan, ad esempio, c’è Quentin Folliot, anni 7, figlio di un insegnante di matematica, Benjamin, che si è fatto convincere ad affidare i teneri dritti del figlio all’accademia dopo una corte durata mesi. I ragazzi sono filmati quasi ogni giorno da telecamere che minacciano di trasformare allenamenti, risa e pianti dei bimbetti nell’ennesimo reality-show. Futuri copioni di successo o una grande bottega di piccoli orrori? «Chi pensa che io sia un mostro è ipocrita o male informato», replica secco Mouratoglou. «A me interessa formare giocatori di alto livello. E per arrivare all’alto livello bisogna cominciare presto. Molto presto». Difficile dargli torto. Quelle di Agassi, della Graf, della Capriati, della Seles, di Martina Hingis, Maria Sharapova e altri fuoriclasse del tennis sono fatte degli stessi ingredienti. Genitori visionari o fanatici (spesso tutte due le cose insieme, come nel caso di Damir Dokic, padre di Jelena), infanzie cancellate dagli allenamenti, sacrifici enormi. Agassi osservava palline già nella culla. Aravane Rezai, francesina di famiglia iraniana, si faceva la pipì nelle culottes gelando sul sedile posteriore della moto di papà per arrivare ai tornei. La Sharapova ha dovuto lasciare mamma e patria a sette anni per emigrare negli States chez Bollettieri. Il padre di tutte le accademie che però rifiuta i cuccioli non ancora svezzati. «Quella compresa fra i 4 e i 7 anni», ha spiegato a Le Monde Claire Carriere, psicologa dello sport, «è l’età davvero formativa, in cui ci struttura». Se si vuole progettare un campione non c’è tempo da perdere. A costo di edificare fallimenti penosi. «A decidere sono sempre i genitori», continua Mouratoglou, che non ha preso benissimo la decisione dei Silva di far apparire il piccolo Jan allo show di EllenDe Generes, in America, lo scorso ottobre. «Quindi se qualcuno va criticato sono loro, non io. Ma tutto lo sport ad alto livello è una follia. Tutto è eccessivo, anche i genitori. Lo fanno perché vogliono riuscire. Come me. Non li condanno, non ci trovo nulla di criminale. Da noi questi bambini hanno una chance di diventare forti, anche se va evitato che diventino fenomeni da baraccone». Unica regola inderogabile: nessun maltrattamento, e niente doping. Il minimo, parrebbe. Non tutte le follie sono però prevedibili. Qualche mese fa il padre di Valentine Fauviau, un sedicenne che si allenava da Mouratoglou, è stato condannato a otto anni per aver avvelenato un avversario del figlio. «All’accademia i bambini sono seguiti sotto il profilo medico», assicura l’osteopata François Teissedre Dalou. «Al minimo accenno di dolore, li fermiano». Al netto dei facili moralismi qualche dubbio resta. «E’ vero che sei vuoi diventare un numero uno, specie in campo femminile, devi iniziare a 4, 5 anni», conferma Daniel Panajotti, il coach che ha portato Francesca Schiavone a un passo delle top-ten e che ora sta seguendo seguendo, fra le altre, la dodicenne Martina Parmigiani. «Tutte le più forti, la Clijsters, la Hingis, la Henin, la Graf, hanno iniziato a quell’età. Martina si allena con me da cinque anni, ora la porterò per una settimana in Belgio ad allenarsi con la Henin e il suo coach Carlos Rodriguez. A meno di casi estremi, però, sono contrario a sradicare un bambino così giovane dal suo paese e dal suo ambiente. Conosco gente che ha speso 200 mila dollari solo per fare del proprio figlio un bravo terza categoria. Non ne vale la pena, anche perché noi conosciamo solo le storie di chi ha avuto successo, non le molte di chi ha fallito». I Silva la pensano diversamente. Jan a casa palleggiava contro il poster di James Blake appeso alla porta della sua cameretta, e nel cassetto teneva un bavaglino preziosissimo, autografato dall’altro suo idolo, Andre Agassi, quando Jan aveva appena sei mesi. A Yvelines fa una vita da mini-professionista. Si alza alle 8, alle nove gioca un’ora con Mouratoglou, poi passa nelle mani del preparatore atletico, dell’ortopedico e del nutrizionista. Si allena con ragazzi di 8 anni, impugnando una Roger Federer 26 junior appositamente bilanciata. «Jan sta vivendo il sogno di tutti i ragazzini del mondo», dice mamma Mia. «Sono sicura che sfonderà». Mouratoglou, che nell’accademia ha investito quasi 10 milioni di dollari in dieci anni, pensa a pagare quasi tutti i conti di Jan e degli altri pensionanti - fra i 40 mila e i 100 mila euro all’anno -, a volte anche quelli delle famiglie. Cosa ci guadagna? Sui contratti c’è scritto che il 25 per cento dei proventi pubblicitari futuri, per un minimo di dieci anni, e il 10 per cento dei montepremi vinti nei tornei spettano a lui. Ma se il cucciolo decide di mollare, nauseato dal tennis, nessuna penale è prevista. «Una scommessa un po’ folle», sorride Mouratoglou. Come tutte le scommesse di alto livello. Stefano Semeraro