Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  novembre 28 Martedì calendario

Un intreccio tra Ken Follett e i Vanzina. La Stampa, martedì 28 novembre Alla fine salta sempre fuori Peppe ”o Spione

Un intreccio tra Ken Follett e i Vanzina. La Stampa, martedì 28 novembre Alla fine salta sempre fuori Peppe ”o Spione. «Ah, ho capito! Vulisse Peppe ”o Spione», disse nel 1944 un portinaio all’agente di Sua Maestà, Norman Lewis. Era la Napoli liberata, e Lewis cercava tracce di un informatore naturalmente segretissimo, così segreto che il portinaio e quindi i condomini, i vicini, i parenti e gli affini sapevano che facesse: lo spione. Qui da noi, Ken Follett ha una fatale riconversione commediabile. Aleksandr Litvinenko, ex colonnello del Kgb rifugiato a Londra da oppositore di Vladimir Putin, muore dopo aver mangiato in un sushi bar di Piccadilly Circus. Indagava sull’assassinio di Anna Politkovskaja, la giornalista ammazzata a pistolettate il pomeriggio del compleanno di Putin, che per ragioni varie diventa il mandante - sentenza emessa a mezzo stampa - di entrambi gli omicidi. La sceneggiatura è intrigante: veleni ad ampio spettro, spari nel buio, inseguimenti continentali. La scenografia - il Cremlino, la capitale di James Bond - non tradisce. Il colossale intrigo scende fino in Italia, e qui il brivido si annacqua. La location diventa Salerno, città natale di Alfonso Pecoraro Scanio, il leader verde obiettivo di falsi dossier. O almeno così si dice. I lavori della commissione Mitrokhin, costituita nella scorsa legislatura, e presieduta dal senatore forzista Paolo Guzzanti, si intrecciano con le mirabolanti e drammatiche trame anglo-russe. Anche da noi veleni, ma cartacei. Gli spioni italiani volano alto, puntano a Romano Prodi, e rientrano sul rasoterra prendendo spunto da una seduta spiritica, quella famosa in cui il futuro premier di centrosinistra quasi individuò la prigione di Aldo Moro. Più spesso volano basso. I loro target si chiamano Alfonso Gianni, Pino Sgobio, Antonio Rotundo. Sono parlamentari non illustrissimi di Rifondazione, Comunisti italiani e Democratici di sinistra. A mezz’aria si impicciano di Umberto Ranieri (Ds) e Oliviero Diliberto (Pdci). L’aggettivo più famoso del nostro vocabolario - «inquietante» - vive la millesima giovinezza. Guzzanti, della cui Commissione non s’è quasi mai occupato nessuno, nemmeno il suo partito, che pure intuisce comunisti della Lubianka in ogni anfratto, ritorna sulla scena. Al suo fianco c’è Peppe ”o Spione. Il suo nome è Mario Scaramella, napoletano, uomo dai vari mestieri e consulente della «Mitrokhin», visti i micidiali agganci che vanta. A Londra, ha incontrato Litvinenko poco prima dell’avvelenamento. A Napoli ha scambiato informazioni con ex agenti del Kgb. A Scaramella premeva di sapere se Massimo D’Alema o Marco Rizzo indossassero occhiali scuri e barbe finte. Lo racconta alla «Repubblica» Euvgenij Limarev, amico di Litvinenko, e ne approfitta per spiegare che «Olivetti» non ebbe mai rapporti col Kgb. Guzzanti, però, nega di aver conosciuto Limarev, e nelle nuove rivelazioni coglie ulteriori segnali di pericolo per la sua vita. E’ da tempo che lo dice. Si sente minacciato da oltre due anni. Vede strani furgoni parcheggiati attorno a casa sua. Se morirò ucciso da un cancro o da una polmonite, avverte, non credeteci. Ora Guzzanti ha aperto un blog («Rivoluzione italiana») in cui scrive che «abbiamo insieme avviato un processo storico che cambierà l’Italia... ricordate che siamo osservati e letti da amici e nemici, ricordate che parecchi fra gli iscritti sono spie e provocatori che fanno il loro mestiere... Viva la Rivoluzione Italiana, viva l’Italia». E tutto gira intorno a Scaramella. Giancarlo Lehner, giornalista e storico vicino a Silvio Berlusconi, ricorda che Scaramella finì nei guai con le procure di Napoli, Salerno e Santa Maria Capua Vetere per millantato credito, abuso di titolo e abuso di potere. Scaramella ne uscì pulito. Ma intanto Lehner spiega a Guzzanti che nessuno, nel centrodestra, usò i risultati della sua commissione perché scaturiscono da un’attività «dilettantistica e personalistica», e giunta a conclusioni vaghe e inverosimili. Per incanto, però, tutte quelle carte fin qui giudicate deliranti dagli amici, nel giudizio dei nemici diventano decisive per la democrazia. La storia confusa di Scaramella riempie i giornali. Come ancora succede a Pio Pompa, lo spione del caso Abu Omar e di «Betulla», e di nuovo i nomi e i soprannomi inquadrano la vicenda e l’uso che se ne fa. Il trio leggendario Cicogna-Mortadella-Ranocchio - e cioè Piero Fassino, il solito Prodi e Lamberto Dini - trova il riscatto nella burattinesca trasferta svizzera dei deputati Enrico Nan (Forza Italia) e Giovanni Kessler (Ds), bloccati alla frontiera mentre andavano alla ricerca di documenti insieme col supertestimone della commissione «Telekom Serbia», il conte Igor Marini, immediatamente arrestato per riciclaggio. E siccome sembra che i Vanzina si inventino chissà che, qualcuno rintraccia alla svelta le foto di Marini che bacia al mare l’attrice Isabel Russinova in topless, come già s’era vista in «Rimini Rimini un anno dopo», al fianco di Gianfranco D’Angelo e Andrea Roncato. E così diventa assolutamente interessante la parabola parallela di Guzzanti e dell’ex capo dello Stato, Francesco Cossiga. Agli sgoccioli della Prima Repubblica, Guzzanti era il giornalista più vicino all’allora «Picconatore». Scrisse interviste e libri. Lo imitava alla perfezione, come ancora ne imita tanti, degno padre dei figli. Adesso, mentre Guzzanti teme di fare la fine di Litvinenko, Cossiga si dimette da senatore a vita. Ancora roba di 007 nostrani. In una battaglia che coinvolge Pio Pompa e i suoi amici nei giornali, Cossiga si rivolge al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, per sapere se il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, avesse al soldo un paio di cronisti. «La Repubblica» si è sentita tirata in ballo, perché forse Cossiga si riferiva ai cronisti che oggi traggono notizie da Limarev. Forse, perché Cossiga non fa nomi e la «Repubblica» in questi giorni esce senza firme. Amato fa rispondere a un sottoposto e, offeso, Cossiga lascia. Non fosse morto un paio d’anni fa, Norman Lewis potrebbe scriverci sopra qualcosa. Mattia Feltri