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 2006  novembre 29 Mercoledì calendario

La grande fuga L’America dei licei vuoti. La Stampa 29 Novembre 2006. New York. Per fortuna non tutti i ragazzi che mollano la scuola finiscono al penitenziario, ma la stragrande maggioranza non trova lavoro, guadagna meno di chi ha preso il diploma, e muore anche prima, secondo le statistiche del governo americano

La grande fuga L’America dei licei vuoti. La Stampa 29 Novembre 2006. New York. Per fortuna non tutti i ragazzi che mollano la scuola finiscono al penitenziario, ma la stragrande maggioranza non trova lavoro, guadagna meno di chi ha preso il diploma, e muore anche prima, secondo le statistiche del governo americano. Gli ultimi dati sul fenomeno dei «dropout» li ha pubblicati il Department of Education, il ministero dell’Istruzione. Sono così negativi che è difficile crederci, considerando che parliamo del sapere nell’ultima superpotenza rimasta al mondo. Nei 100 distretti scolastici più grandi degli Usa il 31% degli iscritti molla la scuola prima del diploma, ma ci sono aree urbane dove l’indice tocca il 50%. Ogni giorno circa 2500 studenti si alzano dai banchi per non tornarci più, un esercito di 912.500 ragazzi e ragazze all’anno. Gli effetti sono disastrosi, se uno incrocia questi dati con altri studi statistici. Per esempio, chi lascia la scuola vive in media nove anni in meno di chi si diploma. Secondo il Census Bureau, l’ufficio di statistica negli Usa, chi non termina gli studi ha una probabilità molto più alta di finire povero. Per capirlo, basta pensare che in media un «dropout» guadagna 19 mila dollari all’anno contro i 28 mila intascati da chi possiede il «pezzo di carta». La povertà spalanca fatalmente la porta verso la criminalità. Il 68% dei detenuti sono «dropout». Per esempio Anthony White, 17 anni, è finito in galera appena tre giorni dopo aver mollato la scuola: «Pensavo - ha raccontato alla Abc - di essere cresciuto. Credevo che nessuno mi potesse dire cosa dovevo fare. Mi sono messo a sparare in aria e mi hanno arrestato. Ora rimpiango di non aver ascoltato chi mi consigliava di restare sui banchi». Gli Usa sono precipitati intorno al 10° posto nella classifica mondiale dei Paesi con più diplomati e parecchi esperti pensano che la situazione reale sia anche peggiore, perché nelle statistiche il ministero dell’Istruzione non conta chi lascia la scuola durante le medie o chi lo fa perché finisce in prigione. La situazione è grave anche a livello universitario, nonostante l’eccellenza nel quarto di popolazione americana che ha la laurea. Solo il 50% di chi esce dalle scuole superiori prosegue gli studi e solo il 25% di chi va avanti arriva al «pezzo di carta». Bill Gates è tra quelli che si sono fermati prima, ma lui lasciò Harvard perché aveva in mente un progetto. La maggior parte dei «dropout», invece, si ritrova nei guai, o comunque in posti di lavoro peggiori rispetto a quelli che avrebbe ottenuto continuando gli studi. Perché proprio gli Usa sono colpiti da questa emorragia? «La crisi - secondo Franklin Schargel, che studia il problema da 20 anni - è generalizzata e riguarda tutto il mondo occidentale. In America, però, ci sono quattro gravi cause scatenanti: gli errori commessi dai ragazzi e dalle ragazze, che si lasciano tentare dalla droga e dal crimine; i problemi delle famiglie, dove spesso gli stessi genitori non hanno finito la scuola e preferiscono che i figli trovino un lavoro; la pressione negativa delle comunità, dove prevale la cultura della violenza; l’arretratezza della scuola, che usa i modelli di 200 anni fa». Per cambiare Bush ha voluto la legge «No Child Left Behind», che però ha funzionato a metà: «Ha enfatizzato la necessità di istruire tutti, senza però dare i mezzi e puntando troppo sugli esami». Ora, secondo Schargel, servirebbe una strategia in 15 punti per aggiornare i programmi, assistere gli studenti con problemi e favorire l’accesso al lavoro. Prima che l’emorragia dell’istruzione uccida l’America. Paolo Mastrolilli