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 2006  novembre 19 Domenica calendario

Un Feynman a colori. Il Sole 24 Ore 19 novembre 2006. Caro sig. Land, è stato un vero piacere venire a trovare lei e i suoi colleghi (dei quali purtroppo non ricordo i nomi)

Un Feynman a colori. Il Sole 24 Ore 19 novembre 2006. Caro sig. Land, è stato un vero piacere venire a trovare lei e i suoi colleghi (dei quali purtroppo non ricordo i nomi). Gli esperimenti mi hanno fatto riflettere, e sto ancora riflettendo... Vorrei esporle qualcuna delle mie rimuginazioni, non che voi non ci abbiate mai pensato o che si tratti di qualcosa di nuovo: semplicemente vorrei continuare la nostra conversazione informale, per vedere se ho imparato bene la lezione. Il problema è: perché, quando l’immagine rossa e quella bianca (che di norma creano la sensazione dei colori) vengono leggermente sfalsate, il colore scompare del tutto sull’intera figura? La risposta dev’essere determinata sperimentalmente, la pura speculazione in questo caso non ha senso; d’altra parte, non essendo in condizione di sperimentare, mentre ero in aereo non sono riuscito a impedire alla mia mente di vagare. Vorrei quindi metterla a parte delle mie elucubrazioni, ma per divertimento, non per imporre le mie idee; per il semplice piacere di pensare a quanto potrebbe essere entusiasmante. Il nostro primo principio è che l’essere è fatto per vivere. Un animale deve riconoscere che un insetto è lo stesso insetto indipendentemente dalla distanza, dall’angolo di visuale, dall’illuminazione, ecc., e questo è di vitale importanza anche per il più semplice degli animali dotati della visione. L’animale deve riordinare gli indizi e interpretarli. Con "interpretare" intendo che deve scoprire (in qualche modo) un qualche "schema di oggetto" che spieghi quello che vede. Se uno vede (nel senso primario di luce sulla retina) un’ellisse, la deve percepire immediatamente e direttamente come un cerchio inclinato nello spazio (se era effettivamente quello). Il "cerchio inclinato nello spazio" e l’"insetto" ecc. sono esempi di ciò che intendo con "schema di oggetto". In realtà sono vere e proprie teorie che spiegano ciò che stiamo vedendo (nel senso delle impressioni luminose sulla retina). Dunque la costanza della forma e la costanza delle dimensioni (ad esempio, un trapezoide o un parallelogramma vengono interpretati come rettangoli visti da posizioni diverse), la costanza della luminosità e la costanza del colore, e così via, sono tutti esempi della fase di "interpretazione", nel processo della visione. Il gradiente di luminosità o la variazione di colore di un oggetto vengono decisi da questa "interpretazione". Lo chiamerò "interprete", anche se non ho la minima idea di come funzioni. (...) Quindi i nostri esperimenti sulla percezione dei colori sono di importanza vitale dal punto di vista della psicologia, perché consentono di studiare il processo di "interpretazione" in un esempio che è facile controllare sperimentalmente e che è scarsamente influenzato dalla coscienza. Supponiamo che il "metodo di interpretazione" consista nel fornire una teoria (o uno schema di oggetto) che spieghi gli indizi visti: se la teoria collima con tutti gli indizi, la "visione" viene percepita come quel particolare oggetto, e questo parere viene inviato al livello mentale immediatamente superiore per un’interpretazione più elaborata. Immagino la seguente gerarchia - interessanti macchie di luce; linee rette; rettangoli nello spazio; una cassa su un tavolo; una bara; tragedia e dolore - come serie di "interpretazioni" successive via via che si sale di livello nella scala cerebrale. Stiamo solo studiando un interprete, quello degli "oggetti colorati". (...)  poco probabile che una parte del cervello possa compiere un simile "ragionamento" e un simile lavoro di interpretazione senza che noi ne siamo coscienti e senza che siamo in grado di controllarla? Forse. Ma forse no. Il più semplice degli animali deve poter fare un ragionamento a questo livello, se è in grado di vedere. concepibile che questo meraviglioso "processo di interpretazione", una volta inventato dall’evoluzione, venga usato a ripetizione, a livelli via via superiori man mano che la complessità del cervello si evolve? Che il "pensiero" più elevato sia in realtà molto simile a quello meno elevato? Non sarebbe conveniente, per motivi di efficienza, lasciare che i processi visivi di livello basso funzionino automaticamente, al di fuori dal controllo cosciente? Nell’uomo è un processo innato e non appreso, proprio come il comportamento nel suo complesso è innato e quasi per nulla appreso negli insetti e negli altri animali semplici. I fisici che si interessano di psicologia, per forza dell’abitudine, suggeriscono di studiare qualcosa di semplice, anziché affrontare in blocco l’intero cervello umano. Spesso hanno proposto di usare animali semplici, ma il problema è che il nostro cervello non è collegato al loro e dunque abbiamo delle difficoltà sperimentali a determinare "come vede il mondo" un bruco. Ma è possibile che vi siano "animali semplici" nel nostro stesso cervello, rimasti relativamente intatti nel corso dell’evoluzione, ai quali i nostri centri superiori sono collegati, pur non riuscendo a controllarli volontariamente. Uno di questi "animali semplici" potrebbe essere benissimo l’"interprete dei colori". Richard Feynman