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 2006  novembre 27 Lunedì calendario

Nobel un caso poitico. Corriere della Sera 27 novembre 2006. Stoccolma. Qualcosa non va all’Accademia di Svezia

Nobel un caso poitico. Corriere della Sera 27 novembre 2006. Stoccolma. Qualcosa non va all’Accademia di Svezia. Da qualche anno ogni annuncio di Nobel scatena discussioni più politiche che letterarie: i prescelti, soprattutto europei, sono praticamente tutti di sinistra; anzi, in genere appartengono all’«area radicale». Non c’è soltanto la vecchia polemica sui meriti letterari di Dario Fo: siamo ormai al «caso Nobel». Sarà per questo che Kjell Espmark, presidente fino all’anno scorso e oggi membro della commissione ristretta – dunque king-maker e responsabile delle ultime quindici assegnazioni – accetta di discuterne? Comunque sia, il malessere strisciante del Nobel si percepisce subito, a dispetto dell’atmosfera sacrale che circonda l’istituzione. Non soltanto per il problema dei dissidenti che non partecipano alle votazioni; o a causa delle discussioni sull’Accademia esentata dalle tasse e sempre più ricca, i cui membri godono di molti privilegi. Il nocciolo della questione riguarda criteri di scelta, ricambio inevitabile dei giurati – oggi l’età media è di 71 anni – e soprattutto il peso evidente della politica. Perciò è forte il contrasto fra il rito d’iniziazione cui il visitatore deve sottoporsi e le molte cose non dette ma sottintese. Si scende al celebre Grand Hotel, di fronte al Palazzo Reale, con la facciata disegnata da Tessin e le suggestioni di Malaparte (qui è ambientato il celebre incipit di Io in Russia e in Cina) dove si ritrovano i premi Nobel a dicembre nei giorni della premiazione (prossimamente toccherà al turco Pamouk). Si raggiunge a piedi l’Accademia, accompagnati da Enrico Tiozzo, la voce più autorevole della cultura italiana in Svezia, traduttore dello stesso Espmark. Si attraversa il ponte: la Città Vecchia, la Piazza (Stortorget), il Palazzo della Borsa dove l’Accademia risiede dal 1914 per donazione, l’ingresso discreto nella stradina (Källargränd 4) da dove qualche volta scappano gli Accademici inseguiti dai giornalisti, l’enorme biblioteca Nobel (la più grande della Scandinavia per la letteratura moderna, oltre 200.000 volumi), la sala di lettura, l’aula dove tengono le prolusioni i Nobel e dove Fo ha recitato interpretando da solo tutti i ruoli compreso quello del cavallo («La cosa più divertente che io abbia mai visto tra queste mura» esordisce Espmark), il salotto in cui si svolgono le riunioni dei 18 Accademici (con 14 sedie, mancano quelle dei due dissidenti e due membri sono scomparsi da poco) e dove si decide il nome del premiato, l’antica cuccuma d’argento in cui vengono deposti i voti degli Accademici, eccetera. Ma allorché si viene al dunque, nella stanza del settantaseienne Kjell Espmark, poeta di fama e autore di fondamentali saggi sui criteri d’assegnazione del Nobel, il fantasma della politica si materializza. Sarà perché Espmark ha in mano l’ultimo libro di Aldo Mola su Giosuè Carducci – quest’anno ricorre il centenario del suo Nobel – comunque Espmark tiene a ricordare come avvenne quella scelta: «Il presidente della commissione di allora, Wirsén, era un gran conservatore che pretendeva il rispetto della religione, della monarchia e della famiglia nell’opera degli scrittori che aspiravano al premio. In base a quelle regole la giuria di allora (si era nei primi 10-15 anni del Novecento) bocciò scrittori come Ibsen, Brandes, Zola, Tolstoj. Anche Carducci non sembrava in grado di reggere alla prova ma poi Wirsén si convinse che il vostro poeta, più che contro la religione, fosse contro il cattolicesimo, cosa sempre gradita a un protestante svedese; e poi non che non fosse un vero avversario della monarchia, dal momento che ammirava la regina d’Italia. Insomma, fu «assolto» e il premio gli fu assegnato anche per solidarietà politica verso l’Italia giolittiana». Eccola, dunque, la politica ufficialmente rimossa. Nemmeno Espmark ritiene possibile confinarla al tempo di Carducci: «Il Nobel ha un chiaro effetto politico del quale noi Accademici siamo ben consapevoli nel momento in cui lo assegniamo», ammette. «Sappiamo cioè che l’opera di chi avrà il premio ed il premiato stesso acquisteranno un notevolissimo peso politico, e che nel Paese del premiato e all’estero ci saranno conseguenze politiche legate alle riflessioni ed all’effetto del premio». «D’altra parte però – continua – sarebbe sbagliato dire che il Nobel oggi sia assegnato in base ad un ragionamento strettamente politico o per acquisiti meriti politici o per l’appartenenza ad una particolare fazione. Valori e meriti rimangono letterari. E bisogna distinguere fra l’intenzione con cui si premia un’opera e i suoi inevitabili effetti politici». Ma nella valutazione complessiva che l’Accademia fa di uno scrittore, prima di assegnargli il Nobel, vengono soppesate o no simpatie e appartenenze? Espmark ammette: «Certo. Se l’appartenenza non è "corretta", e storicamente è avvenuto nel caso di Pound o Borges, questa ha il suo peso e allora il premio non può venire assegnato». Infatti Pound «fu un grande innovatore della poesia moderna, ma parlò alla radio in favore di Hitler e Mussolini, approvando le esecuzioni di massa. E questo, per noi, fu davvero troppo. Quanto a Borges, la sua candidatura venne discussa, ma la bloccò il sostegno che aveva dato al dittatore argentino Videla». Ma come mai tutto questo non vale se lo scrittore è di sinistra? Se si chiama Fo, Saramago, Coetzee, Grass, Jelinek, Pinter il metro per valutarlo cambia? Nel caso di Saramago, noto sostenitore del dittatore Fidel Castro... «Certo, sapevamo che era di sinistra ma le assicuro che non è di questo che abbiamo discusso al momento della sua premiazione». E Pinter, con i versi sul «Puzzo del Dio d’America»... «Per noi è stato soltanto l’innovatore del dramma moderno, un equivalente di Beckett». E la Jelinek accusata di pornografia... «Una vera innovatrice da godere in teatro, dato che i suoi drammi sono come partiture musicali che non si possono apprezzare con la sola lettura». E Dario Fo al posto di Mario Luzi... «Dario Fo, è stato un innovatore ingiustamente trascurato. Quanto alla faccenda di Luzi, mi appello ai 50 anni di segretezza prescritti dagli statuti dell’Accademia. Quando scadranno – scherza – rivediamoci e parliamone». Il guaio è che tutti questi "pionieri " e "innovatori" premiati di recente hanno una cosa in comune: il rifiuto, qualche volta il disprezzo per la cultura e i valori dell’Occidente. «Ma Solgenitsin, Milosz, Brodskij, non possono certo essere considerati di sinistra», ribatte Espmark. «E a suo tempo Hesse, Gide, Eliot, Faulkner». Ma che succederà, domani, con la prevedibile ondata di Nobel provenienti dal terzo e quarto mondo? «Sarà difficile trovare dei conservatori fra loro – riconosce Espmark’. E non ce ne sono tanti, in quelle aree, che siano degni di nota e non rinneghino i valori dell’Occidente. Ma per noi non cambia nulla: conta solo l’eccellenza letteraria». Peccato che questa tesi sia contraddetta dalle ricerche di Enrico Tiozzo negli archivi dell’Accademia: gli ultimi documenti consultabili (quelli del Nobel 1955) che ha pubblicato sul numero di novembre di «Belfagor» dimostrano che su Papini e Moravia – come sugli altri candidati – ci fu un chiaro controllo politico per accertare quale fosse stata la loro posizione durante il fascismo e nei confronti della dittatura. Comunque sia, esaurite le questioni politiche, Kjell Espmark si consente giudizi meno sorvegliati: «Ungaretti avrebbe meritato il Nobel più di Quasimodo. Ma a quell’epoca io non facevo parte dell’Accademia». «Italo Calvino? Certamente avrebbe vinto se non fosse morto prematuramente e io ne fui davvero dispiaciuto». «Moravia, certo, arrivò vicinissimo al successo». Una confessione imprevedibile: «Volevo premiare Elsa Morante, una scelta che avrebbe sorpreso il mondo». E infine l’annuncio di un cambiamento nei criteri di assegnazione del Nobel: «Il nostro statuto ammette come possibili vincitori anche storici e filosofi, saggisti come Bertrand Russell (nel ’50) e Winston Churchill (nel ’53). Dopo di allora l’Accademia non li ha più voluti prendere in considerazione, ma nel quadro dell’allargamento – sia geografico che di genere – siamo pronti a tornare all’antico».  il momento di uscire dall’Accademia, così si fa avanti per i saluti il segretario permanente, Horace Engdahl. Espmark gli dice scherzosamente: «Ho cercato di convincerli che il premio Nobel non è assegnato per ragioni politiche». «Non dev’essere stata un’impresa facile!», è il commento serafico, e ironico, di Engdahl. Dario Fertilio