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 2006  novembre 27 Lunedì calendario

Fascismo, comunismo e la nascita dei «partiti chiesa». Corriere della Sera 27 novembre 2006. Sono rimasto colpito dalla sua affermazione riguardo al fatto che molti italiani divennero comunisti perché scoprirono nel Pci la bella copia del grande partito di massa che li aveva attratti e ispirati durante gli anni del fascismo

Fascismo, comunismo e la nascita dei «partiti chiesa». Corriere della Sera 27 novembre 2006. Sono rimasto colpito dalla sua affermazione riguardo al fatto che molti italiani divennero comunisti perché scoprirono nel Pci la bella copia del grande partito di massa che li aveva attratti e ispirati durante gli anni del fascismo. Colpito perché un’affermazione del genere, non so quanto casualmente, quasi coincide con quanto detto da Giorgio Bocca durante la presentazione del suo ultimo libro, che pare essere la risposta «confermista» a quello di Pansa. Intervistato in diretta nel programma «Che tempo che fa» di Fabio Fazio, l’ex partigiano ha testualmente asserito che gli italiani sono tutt’oggi in maggioranza fascisti. Affermazione che pare avere trovato in quanto da lei scritto una involontaria conferma. Mario Taliani Taliani, non ho ascoltato le dichiarazioni di Giorgio Bocca alla trasmissione televisiva da lei menzionata, ma non ne sono sorpreso e non credo di avere detto cose particolarmente originali. Chiunque sia nato negli anni del fascismo e abbia assistito alla straordinaria popolarità del partito comunista non può non avere notato le analogie fra i due fenomeni. Il Pci conquistò rapidamente due milioni di membri, molti dei quali erano stati certamente fascisti. E gli intellettuali del partito, come è stato spesso ricordato su questa pagina, avevano quasi tutti iniziato la loro carriera nelle riviste fasciste o conquistato i loro primi allori nei Littoriali organizzati dal regime. La somiglianza tra i due fenomeni non è occasionale o superficiale. Fascismo e comunismo furono progetti totalitari, animati da una forte ambizione educativa. Non volevano semplicemente conquistare voti o simpatie, come è nella natura di qualsiasi partito politico. Volevano rifare la società, creare l’«uomo nuovo», impartirgli una solida educazione ideologica, inquadrarlo nelle organizzazioni del partito e trasformarlo in cittadino militante, pronto a mobilitarsi ogni qualvolta la casa madre decideva di riempire le piazze e mostrare i muscoli della propria forza. Vi è una evidente affinità tra le oceaniche adunate di piazza Venezia e i giganteschi comizi di piazza San Giovanni. Le parole pronunciate in quelle occasioni erano diverse, ma le liturgie e la regia erano straordinariamente simili: le «cartoline precetto» in un caso, gli autobus predisposti dai sindacati per gli operai delle fabbriche nell’altro. Ciascuno di questi due grandi partiti di massa dovette fare i conti con la realtà e venire a patti con le tradizioni e le abitudini della società italiana. Il fascismo conquistò il potere, ma fu costretto a spartirlo con la monarchia e con la Chiesa. Il comunismo conquistò una parte della società civile e delle grandi istituzioni culturali, ma si rese conto che gli italiani sarebbero rimasti, nonostante tutto, cattolici, familisti e profondamente legati ai beni che erano riusciti ad accumulare nel corso della loro esistenza. Questo successo parziale ebbe l’effetto di provocare nei militanti dei due movimenti l’attesa di un evento che avrebbe completato l’opera e soddisfatto pienamente le loro attese. Nel partito di Mussolini vi fu sino alla fine una componente che non smise mai di attendere la «seconda ondata» della rivoluzione fascista. Nel partito di Togliatti vi furono coloro che auspicavano una nuova Resistenza, più radicale e decisiva di quella che veniva celebrata come pietra di fondazione della Repubblica. Qualche giorno fa, rispondendo a una lettera su Eugenio Reale (il comunista che abbandonò coraggiosamente il Pci dopo la rivoluzione ungherese), ho ricordato una raccolta dei suoi scritti pubblicata qualche anno fa. Nella prefazione Antonio Carioti ricorda che i militanti, dopo la repressione sovietica a Budapest, fecero quadrato intorno a Togliatti e scrive: «Condizionati da un antico retaggio storico e dalla recente esperienza del regime fascista, molti italiani preferiscono avere con la politica un rapporto fideistico, chiedono di riconoscersi in un’autorità che offra loro certezze indiscutibili». Ecco perché fascismo e comunismo furono, come osserva ancora Carioti, «partiti chiesa». Si odiarono e si combatterono perché avevano straordinarie somiglianze, operavano su uno stesso terreno e cercavano di conquistare lo stesso popolo. Sergio Romano