Varie, 25 novembre 2006
Tags : Anita O’Day
ODay Anita
• Chicago (Stati Uniti) 18 ottobre 1919, Los Angeles (Stati Uniti) 23 novembre 2006. Cantante • «Era sua la voce dietro classici quali Honeysuckle Roseo Sweet Georgia Brown, ma anche dietro cha cha cha scatenati come An Occasional Man, con Cal Tjader a dirigere l’orchestra. Come una miccia che il fuoco agita e sposta [...] contagiava chi ascoltava, chiedeva attenzione e la riceveva. Aveva una dizione nitida, retta da una ritmica irresistibile, sbarazzina, sempre sul punto di sorridere. Spesso sostituiva le parole con suoni onomatopeici, imitando i caratteri di determinati strumenti; lo faceva benissimo e non a caso era diventata una regina dello scat, genere che non aveva certo inventato, ma che di sicuro aveva contribuito a perfezionare, anche grazie a quella resa vocale così vitale e creativa, in grado di evidenziare l’aspetto più bebop delle big band. E da qui arrivava Anita O’ Day. Aveva iniziato da ragazzina con l’orchestra di Erskin Tate, come ballerina e cantante part-time. Sul palco si palleggiava il microfono con Frankie Laine, che Anita sottoponeva di continuo a una sequela di domande e indovinelli su canzoni, tonalità e quant’altro. Aveva fatto provini con Benny Goodman e Raymond Scott ma non erano andati bene. Alla fine si era accorto di lei Gene Krupa, uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, che nel ”41 l’aveva voluta nella sua orchestra, apprezzatissima in quegli anni e con dentro anche il trombettista Roy Eldridge. Quella combinazione enorme di talenti darà vita a classici come Let Me off Uptown o Bolero at the Savoy. Nell’orchestra di Krupa girava droga e un’incursione della polizia, indusse il batterista a bloccare la formazione per un po’. Erano mondi che la cantante conosceva bene. A 16 anni era iniziata la sua frequentazione dell’eroina e di lì a poco sarebbe scattato anche un lunghissimo flirt con l’alcol. Per questo, per i numerosi arresti, per il comportamento sempre ”irregolare”, per l’overdose quasi fatale di fine anni Quaranta (che pose fine alla storia della cantante con l’eroina), la chiameranno la ”Iezabel del jazz”. Lei se ne fregava e continuava a cantare. Convinta - come dichiarava spesso – ”che quando canto sono felice, faccio quello che posso fare e questo è il mio contributo alla vita”. Dopo un breve periodo conl’orchestra di Woody Herman, la cantante registrerà con Stan Kenton dando vita a perle come And Her Tears Flowed like Wine o The Lady in Red, prima di tornare con Krupa e mettersi in proprio nel ”46. Troverà però la sua strada solo qualche anno dopo, nel ”52, con la Verve, etichetta che, oltre ai lavori solistici, le consentirà di collaborare con Billy May, Barney Kessel, Cal Tjader e molti altri. Il periodo Verve - fino al ”62 - rafforzerò il mito di Anita O’Day, che nel 1958 toccherà livelli altissimi. In particolare grazie a quella travolgente versione scat di Tea for Two, immortalata in Jazz on a Summer’s Day, documentario ambientato al Newport Jazz Festival di quell’anno. Proprio in quell’occasione apparirà chiaro come Anita e tante altre voci nate nel mondo delle big band fossero splendidi talenti. Altro che ”canarini” o ”arredi vocali” delle orchestre, come spesso venivano definite. E vengono in mente Doris Day, voce delle orchestre di BobCrosby e Les Brown. E ancora Frances Wayne e Mary Ann Call che avevano iniziato con Woody Herman. Oppure Ann Richards, in seguito moglie di Stan Kenton. Ma anche June Christy, ispirata da Anita O’Day. Come quest’ultima, tante avevano esordito giovanissime: Doris Day a 16 anni; Kay Starr a 17 con Glenn Miller; Lena Horne a 18 con Noble Sissle e così Billie Holiday quando conobbe BennyGoodman. E ancora Ella Fitzgerald che da ragazzina aveva cantato con il batterista Chick Webb. Tutte vocalist che con lo scoppio della seconda guerra mondiale e lo scioglimento di tante orchestre, si sarebbero trasformate in spettacolari soliste. Anita O’Day continuerà a fare dischi e concerti fino all’ultimo, dando vita anche alla Emily rec., la sua etichetta. Nel ”96 una caduta - causata dall’ennesima sbornia - le provocherà la rottura di un braccio, paralizzandole la mano destra e togliendole la voglia di cantare. Non solo: in ospedale si beccherà un’orribile polmonite e un avvelenamento da cibo. Ma almeno avrebbe smesso di bere. Anita O’Day non ha avuto né figli né una sua famiglia, lascia un libro di memorie, High Times Hard Times, una montagna di album e un disco uscito da poco e dal titolo troppo beffardo, Indestructible!. Ma soprattutto lascia un mondo di suoni e interpretazioni ultraswing che raccolte e monografie hanno tramandato e davvero reso ”indistruttibile”» (Francesco Adinolfi, il manifesto 25/11/2006).