Corriere della Sera 22/11/2006, pag.43 Sergio Romano, 22 novembre 2006
Come fare fortuna nella Russia ex sovietica. Corriere della Sera 22 novembre 2006. L’avvocato Gianni Agnelli disse un giorno che le grandissime fortune familiari si costruiscono nel giro di molti decenni con tenacia e saggezza
Come fare fortuna nella Russia ex sovietica. Corriere della Sera 22 novembre 2006. L’avvocato Gianni Agnelli disse un giorno che le grandissime fortune familiari si costruiscono nel giro di molti decenni con tenacia e saggezza. Però, con la spregiudicata intelligenza e l’humour che lo caratterizzavano, aggiunse qualcosa di più interessante: disse, in sostanza, che i capostipiti di quegli inizi di accumulo di ricchezza non potrebbero essere oggi annoverati tra i santi. Tuttavia, mi pare che tra i costruttori di ricchezza dovuta a ingegno, implacabile determinazione, qualche pelo sullo stomaco e un pizzico di fortuna, e coloro che, da un giorno all’altro, si ritrovano plurimiliardari senza forse neanche sapere come, ce ne corra. Lei che ha conosciuto la realtà della Russia, mi sa spiegare come siano sorti all’improvviso in quel Paese, dopo la caduta dell’impero sovietico e nel giro di pochissimi anni, tanti super ricchi tra dirigenti e impiegati di Stato, molti dei quali probabilmente all’inizio degli anni Novanta avevano uno stipendio molto inferiore al mio di normalissimo funzionario di banca italiano? Io mi sono fatto una vaga idea. Ma avrei bisogno di saperne di più. Alberto Voltaggio Caro Voltaggio, quando descriveva la genesi di una grande fortuna familiare, Agnelli aveva perfettamente ragione. I «robber barons», i baroni ladri degli Stati Uniti, costruirono la loro ricchezza facendosi strada a colpi di gomito tra concorrenti meno abili o meno spregiudicati. Così fu scritta, tra la Guerra di secessione e lo Sherman Act del 1890 (la prima legge anti-trust), la storia americana del petrolio, dell’acciaio, della chimica e delle ferrovie. Ma i figli e i nipoti dei «robber barons» divennero colonne dell’establishment nazionale, si dedicarono al servizio dello Stato, crearono splendide fondazioni consacrate al bene dell’umanità, donarono al pubblico le loro splendide collezioni. Non so come si comporteranno in futuro gli eredi degli oligarchi russi, ma cercherò di descrivere nuovamente (credo di averlo già fatto in un’altra occasione) il modo in cui edificarono i loro imperi sulle macerie dello Stato sovietico. Tutto cominciò all’inizio degli anni Novanta quando Anatolij Ciubajs, ministro nel governo di Egor Gajdar (il presidente della Repubblica era Boris Eltsin), decise che il miglior modo per privatizzare i grandi conglomerati sovietici era quello di distribuire a tutti i cittadini russi un certo numero di buoni, comunemente chiamati coupon o voucher, ciascuno dei quali rappresentava una piccolissima frazione del bene che lo Stato metteva sul mercato. Quotati alla Borsa di Mosca quei buoni avevano un valore e divennero immediatamente oggetto di compravendita. Apparvero allora alcuni membri dell’apparato comunista, «giovani leoni» che conoscevano bene i meandri del potere sovietico. Per comprare i buoni si erano procurati il denaro ottenendo prestiti a tassi di favore dalle Casse di risparmio, vale a dire da quei salvadanai in cui i cittadini sovietici avevano depositato il denaro che non riuscivano a spendere in un Paese dove i negozi erano vuoti. Dopo avere acquisito in tal modo la proprietà delle aziende, i baroni russi dovettero, beninteso, restituire i prestiti. Ma l’inflazione galoppante, nel frattempo, aveva considerevolmente ridotto il loro debito. Per sfruttare al meglio le loro imprese, gli oligarchi furono altrettanto spregiudicati. Quando producevano materie prime richieste dai mercati internazionali, le esportavano e trattenevano all’estero, per sottrarla all’inflazione e al fisco, buona parte del prezzo in valuta pagato dall’importatore. Non era legale, ma è probabile che bastasse ungere qualche ruota per evitare guai con la giustizia. Ben presto, comunque, gli oligarchi capirono che occorreva disporre, per completare l’opera, di due strumenti: un mezzo d’informazione (giornale o canale televisivo) e una banca. Il primo serviva a influire sulla pubblica opinione, la seconda a manovrare il denaro delle loro transazioni. Toccarono lo zenith del potere quando finanziarono la campagna elettorale di Boris Eltsin per il rinnovo del mandato presidenziale. Alla fine degli anni Novanta erano entrati al Cremlino e avevano un ruolo simile a quello dei boiari prima della grande purga di Ivan il Terribile. La parte dello zar, in questo nuovo dramma russo, fu recitata, meno sanguinosamente, da Vladimir Putin. Ecco perché i russi gliene sono grati, caro Voltaggio, e continuano a pensare, nonostante le critiche dell’Occidente, che l’ex colonnello del Kgb sia un buon presidente. Sergio Romano