Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  novembre 15 Mercoledì calendario

Anna Achmatova. Corriere della Sera 15 novembre 2006. A parte qualche sporadica apparizione, Anna Achmatova cominciò a essere tradotta in Italia agli inizi degli anni Sessanta, in coincidenza con la sua tardiva e quasi derisoria riabilitazione in Unione Sovietica

Anna Achmatova. Corriere della Sera 15 novembre 2006. A parte qualche sporadica apparizione, Anna Achmatova cominciò a essere tradotta in Italia agli inizi degli anni Sessanta, in coincidenza con la sua tardiva e quasi derisoria riabilitazione in Unione Sovietica. Chi volesse a colpo sicuro accostarsi alla sua poesia può leggere il bellissimo saggio che le ha dedicato Iosif Brodskij in Il canto del pendolo (Adelphi). Lo scritto si intitola La Musa in lutto, ma seppure perfetto per penetrare nell’universo poetico dell’Achmatova – con la sua «finezza emotiva e la complessità della prosa russa dell’Ottocento», con la sua ironia e distacco e inimitabilità, con i suoi metri rigorosi e le rime esatte – della musa stessa e del suo lutto non ci dice molto. E’ vero che la storia di un poeta è la storia dei suoi versi, ma per quel pugno di talenti che si formò prima della rivoluzione nella Russia degli anni Dieci, a Pietroburgo in particolare, i versi condizionarono talmente la vita da farne una loro creatura, un effetto anziché una causa. Così fu soprattutto per Anna Achmatova, e fin dall’inizio. Fu lei comunque nel 1961, cinque anni prima di morire, in un breve componimento intitolato Noi quattro, a riconoscere nel peso dell’esistenza una famiglia poetica, accostando alla sua le voci di Osip Mandel’stam, Boris Pasternak, Marina Cvetaeva. Non c’era nessuna enfasi, nessuna rivendicazione di un comune cammino, solo voci che dalle vie del cielo continuano a farsi sentire. «Siamo tutti per poco ospiti della vita,/ vivere è solo un’abitudine», scriveva. Per lei l’abitudine era durata più a lungo rispetto a quei suoi coetanei nati tutti intorno al Novanta dell’Ottocento. Mandel’stam era morto in un gulag siberiano nel ’38. Marina si era impiccata nel ’41. Il più fortunato Pasternak era vissuto fino al ’60, morendo per un cancro poco dopo lo scandalo della pubblicazione del Dottor Zivago in Italia e non in Urss, e del Nobel che era stato costretto a rifiutare per non apparire antisovietico. Ma nelle tre strofe, nel tono piano e narrativo dell’Achmatova, accanto al compianto del sopravvissuto c’è il sentimento di un intreccio di vite destinate a formare non soltanto un corpus poetico, una costellazione mitica per la Russia futura ma anche per tutta la poesia a venire, vite e voci che non avevano smesso di parlare, per dirla con Brodskij, contro il ronzio sconnesso e minaccioso della nuova era che la rivoluzione d’ottobre aveva inaugurato. Come quella dei suoi amici (in realtà amici erano stati Mandel’stam e Pasternak, episodico e più complesso il rapporto con la Cvetaeva), la vita di Anna non si era discretamente consumata all’ombra dei suoi versi: era stata una vita appassionata, ribelle, scandalosa, disapprovata dagli intimi più cari come dal potere, esaltata dal successo e tribolata dalla persecuzione, dall’inizio alla fine, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno cerca di ricostruirla con zelo cronistico la biografia che l’inglese Elaine Feinstein ha dedicato alla poetessa russa, uno studio voluminoso ora pubblicato in italiano da La Tartaruga ( Anna di tutte le Russie, pagine 393, e 19, traduzione di Giuliana Giuliani). Feinstein guarda con occhio pragmatico un mondo e dei personaggi che di pragmatico non avevano nulla. Per giunta, l’Achmatova era stata un personaggio leggendario fin dalla sua precoce apparizione in pubblico, e gli aneddoti, le chiacchiere, i pettegolezzi sul suo comportamento costellarono negli anni tutti gli avvenimenti, anche i più luttuosi, della sua lunga vita, fino alla morte a settantasette anni, quando, secondo Solgenitsin, era la persona più adulata dell’Urss dopo essere stata se non la più denigrata (la classifica dei denigrati è impossibile) certo umiliata e offesa nei modi più crudeli. La biografa raccoglie tutto, eventi e gossip, e spesso rischia di naufragare nelle acque agitate del materiale che ha raccolto. Ma il confronto con l’implacabile sequenza della quotidianità non ridimensiona la leggenda della «Musa in lutto», anzi la rafforza, come se ogni giornata fosse un’epopea dell’emozione oltreché della sopravvivenza, e consente di evitare generalizzazioni. Per esempio, se la Achmatova fu senz’altro vittima della follia staliniana, così come ogni sbrigativo curriculum vitae riconosce, per lei, come per molti dei suoi amici d’arte, i tempi si erano fatti scuri fin dall’inizio degli anni Venti, quando ai poeti, ben prima che il realismo socialista fosse dichiarato dovere di Stato, si cominciò a chiedere con spietata fermezza di diventare soltanto un utile strumento del cammino della Russia sovietica. Anna, il cui vero cognome era Gorenko (lo cambiò perché il padre non riteneva decoroso per una giovane aristocratica scrivere versi), aveva conosciuto il successo fin dai suoi esordi nella società culturale di Pietroburgo negli anni precedenti la Prima guerra mondiale. Bella, enigmatica, regale e sfrontata nella sua vita privata, ritratta in un viaggio a Parigi da un incantato giovane Modigliani, nel 1910 aveva sposato Nikolaj Gumilëv, poeta e animatore del mondo letterario dell’epoca: con lui, con Mandel’stam e altri amici poeti avevano dato vita alla corrente dell’acmeismo che si opponeva al simbolismo, occupando rapidamente il centro della scena. Con la sua voce magnetica raccontava l’amore in versi semplici che concentravano la passione in poche parole: «Infilai nella mano destra/ il guanto della sinistra», «Tu fumi una pipa nera,/ ed è strano il fumo che emette./ Io ho indossato la gonna stretta/ per apparire ancora più snella». Il vasto pubblico russo appassionato di poesia le tributava la sua ammirazione, e i critici più esigenti non esitavano a riconoscerle una metafisica perfezione. Ma tutto finì repentinamente. Nel 1921 il marito fu arrestato con l’accusa di aver cospirato contro il potere sovietico e rapidamente giustiziato. Per l’Achmatova, benché fosse già separata da lui, cominciò una vita di stenti non soltanto materiali ma anche letterari che si sarebbe conclusa solo dopo il disgelo kruscioviano, quando la poetessa era già gravemente minata nella salute e colpita da sciagure innumerevoli, tra cui la lunga detenzione di suo figlio Lev Gumilëv e la morte in campo di concentramento del suo terzo compagno Nikolai Punin. Anna, obbligata a un silenzio forzato, compose versi destinati a salvarsi soltanto perché appresi a memoria da una cerchia di amici ristretti, come quelli di Requiem, scritti dopo il secondo arresto del figlio, che fu detenuto per diciassette mesi in attesa della sentenza definitiva nel carcere pietroburghese delle Croci – altrettanti mesi di fila per la madre davanti alla prigione. Costretta a penose coabitazioni o senza fissa dimora o ricoverata in sanatorio per tubercolosi e poi per il cuore vacillante, la Achmatova oppose alla crudeltà della vita e della storia un misterioso distacco: nell’esercizio della poesia – quando già dal ’22 cominciarono a definirla un relitto del mondo borghese e anche Trockij non fece mancare la sua disapprovazione – brillando per il suo costante «non avanguardismo» (così Brodskij) non solo stilistico ma anche politico, e nell’accanimento amoroso con cui prendeva in contropiede l’angustia persecutoria dell’epoca. Passioni esaltanti e sempre infelici, uomini che dopo averla adorata immancabilmente la maltrattavano, tradimenti incrociati, faticosi ménage à trois, un vortice di illusioni e disillusioni vissute tra la fame, il gelo, la miseria, le delazioni, l’instancabile compagnia della paura e la progressiva impossibilità di pubblicare. La sua recente biografa inglese si ostina a trovare o piuttosto a mettere un ordine tra i suoi disordinati amori, fino all’incontro con Isaiah Berlin che le costò la scomunica bruciante di Zdanov nel ’46 e l’etichetta pubblica di «mezza suora e mezza prostituta». Ma l’ordine di Anna Achmatova era altrove. Era nella profetica lucidità con cui giudicò l’avvento del potere sovietico, nelle sue letture di Puskin, Dante, Keats, nella fratellanza con il dolore che la circondava, nel suo difficile e poi terrorizzato essere madre e, sempre, nella poesia. Rimase «strana, bella, pallida, immortale e mistica» – come l’aveva descritta ventenne Nikolai Punin – anche quando arrivò in Italia due anni prima della morte, viaggiando in treno da Mosca fino alla Sicilia per ricevere il premio Etna- Taormina da persone che ignoravano tutto di lei. Sebbene fosse deformata dalle disgrazie e una grassezza malata mascherasse il corpo leggendariamente sottile come un giunco e un velo opaco coprisse i celebri occhi grigio-verdi, sorrideva, leggeva i suoi versi con la regalità di sempre, scrutava con frenesia giovanile le rovine della perduta ed eterna classicità, e ogni tanto, come racconta Rossana Rossanda nelle sue memorie, rifiutava di stringere qualche mano che era stata troppo amichevole con le mani che apparivano nei suoi incubi. Elisabetta Rasy