La Repubblica 21/11/2006, pag.52 Enrico Sisti, 21 novembre 2006
"La mia vita da due metri e 15" quando il gigante è una donna. La Repubblica 21 novembre 2006. Large Marge non fa sei metri ogni due passi, come cantava Edoardo Vianello nei Watussi, ma le basta uscire di casa perché la gente si fermi a guardarla stupita, come se avesse visto camminare un semaforo
"La mia vita da due metri e 15" quando il gigante è una donna. La Repubblica 21 novembre 2006. Large Marge non fa sei metri ogni due passi, come cantava Edoardo Vianello nei Watussi, ma le basta uscire di casa perché la gente si fermi a guardarla stupita, come se avesse visto camminare un semaforo. «E´ normale che davanti me reagiscano così». Margo Dydek, polacca di Poznan, 32 anni, è la giocatrice di basket più alta del mondo, due metri e quindici centimetri, più di Shaq O´Neal. Il più alto fra gli uomini è Yao Ming, 2,26: «Ma io oltre a essere un record sono anche una persona normale». Il fatto che debba precisarlo però è quasi inquietante. In famiglia sono più o meno tutti della stessa pasta: padre di due metri, le sorelle Kasia e Marta due centimetri sotto: «Mio padre non fece mai sport perché erano gli anni della guerra e non ci spinse a farlo. Lui pensava al suo ristorante. Ma a me e alle mie sorelle ci piaceva da morire fare sport». Certo Margo, con l´altezza, è andata persino oltre gli standard di casa: «Dicono si viva poco quando si è così alti, io ci rido molto sopra, ma a volte temo che possa essere vero». I medici lo sanno però che il cuore fatica a pompare per due metri e passa di organismo. Quando andò a vedere The Big Fish di Tim Burton si scorticò la faccia a forza di piangere: commossa per i "freaks" angelicati del film, commossa perché in fondo anche lei fa parte di quel mondo di Oz in cui niente e nessuno si può definire completamente a misura d´uomo. Tanto è vero che alla nascita era già lunga 56 centimetri e adesso pesa 101 kg, porta 46 di scarpe e quando va al ristorante «... mi danno sempre porzioni doppie senza che io chieda niente». Il mondo è tenero con lei, ma ogni tanto non può fare a meno di sentirsi come il gigante buono di Burton, quello che prende per mano il mondo e sorride sempre, anche se il suo sorriso è un´unica smorfia in cui dentro c´è tutto, la gioia, il dolore, «e un po´ anche la lontananza dal mondo reale». A conferma che il destino dei "grandi" è spesso piccolo, il gigante (nella realtà Matthew McGrory) se ne sarebbe andato poco dopo la fine delle riprese del film. «Perché era giovane ma sembrava vecchio e io le sento tanto certe cose, sicuramente più degli altri». L´hanno chiamata Margo negli Stati Uniti, dove ha giocato sino allo scorso anno per i Connecticut Sun. Il suo vero nome è lungo come lei, Malgorzata, più una bevanda che una giocatrice di basket. Nel ”99 fu prima scelta nell´Nba femminile e finì agli Utah Starzz. A trascinarla nel gotha dei personaggi "impossibili" fu il Tonight Show di Jay Leno: mezza America era sintonizzata sull´Nbc quando la sera del 12 giugno del ”98 apparve una ragazza polacca che raccontava di sé con estrema compostezza benché non riuscisse a stare dentro l´inquadratura. Margo spiegò cosa pensa, fa e dice una che a 12 anni era già alta un metro e ottanta e quando entrava in campo, o faceva canestro con le altre attaccate addosso, faceva paura persino ai genitori appostati in tribuna: «Un giorno uno di loro strillò: "Fermate tutto: quella è un maschio!"». Con lei Leno fece un inatteso picco di ascolti. Fu costretta a tornare due volte ma lei ci andò controvoglia: «Non mi garbava quella situazione, era un circo e glielo dissi anche... ». Dopo aver vinto l´Europeo con la sua nazionale, Margo sarebbe diventata una piccola icona dell´Nba. Carriera veloce, brillante, lei sempre in forma, cattiva in campo, spiritosa fuori. In Spagna, col Pool Getafe, fra il ”96 e il ”98 aveva già vinto due campionati e due coppe, arrivando anche in finale di Eurolega. Prima ancora aveva sperimentato anche le «allegrie un po´ rustiche» del campionato francese con l´Ochies di Valenciennes. Tornata in Polonia, cominciano gli acciacchi e qualcuno riscopre i vecchi soprannomi, "Duia-Fense" e l´enigmatico "Ptys", nati quando collezionava 20 punti a partita in Eurolega con la Polpharma di Gdynia. Nel 2005 («non me lo sarei mai immaginato») si riaffaccia in Nba, prima i San Antonio Silver Stars quindi i Connecticut Sun, dove si rimette a segnare con i suoi movimenti lenti ma irraggiungibili e torna ad essere un pivot più che rispettato. Adesso è di nuovo in Spagna, con i Ros Casares. Quando smetterà, metterà su un centro sportivo per bambini: «Oppure un negozio di taglie grandi per atlete». Per tutte quelle che, come lei, vorranno dimostrare di non essere soltanto "centimetri". Enrico Sisti