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 2006  novembre 22 Mercoledì calendario

Gemayel Pierre

• 23 settembre 1972, Beirut (Libano) 21 novembre 2006 (assassinato). Politico • «Era appena uscito dalla chiesa di Santa Rita, dove era andato a fare le condoglianze alla famiglia di un amico morto. Un grosso fuoristrada si è parato davanti al suo piccolo convoglio, una berlina coreana e un’utilitaria. Dal fuoristrada sono scesi tre uomini armati di mitragliatori. Hanno sparato sui vetri e sulle portiere. Pochi colpi, come usano fare i professionisti. Poi con calma sono risaliti sul fuoristrada e sono scomparsi. Il ministro con la faccia da bambino è morto così, in una strada di un quartiere cristiano di periferia, Jdeide, in mezzo al traffico che sempre attanaglia Beirut. Non aveva nemmeno un’auto blindata, Pierre Gemayel. Ministro dell’Industria, 34 anni, due figli piccoli, cristiano-maronita, figlio e nipote di due ex presidenti della repubblica [...]» (Giuliano Gallo, “Corriere della Sera” 22/11/2006) • «[...] era il simbolo del rinnovamento nel campo cristiano-maronita. Moderno, schietto, duro nella difesa dell’autonomia del Paese dall’influenza siriana e di altre forze straniere, ma sostanzialmente convinto della necessità di utilizzare le armi del dialogo e della moderazione. Quasi a voler rimarcare la differenza con alcuni esponenti del passato familiare. Quando il consiglio del clan Gemayel decise di affidargli il compito di portare nel nuovo millennio la terza generazione, vi furono entusiasmi ma anche qualche dubbio. Perché il giovane Pierre era diverso dal celebre e irruente nonno dal quale aveva ereditato il nome. Nonno che fondò la falange cristiana, che andò alle Olimpiadi di Berlino come portiere della squadra nazionale libanese, che fu talmente impressionato dalla disciplina hitleriana da voler creare, su quel modello, la Falange cristiana. Il cruccio del vecchio Pierre, che dopo la strage di Sabra e Chatila (della quale erano responsabili i falangisti) [...] disse che dietro il massacro si intravedeva la “sovversione internazionale”, di non essere riuscito a diventare capo dello Stato. Persino alcuni dei suoi correligionari, ritenendolo un estremista, lo definivano “improponibile”. Si vendicò lanciando in orbita i due figli: prima Bechir, che più gli somigliava, e che fu ammazzato, probabilmente dai servizi segreti siriani, pochi giorni dopo la sua elezione; poi Amin, che è stato presidente — seppur dimezzato: poco più che il sindaco di Beirut-est — dall’82 all’88. Bechir era un combattente, capace di motivare le sue milizie, indubbiamente audace. Viveva con la sua divisa, e un sarto dovette fare gli straordinari per confezionargli in poche ore lo smoking per la cerimonia di investitura. L’esatto contrario di Amin, diplomatico attentissimo alla propria immagine, abiti e cravatte firmati, attenzione per gli affari, abilità nel gestire gli intrighi di palazzo. Così abile da strappare persino il ruvido consenso dell’irruente padre, che dopo aver subìto un attentato dal quale uscì con lievi ferite fu stroncato da un infarto nel 1984 dopo aver consegnato alla famiglia le sue volontà: che un altro Gemayel, un giorno, avrebbe dovuto raggiungere il vertice del Paese. Per un cristiano-maronita, infatti, la prassi costituzionale prevede soltanto la poltrona più alta della repubblica, mentre il primo ministro è un musulmano sunnita e il presidente del Parlamento sciita. Alla fine degli anni ’90, quando il Paese era rinato dopo le devastazioni di una guerra civile costata 130.000 morti, i nipoti della terza generazione maronita si ritrovarono insieme, tessendo strategie e disegnando programmi per il futuro, pronti a cancellare gli odi del passato e ad abiurare l’estremismo. Tra i maroniti, si sa, non esiste un vero leader, tanto che molti considerano il personaggio più autorevole della politica cristiana l’anziano cardinale Nasrallah Sfeir. Ma tra i giovani, Pierre Gemayel stava crescendo. Una carriera rapida: prima come il deputato più giovane, poi come ministro. Era amato dai suoi e rispettato dagli altri. Sarebbe arrivato molto lontano, forse dove voleva il nonno. Anche per questo, probabilmente, è stato ucciso» (Antonio Ferrari, “Corriere della Sera” 22/11/2006).