La Repubblica 02/11/2006, pag.29 Maurizio Crosetti, 2 novembre 2006
Calcio balilla, il mito che non perde mai. La Repubblica 2 novembre 2006. Torino. Quel fortissimo clack
Calcio balilla, il mito che non perde mai. La Repubblica 2 novembre 2006. Torino. Quel fortissimo clack. E poi sentire la manopola un po’ morbida, l’ impugnatura tra le dita. E il rumore che fa la pallina quando viaggia nella pancia del calcio balilla, dopo il gol. Palla contesa, palla alla difesa. Le cento lire incastrate nell’ asta col pomello, perché si possa giocare all’ infinito senza pagare. E il segnapunti, e le palline che schizzano e volano. Ma rullare non si può, i ganci invece sì. Mentre tutto il mondo cambiava, il calcio balilla no. Un ometto in porta, due in difesa, cinque a centrocampo, tre in attacco. Rossi contro blu. Pettinati con la scriminatura, come se avessero la brillantina. Undici rodolfi valentini impomatati che simulano la partita di pallone incollati alle loro aste lucenti, e si gioca saltellando da una manopola all’ altra (se si è due contro due), oppure a coppie tenendo strette le proprie, io in attacco, tu in difesa che poi ci scambiamo. Da mezzo secolo. Nei bar, all’ oratorio, nelle comunità, a casa, in carcere, negli ospedali. E da venerdì, al «Palais» di Saint Vincent, Valle d’ Aosta, in gara per un titolo mondiale: 36 nazioni, 50 giocatori, la più brava del mondo è italiana e si chiama Samantha Di Paolo. «Ho imparato nel bar di mia mamma, avevo nove anni e salivo sulla sedia altrimenti non ci arrivavo. Mi alleno cinque ore al giorno, ma se dico che il calcio balilla è uno sport mi ridono dietro. Ritmi da professionista e guadagni da dilettante: è già tanto se ti copri le spese. Eppure è sport, eccome. Servono forza, testa, destrezza, fortuna. E magari, trovandolo, anche uno sponsor». In Italia abbiamo 18 mila tesserati e milioni di praticanti. I campioni si mettono il talco sulle mani, come i ginnasti, e spruzzano grasso liquido sulle aste per farle scorrere meglio. C’ è anche una Federazione, con un responsabile sportivo (Roberto Giovannini, pure lui in gara a Saint Vincent) che dice: «Il calcio balilla piace perché è rimasto quello di sempre, con 50 centesimi giochi una partita al bar, e se vuoi comprartene uno ti dura tutta la vita: sono indistruttibili». I migliori li fabbricano a Pozzolo Formigaro, provincia di Alessandria (costo medio, da 300 a 900 euro). La ditta si chiama Garlando, tutto cominciò negli Anni 40 quando il pioniere Renato, artigiano, andò a lavorare per un bizzarro marsigliese di nome Marcel Zosso. Costui si era messo in testa di costruire «bigliardini» (però il nome ufficiale è quell’ altro, un po’ fascista, dove balilla sta per ragazzo, omino). Renato Garlando si mise in proprio nel 1954, e adesso l’ azienda produce 30 mila pezzi l’ anno per 10 milioni di euro di fatturato e una sessantina di dipendenti. «Esportiamo anche in Cina, ma due terzi della produzione è per i privati» spiega Francesco Belletti, direttore commerciale. «Si gioca tanto in casa, e il boom l’ abbiamo avuto proprio negli anni dei videogiochi. Forse perché il calcio balilla è così fisico, materiale, non è virtuale, ci giochi con altre persone, è tutto il contrario rispetto alla solitudine delle PlayStation». L’ oggetto è sempre quello dell’ oratorio, con la pallina da recuperare con la mano. Però è un’ illusione ottica. La forma e il senso del gioco sono eterni, i materiali no: oggi si usano «legni stabilizzati» (termine tecnico, «Mds»), gli ometti sono stampati direttamente sui tubi d’ acciaio cromato con tecniche coperte da segreti industriali, perché guai se il giocatore poi «slitta». Legno, metallo, plastica (le palline bianche sono di polipropilene) per assorbire forza e gesti classici: il corpo che si appoggia all’ asta eppure lei non si piega, nel gran colpo del polso goleador. Il mobile invece si sposta, prende a viaggiare come una zattera su quell’ oceano in tempesta che è la partita, e qui bisogna parlare di regole. Diverse, stranamente, tra Italia e resto del mondo. Noi siamo più severi e vietiamo il doppio tocco, cioè il gancio, mentre all’ estero ammettono passaggi, passetti, stop e tiri, trascinate e «virgole» (gli americani, sempre esagerati, hanno persino inventato il calcio balilla con tre portieri). «Per mia fortuna vivo in Svizzera» dice Samantha la campionessa «e mi alleno contro i maschi con le regole dei mondiali». Anche per questo è di nuovo favorita, mentre il più forte in assoluto è un belga, Frederic Collignon, che si porta a casa 200 mila euro all’ anno. Guadagnano bene solo i fuoriclasse, e solo se maschi: una cosa antica non può che essere maschilista. Invece il senso generale è più democratico, si comincia a gareggiare ufficialmente a sei anni e si prosegue fino a sessanta e oltre. Ed è anche una guerra commerciale. I soliti cinesi fabbricano montagne di calcio balilla giocattolo, però quelli super non hanno ancora imparato a farli. In compenso, noi italiani abbiamo inventato il bigliardino sponsorizzato, cioè tappezzato di scritte ed esposto nei locali pubblici. Non è tanto romantico, ma fa girare soldi e qualcosa bisogna pure concedere. Tanto, nel cuore del gioco, non c’ è commercio capace di cancellare quel favoloso e remotissimo clack. Maurizio Crosetti