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 2006  novembre 13 Lunedì calendario

Odom, dio del basket maledetto dalla vita. La Stampa 13 novembre 2006. Chissà come fa a saltare con tutti quei quintali di sofferenza che gli paralizzano i piedi

Odom, dio del basket maledetto dalla vita. La Stampa 13 novembre 2006. Chissà come fa a saltare con tutti quei quintali di sofferenza che gli paralizzano i piedi. Con tutti quei nomi incisi, fardello di emozioni, ricordi e rimpianti. Ogni sera, prima di solcare il parquet con la maglia numero 7 dei Los Angeles Lakers, Lamar Odom guarda quei tre nomi che ha fatto marchiare sulle sue scarpe. Bianco, viola e oro, per Cathy, Grandma e Baby J. Li guarda e pensa al suo folle destino: il basket e la vita gli hanno regalato tutto e poi piano piano si stanno divertendo a sfilarglielo. Sul bordo della scarpa, martedì 31 ottobre, è comparso il terzo nome, l’ultima incisione di dolore per quell’omone sul parquet della Nba. Baby J. Sta per Jayden, il figlioletto di Odom. Aveva solo sei mesi il 28 giugno scorso, un mercoledì notte, è morto soffocato durante il sonno nella sua culla. «Mia madre era l’ultima di cinque fratelli, io l’ultimo dei suoi figli, Jayden l’ultimo dei miei»: una catena carica di disperazione, ferite che graffiano il cuore, ma guai a riporle in soffitta. Odom se le porta sempre appresso, dice che quando vola a canestro quei tre nomi lo sospingono. «So che dimenticare fa parte della natura umana. Io, però, non voglio». Quella sera ha messo ai piedi le scarpe nuove e, assieme a Cathy, Grandma e Baby J, ha infilato 34 punti, 14 rimbalzi e 6 assist ai Suns di Mike D’Antoni: la migliore prestazione della sua carriera. Kobe Bryant era fermo ai box, lui ha piazzato 28 punti di media nelle prime tre gare e guidato i Lakers a tre successi consecutivi. Poteva essere la fine di un sortilegio. Poi Kobe è rientrato e sono state due vittorie e tre sconfitte, l’ultima venerdì sera con Detroit. Odom è tornato a recitare da comprimario. A tirare la carretta: rimbalzi, difesa, lavoro sporco e poco altro, solo 14 punti di media. ripiombato nelle retrovie, proprio quando pensava di essersi scrollato di dosso l’ombra del suo dio di riferimento. Era arrivato ai Lakers due anni fa, nell’operazione che portò Shaquille O’Neal ai Miami Heat. Si realizzava il sogno di sempre: giocare nella città degli angeli, lui che gli angeli, i suoi, li incide sulle scarpe. Per molti era l’uomo giusto per ripetere il ciclo vincente d’inizio millennio (tre anelli consecutivi tra il 2000 e il 2002). Niente da fare, la sua è sempre stata una vita da rincalzo di lusso. Arrivato per luccicare insieme con Kobe Bryant è finito schiacciato dal suo carisma. Destino amaro, tra i due non si è mai creata la chimica giusta per far correre i Lakers. Fuori dai play-off nel 2004, la loro prima stagione da compagni, un’onta per la gloriosa franchigia della West Coast: era successo altre tre volte soltanto. Coach Phil Jackson ha lavorato sodo, ha cercato di trasformare Lamar in un’ala alla Scottie Pippen, sperando che Kobe diventasse per davvero l’erede di Jordan. Invece niente: Kobe ha continuato a macinare punti, mentre a Lamar hanno cucito addosso l’etichetta di promessa mancata. Lui, invece, si è cucito le scarpe di dolore. Cathy sta per Cathy Mercer, sua madre. Lavorava per il dipartimento del traffico di New York, non si perdeva una partita del pargolo. Morì di cancro quando Lamar aveva appena dodici anni e suo padre era scappato di casa da sei. Dal giorno del suo esordio in Nba, era il 2 novembre del 1999, cominciò a scrivere il nome di Cathy sulle scarpe e non ha più smesso. Tre anni fa ha aggiunto un altro nome. Grandma. Sta per grandmother, nonna Mildred. «Mi ha insegnato a coltivare valori e ideali. Era una donna eccezionale, una che si è iscritta al College a 50 anni per prendere il diploma». Quando Cathy morì fu Mildred a preoccuparsi del giovane Lamar. Sette era il suo numero preferito. Sette è il numero che Odom indossa in campo. Oggi ha 27 anni, una moglie, due figli e un contratto da 10 milioni di dollari all’anno. Ma si porta addosso tre dolori e uno spavento che ha reso la sua estate, già funesta, un inferno. Jayden era morto da appena due settimane quando una sera, per strada, un ragazzino gli si è fatto sotto. Si è trovato una rivoltella puntata a dieci centimetri dal cervello e un rapinatore un po’ troppo nervoso che chiedeva soldi. Che ha sparato un colpo per terra, tanto per far capire che si faceva sul serio. Tutto per un orologio e quattromila dollari. Certe volte viene da chiedersi come sia possibile essere vincenti quando intorno c’è così tanta sconfitta, così tanto sconforto. Quando la sfortuna non concede tregua e si accanisce. Gli resta addosso l’etichetta di fenomeno mancato, lui che era arrivato per essere l’erede di Shaquille O’Neill. Odom forse non ci ha mai pensato, oppure il suo modo per pensarci sta nell’aggiungere ogni volta un nome sopra i piedi, sperando che lo aiuti a saltare più in alto. Anche oltre Kobe Bryant. Andrea Rossi