Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  novembre 23 Giovedì calendario

Mi basta il 3 per 100. Vanity Fair 23 novembre 2006. Mio padre faceva il pellaio a Velletri: girava i mattatoi a prendere le pelli appena staccate dalle bestie e le portava nelle concerie

Mi basta il 3 per 100. Vanity Fair 23 novembre 2006. Mio padre faceva il pellaio a Velletri: girava i mattatoi a prendere le pelli appena staccate dalle bestie e le portava nelle concerie. Io, da ragazzino, andavo spesso in giro con lui. Sono cresciuto nella cacca, nelle budella, nel sangue. Sono posti terribili i mattatoi; luoghi di grande ignoranza e ferocia, di materia e di odori, dove l’uomo torna alla dimensione primordiale». Enrico Lucci, 42 anni, è uno degli inviati storici del programma cult di Italia Uno, Le Iene Show. Arriva puntuale all’appuntamento; si affaccia timidamente dalla porta del bar; mi guarda e mi annusa da lontano. Ma quando si avvicina, ha occhietti sorridenti e un sorriso addirittura dolce. La voce, al naturale, è identica a quella che si sente nei suoi servizi: un po’ infantile, a tratti luciferina. Quest’anno il programma è arrivato alla decima edizione e, nel tempo, ha visto cambiare conduttori e inviati. Se Lucci, la cui specialità sono le interviste paradossali ai politici, è l’unico rimasto dall’inizio (c’è anche Marco Berry che però, nell’edizione di quest’anno, è meno presente perché sta seguendo anche altri progetti professionali), un motivo c’è. E i mattatoi della sua infanzia c’entrano di sicuro. Scusi, Lucci, ma non le faceva impressione, da ragazzino, tutto quel sangue? «No, mi ci sono abituato presto, anche a vedere le bestie macellate. E poi la puzza delle pelli mi piace; con papà, in giro per le fattorie, ci mangiavamo certe budelline...». Non è certo schizzinoso. «Invece schizzinoso lo sono, ma per altre cose». Tipo? «Se uno mi chiede di dare una leccata al mio gelato, oppure di mordere la mia fetta di pizza e poi gli resta il filo...». A parte andare per mattatoi, da ragazzo studiava? «Ho fatto ragioneria come i miei due fratelli, che oggi fanno gli impiegati metalmeccanici. Sono stato il primo della stirpe Lucci a laurearsi, a Roma, in Lettere, con indirizzo storia contemporanea». E a scuola andava bene? «Nei temi ero forte, mi è sempre piaciuto leggere libri. In generale, ero uno da sei e mezzo». Timido o trascinatore in classe? «Mi piaceva già far ridere le persone, ma ero uno molto serio nello studio, organizzatissimo. Stavo abbastanza per conto mio, ho sempre detestato i gruppi. Rincorrevo le mode, ma arrivavo sempre in grave ritardo: ho comprato i camperos quando gli altri avevano già le Timberland, avevo il motorino Garelli quando gli altri erano già passati alla Vespa». Con le ragazze aveva successo? «Abbastanza, ma io non ballavo, per esempio, e il ballo a quell’età mi sembra che sia una cosa importante. Rimediava chi ballava e chi era alla moda; io stavo sempre in una zona d’ombra». Ambizioni? «Sapevo benissimo che cosa non mi interessava: diventare ragioniere, commercialista, lavorare in banca. Mi piacevano la politica, la letteratura e la grande città. Per questo, a vent’anni, sono andato a Roma e ho fatto i lavori più diversi, barman, cameriere, muratore, per mantenermi all’università». In televisione com’è arrivato? «Grazie alla legge Mammì, che obbligava le televisioni locali a fare informazione; mi presero per fare il telegiornale a Rete Azzurra, emittente dei Castelli romani. La svolta della mia carriera, però, la devo a Claudio Ferretti, all’epoca conduttore del Tg3». Racconti. «L’avevo conosciuto durante una sua trasmissione in cui ero andato come rappresentante del movimento della Pantera, quello che occupava le università. Io all’epoca ero un militante serissimo del Pci. L’ho richiamato quando ho iniziato a fare il giornalista a Rete Azzurra, volevo qualche consiglio. Lui fu gentilissimo e mi disse di portargli un mio servizio. Io vado là, alla Rai, in via Teulada e, nel tragitto, mi si rompe la cassetta... me volevo ammazzà. Ma Ferretti mi ha detto di non preoccuparmi e l’ha aggiustata lui con lo scotch. Per tre anni ci siamo visti ogni tre mesi: mi insegnava sempre qualcosa. Poi, quando è diventato caporedattore dello sport, mi ha chiamato a lavorare con lui e Sandro Ciotti al programma quasi goal, e poi ad Anni Azzurri e Telesogni». Come è finito alle Iene? «Per Telesogni, dove comparivo in studio, mi ero inventato una cialtronata terribile: si chiamava ”la domanda moderna per una televisione intelligente”. Però è servita. Quando in Mediaset hanno iniziato a parlare di fare Le Iene, pare che un’impiegata abbia detto: ”Perché non chiamate quello sciroccato di Lucci di Telesogni?”. Le hanno dato retta». Le Iene hanno lanciato personaggi, come Fabio Volo e Victoria Cabello per esempio, che poi hanno seguito una carriera individuale. Perché lei invece è rimasto? «Perché Le Iene è un programma cazzaro ma impegnato, che fa ridere ma anche riflettere, proprio come sono io. E poi mi piace il lavoro collettivo che c’è dietro: i servizi sono individuali ma la realtà è che ogni idea viene condivisa con gli autori e con i colleghi; ci calibriamo a vicenda». Come nasce un suo servizio? «Mi interessano i paradossi. Per esempio: Follini fa la conferenza stampa per presentare il suo nuovo partito? Io costruisco tutto il servizio su un unico concetto: fondare l’ottantottesima entità politica in Italia è un’assurdità». Come fa a essere così perseverante nelle sue persecuzioni? «Ci penso bene prima, a quello che farò. E poi ci vado proprio convinto. Finché ce n’è, gli do giù. Ma non sono mai maleducato. Inconsciamente, penso che la mia fonte di ispirazione sia il tenente Colombo: dice delle cose tremende, che non si potrebbero dire, ma con l’atteggiamento innocente di un bambino. E ai bambini, si sa, non si può rimproverare nulla». Le viene naturale o è una tecnica che ha messo a punto negli anni? «Sono sempre stato un cagacazzi, da quando sono nato. Da lattante piangevo sempre, urlavo, davo le capocciate per terra. Negli anni ho imparato a dominare la mia irruenza. Se facessi muro contro muro mi caccerebbero subito, così mi cacciano alla fine, quando ho già fatto tutto». Ha mai preso delle botte? «Da mia madre tantissime. Sul lavoro, le ho prese da quelli di Forza Nuova e dai leghisti. Ci provano sempre, quelli, ma sotto, negli stinchi, che nun se vede... capito? Perché la telecamera inquadra sempre, è l’unica difesa che abbiamo». Chi è il politico italiano che ha più senso dell’ironia? «A me non interessa che siano spiritosi. Al contrario, il servizio è tanto più incisivo quanto più il personaggio preso di mira rimane spiazzato, senza parole». Con chi le è successo? «Di recente con Follini. Ma il mio preferito resta Baget Bozzo; andai a trovarlo a casa sua, tutto il servizio ruotava sul tormentone: ”Lei ha detto che... Ma come ha fatto?”. L’ultima domanda era: ”Lei ha detto che la Lega è l’unica bandiera contro l’Islam. Ma come ha fatto a dire questa cazzata?”. Lui mi ha guardato e poi ha pronunciato un’unica parola: ”Fuori”. Sublime». C’è qualche servizio che avrebbe voluto fare e non le è riuscito? «Avvicinare Berlusconi. praticamente impossibile. Una volta c’ero quasi riuscito, ma mi hanno deviato all’ultimo momento; allora sono salito sul palco e mi sono infilato nel coro che cantava Forza Italia. Ovviamente con parole mie». La cosa di cui va più orgoglioso? «Aver portato mia madre in America. Lei è la classica mamma da fettuccine, una donna generosissima. A 65 anni, maestra elementare, non era mai uscita dal Lazio. Insieme siamo andati a New York, Los Angeles, Las Vegas. Le ho fatto pure il filmino, che è andato in onda alle Iene». Oggi è vestito casual, da iena invece è sempre in divisa: completo e cravatta neri, camicia bianca. Come si sente meglio? «All’inizio la divisa mi dava fastidio, non avevo mai messo una cravatta in vita mia. I primi anni, per fare il nodo, chiamavo il mio vicino di casa. Poi è diventato il vestito della mia vita». Ve lo fanno su misura? «No, ce lo fornisce Mediaset, uguale per tutti, taglie diverse. Causa panza in crescita, nel mio caso è già cambiata diverse volte». Alle donne però lei piace molto. E ha fama di essere un amante generoso. «Il sesso mi piace, madonna se mi piace. Le femmine mi piacciono». Si dice anche che, nove anni fa, avrebbe trascorso una notte di passione con Serena Grandi: lei aveva appena girato Monella, il film di Tinto Brass. «Magari. Serena Grandi, nei suoi anni d’oro, era il mio mito. vero che l’ho incontrata alla presentazione di quel film e le ho detto: ”Serè, non puoi immaginare quante cose ho fatto pensando a te.. .”. Lei, da donna intelligente quale è, ne è stata felice e mi ha scritto una bellissima dedica. Ma è finita lì». Invece è refrattario a ogni relazione sentimentale stabile. Perché? «Ho avuto in passato anche rapporti lunghi ma, a un certo punto, sentivo sempre il bisogno di andarmene. Soffrivo e facevo soffrire; allora, qualche anno fa, ho capito che dovevo sperimentare un nuovo modo di vivere, che tenesse conto delle mie esigenze». Che esigenze ha? «Per me la condizione fondamentale per essere felice è la libertà: pubblica, nel senso che non deve esserci nessun ”duce” nella mia vita, e privata, nel senso che nessuno deve interferire nell’organizzazione della mia giornata. Detesto la frase: ”Che facciamo nel weekend?” . Detesto sapere che qualcuno mi aspetta a casa, magari con la cena pronta. E se non ho fame?». Riesce ad amare lo stesso? «Sì, ma per me amare significa cose ben precise : viaggi insieme, serate belle, bel sesso, bei momenti. Metto le cose in chiaro dall’inizio e, in ogni rapporto, cerco di individuare il punto di non ritorno per non arrivare alle dinamiche da relazione». Non ha paura di restare da solo? «No». E figli? Non ne desidera? «Non per adesso, in futuro chissà. Ma i figli sono un mestiere e io un lavoro ce l’ho già. Davide Parenti, l’autore anima delle Iene, è mia moglie e i miei servizi sono i miei figli». Ha più successo con le donne da quando è iena? «Sì, perché la forza della Tv è che ti dà la possibilità di conoscere tanta gente. Su cento donne che incontri, almeno tre ci stanno». Mai avuto il dubbio che stessero con lei perché è famoso? «Non mi ha mai interessato sapere perché una donna è gentile con me». Come seduce? «Sono abbastanza timido in realtà. Niente sguardi intriganti, nessuna frase a effetto. Tanto è sempre la donna che decide». Le piacciono più grandi o più giovani? «Fino a 50 anni vanno tutte bene. E, forse, anche oltre; al giorno d’oggi ci sono delle ultra cinquantenni superfighe che battono pure le ventenni». A bellezza o a esperienza? «Ad arrapamento». Sara Faillaci