Stefano Malatesta, la Repubblica 19/11/2006, pagina 34., 19 novembre 2006
Sul ponte sventola bandiera bianca. la Repubblica, domenica 19 novembre La vita letteraria dei pirati è stata più lunga, infinitamente più confortevole e possibilmente anche più redditizia della vita reale
Sul ponte sventola bandiera bianca. la Repubblica, domenica 19 novembre La vita letteraria dei pirati è stata più lunga, infinitamente più confortevole e possibilmente anche più redditizia della vita reale. Long John Silver, il più famoso filibustiere che abbia mai solcato i mari della fiction, ha fatto guadagnare in diritti d´autore agli eredi e alla moglie del suo creatore, Robert Louis Stevenson, l´equivalente del tesoro di cui il pirata stesso andava alla ricerca. Per due o tre secoli le storie dei pirati e dei corsari hanno costituito uno dei filoni più popolari della letteratura romanzesca e di avventure. Nel 1814 The corsair di George Byron - una storia letta sui giornali e ispirata alla eroica difesa di New Orleans di Jean Lafitte, un prototipo del romantico "outlaw" che piacerà molto a Verdi e a Berlioz - vendette diecimila copie in una settimana e si ristampò in sette edizioni nel giro di un mese. Per un curioso contrappasso due anni più tardi una flotta congiunta anglo-olandese si era presentata davanti ad Algeri, radendo al suolo il porto e affondando decine di quelle velocissime, snelle barche cariche di velature con le quali i pirati attraversavano in lungo e in largo il Mediterraneo. Un attacco dal quale la pirateria mussulmana non si riprese mai più. Non so se qualcuno dei Fratelli della Costa, come anche si chiamavano i pirati della Tortuga, sia mai stato consapevole di aver dato vita ad un genere popolare, dove gli eroi sono tutti dei fior di mascalzoni che verranno sostituiti nel mondo romanzesco, in tempi più moderni, da altri "malamente" e picciotti, i mafiosi per esempio, altro caso luminoso di delinquenti puri innalzati al ruolo di protagonisti letterari. Il vasto pubblico non solo dei lettori amanti dell´avventura, ma dei cittadini timorati di Dio, ha sempre guardato con un occhio benevolo queste truci vicende, forse perché erano così imbottite di esotismo e di inverosimiglianza da renderle irreali e pertanto innocue. Ancora oggi il termine pirata, pronunciato scherzosamente, ma con tono di ammirazione e di invidia, sta ad indicare un simpatico mascalzone, con il quale quasi tutti si scambierebbero volentieri... Il vero eroe dell´Isola del tesoro è Long John Silver, non il giovanotto Jack Hawkins; e chi non avrebbe dato una mano a Morgan per andare a saccheggiare Panama, con tutti quei tesori e quei forzieri rigurgitanti di oro azteco e di argento del Potosì? La modesta furbizia di un ristoratore dalle parti di Mentone, che negli anni Cinquanta e Sessanta si presentava agli avventori a torso nudo e con la testa fasciata "a la pirate" da un fazzoletto di seta, ha reso celebre in tutto il mondo il suo locale. Mi domando se avrebbe avuto la stessa fortuna presentandosi come Jack lo squartatore o il signor Landru o Scarpuzzedda, quello dei corleonesi che torturava i rivali della banda nell´appartamento di corso dei Mille, a Palermo. La maggioranza di queste storie di pirati proviene da due o tre raccolte, responsabili di quasi tutto quello che noi sappiamo su di loro, miti ed esagerazioni compresi. Una delle più note è la Storia generale dei pirati, che risale al 1724, firmata da un capitano Charles Johnson, allora un grande successo, ristampato e ampliato più volte, ora pubblicato anche in italiano. Negli anni Trenta del Novecento il libro, per le sue qualità di scrittura venne attribuito a Daniel Defoe, l´autore di Robinson Crusoe, ma è un´attribuzione indebita ed è rimasto il mistero di questo autore che nessuno ha mai visto. Per la verità, nel passato, un curioso atteggiamento della storiografia, che considerava l´argomento pirateria secondario, troppo folcloristico e cinematografaro per meritare un analisi seria, aveva lasciato le avventure di questi signori nelle mani dei fantasisti. Ma da qualche tempo abbiamo dei sicuri testi di riferimento e uno dei migliori è Under the Black Flag: Romance and reality among the pirates, di David Cordingly, uscito sette o otto anni fa, che ci ha spianato la strada per sapere quello che è vero e quello che è falso in queste vicende. Con una certa sorpresa, dal libro di Cordingly risulta che l´immagine popolare, quella che noi tutti ci siamo fatti dei pirati leggendo libri come la Storia generale o andando da ragazzi al cinema a vedere Captain Blood con Erroll Flynn o Il corsaro dell´isola verde con Burt Lancaster, è rimasta abbastanza fedele per quanto riguarda l´aspetto fisico, la tipologia del vestiario. I pirati indossavano, come tutti i comuni marinai, una giacchetta corta color blu infilata sopra un rude camiciotto, calzoni spampanati retti da bretelle vistose e spesso un gilet rosso in soprannumero e il classico fazzoletto, a volte sostituito da una più larga sciarpa, annodato sopra la testa: una pratica soluzione per difendersi dal sole implacabile dei tropici. Ogni pirata aveva diverse pistole infilate in un´altra sciarpa annodata alla vita e questa sovrabbondanza di armi era un´ottima precauzione per continuare a sparare anche se la polvere della prima pistola era bagnata, come succedeva spesso in mare. Si distinguevano, all´inizio, solo i bucanieri, un termine nato per definire i cacciatori che si aggiravano nei boschi di Hispaniola dando la caccia ai bovini importati nel Nuovo Mondo dagli spagnoli, moltiplicati in un numero incredibile per l´assenza ai Caraibi di predatori naturali. I bucanieri, che tagliavano la carne in strisce sottili e la vendevano dopo averla affumicata, come avevano imparato dagli indiani Arawak (il processo di affumicamento si chiamava boucaner) vestivano tutti con abiti di pelle conciata con i loro escrementi e tra il puzzo che emanavano e le macchie di sangue che cospargevano questi indumenti, non avevano un aspetto invitante. Più tardi si stabilirono nell´isolotto della Tortuga, formando una confederazione chiamata "I fratelli della costa", che non aveva scopi caritatevoli, come starebbe ad indicare il nome. Il racconto stupefatto delle imprese di questi manigoldi, per adoperare un termine usato nel passato nei loro confronti, aveva avuto dei precedenti rispetto alla Storia Generale. La narrazione più antica, in effetti il primo libro che affrontasse in modo sistematico le vicende piratesche era stato pubblicato più di cinquant´anni prima in Olanda e poi in Inghilterra, diventando subito un best seller. Si intitolava: Buccaneers of America, di Alexander Exquemelin, un francese di Honfleur, in Normandia, passato alla Tortuga come giovane barbiere, che aveva servito sotto Henry Morgan e Francois l´Olonese, uno psicopatico che torturava tutti i prigionieri con variazioni a seconda del rango. Il metodo più comune, per semplici marinai, consisteva nello stringere la fronte con una corda fino a che gli occhi del poveretto non uscivano fuori delle orbite. I personaggi importanti li curava lui stesso, tagliandoli a fette come un pezzo di bue con un coltello affilatissimo, e poi leccando il sangue rimasto rappreso lungo il filo della lama. Se qualche lettore si è fatto un´idea romanticizzata dei pirati come dei simpatici bellimbusti, una lettura anche parziale del libro di Exquemelin gliela farà passare. Perché i singoli ritratti vengono a comporre l´immagine complessiva di un´umanità degradata, priva di qualsiasi orizzonte che non sia un assassinio dietro l´altro, con un´aspettativa di vita ridicola, e destinata in poco tempo alla rovina finanziaria o alla forca. Oppure eliminata fraudolentemente da quelli che dovevano essere i suoi compagni. Uno dei pochissimi che si salvò dalla sorte comune è stato Morgan, tostissimo gallese, anche lui accusato da Exquemelin di essere un mostro di depravazione e di crudeltà. Ma il corsaro riuscì a portare l´autore del libro in una corte inglese, dimostrando come tutti i suoi raid fossero stati autorizzati dal governatore della Giamaica, Sir Thomas Modyford, e vinse la causa per diffamazione ricevendo un sostanziale risarcimento. Tornato a Londra per le proteste degli spagnoli inviperiti, venne immediatamente fatto "sir" da Carlo II e rimandato nelle Indie Occidentali con la nomina a vice governatore della Giamaica. E qui visse ancora numerosi anni da ricco piantatore, fino a quando le colossali bevute a base di rum che faceva con i vecchi compari del sacco di Panama non lo portarono alla tomba, senza che le cure di uno stregone africano, che gli aveva fatto bere la sua urina, riuscissero a salvarlo. Per quanto possa sembrare incongruo, tra i pirati vigeva una certa democrazia, nel senso che capitano si diventava per scelta della ciurma e comunque tutte le azioni più importanti e gli obiettivi erano decisi a maggioranza. Questo non voleva dire che gli uomini con maggiore personalità non s´imponessero, consapevoli di essere più dotati di tutti gli altri. Erano loro a indossare gli abiti più ricchi e più sgargianti che potevano trovare, riempiendosi di anelli, di orecchini, di spille, di collane, com´era l´uso del tempo, nel tentativo di rassomigliare a quello che proprio non erano: un gentiluomo. Bartholemew Roberts, conosciuto anche come Barbanera, uno dei più irriducibili briganti dei Caraibi e del Sud Atlantico americano, che si diceva avesse catturato quattrocento vascelli, era diventato il terrore dei piantatori nel Sud degli Stati Uniti. Messo finalmente in trappola da un giovanotto di quelle parti, il luogotenente Maynard, si preparò al suo ultimo scontro con una vestizione degna di un grande torero, come si legge nella Storia generale: «Indossò un vestito lungo di damasco rosso, appuntò una lunga penna pure rossa sul suo cappello a larghe falde, si infilò al collo una pesante catena d´oro che nascondeva solo in parte una collana a crocifisso in diamanti». La sua apparizione doveva fare un certo effetto perché sistemava i suoi capelli lunghi, neri e unti in treccioline che penzolavano sopra la sua faccia. E dal cappello al momento dell´assalto spuntavano degli zolfanelli che lui accendeva per avere l´aspetto di un demone uscito in quel momento dal Tartaro. La sua morte è uno dei classici dell´epopea piratesca, paragonabile a Morgan che prende Maracaibo, o all´Olonese che viene mangiato dai caribe del Darien: «Maynard diede il segnale ai suoi uomini e questi attaccarono con un coraggio di cui non si era visto l´uguale. Barbanera e il luogotenente si scambiarono un paio di pistolettate andate a vuoto, passando poi alle sciabole fino a quando quella di Maynard non si spezzò. Mentre il luogotenente arretrava cercando di riprendere le pistole, Barbanera gli fu subito addosso con un pugnale e lo avrebbe ammazzato se una sciabolata di uno degli uomini di Maynard non l´avesse raggiunto squarciandogli il petto immediatamente sotto la gola. La lotta continuò fino a quando Maynard non estrasse l´ultima pistola carica, sparandogli a distanza ravvicinata. Il pirata ebbe un sussulto, ma rimase ancora in piedi a combattere per qualche altro istante fino a quando girò su se stesso e cadde sul ponte morto. Gli contarono venticinque ferite solo di arma da taglio. Subito la sua testa fu spiccata dal busto e appesa al bompresso della corvetta di Maynard, che fece un ritorno trionfale così addobbato». La storia della pirateria riguarda il mondo intero. Ma solo nel Cinquecento e in una particolare area, quella dei Caraibi, c´è stata una tale concentrazione di ricchezza allo stato primario, oro, argento, pietre preziose, dovuta alla caduta dell´impero azteco, alla requisizione di tutti i metalli preziosi da parte degli spagnoli e all´immediata spedizione verso l´Europa della parte che spettava al re. I capitani sapevano che in Spagna l´oro non bastava mai e che le loro fortune erano legate al momento in cui il re o chi per lui entravano realmente in possesso di tutti quei tesori di cui si erano vantati per lettera. Quando si sparse la voce, due anni dopo la caduta di Tenochtitlan, che un capitano francese, Jean Fleury, aveva trovato nelle stive di due modeste caravelle spagnole inviate da Cortez tre enormi ceste cariche di lingotti d´oro appena fusi, 500 libbre di polvere d´oro, 650 libbre di perle, smeraldi, topazi, maschere d´oro tempestate di gemme, elmetti pure d´oro e preziosissimi mantelli intessuti di piume del quetzal, fu come se per i lupi di ogni nazione e razza fosse arrivato il più potente richiamo della foresta mai sentito. Francesi, olandesi, inglesi si divisero l´Atlantico e il mar dei Carabi a seconda di chi aveva una posizione strategica a terra migliore di quella degli altri. E il bottino per lunghi anni fu talmente grande che quando gli spagnoli, per proteggere le loro navi dalle incursioni, cominciarono a organizzare convogli scortati, i pirati decisero di andare a prendere l´oro direttamente dove si concentrava prima di imbarcarsi: nelle città come Panama o Maracaibo. Vorrei aggiungere qualche curiosità, per gli amanti del genere. L´età media dei pirati si aggirava sui ventisei-ventisette anni e, secondo un calcolo accurato, nella prima metà del Settecento le percentuali per nazionalità erano queste: il 35 per cento erano inglesi, il 25 americani, il 20 caraibici, il 10 scozzesi. E poi francesi, spagnoli, portoghesi, olandesi e qualche africano. Ma in altre isole, che non rientravano nella sfera d´influenza inglese, i francesi e gli olandesi erano molti di più. C´erano sicuramente anche pirati italiani, ma solo di uno si è potuto accertare con sicurezza la presenza: Matteo Luca, che aveva catturato tre vascelli inglesi ed era stato poi impiccato a Giamaica. Quanto alla celeberrima bandiera dei pirati, non tutti battevano quella classica con il teschio e le tibie incrociate. Ce n´erano di rosse e con immagini di cuori che sanguinavano, di coltellacci, di scheletri interi. Solo a partire dal 1730 i pirati francesi, spagnoli e inglesi concordarono una bandiera unica: «Per evitare spiacevoli equivoci», dissero. Stefano Malatesta