Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  novembre 20 Lunedì calendario

Fabrizio Saccomanni, il fustigatore dei banchieri. La Stampa, lunedì 20 novembre Ci voleva uno come lui per andarglielo a dire, ai banchieri: se il 70% degli italiani non ha un’opinione positiva delle banche, dovete comportarvi meglio

Fabrizio Saccomanni, il fustigatore dei banchieri. La Stampa, lunedì 20 novembre Ci voleva uno come lui per andarglielo a dire, ai banchieri: se il 70% degli italiani non ha un’opinione positiva delle banche, dovete comportarvi meglio. Semplice. Però che a sostenere in pubblico questa tesi sia il direttore generale della Banca d’Italia è una bella novità; perché finora lo stile della Banca d’Italia verso il sistema bancario italiano era per consuetudine tutt’altro, materno-corporativo, anche prima delle degenerazioni della fine dell’era Fazio. Fabrizio Saccomanni, nel discorso di qualche giorno fa a Biella, ha fatto capire che l’aria è cambiata. Humour britannico Saccomanni è uno che le cose non le nasconde; capace perfino di criticare un’autorità come Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve americana. L’ha fatto ad esempio l’anno scorso, in un convegno a Francoforte dove ha sostenuto tesi - su come meglio prevenire gli squilibri finanziari internazionali - ampiamente condivise in Europa, che altri preferivano tenere più sfumate. Ma lo ha fatto con il garbo che gli è proprio: «Possiede un talento unico, di esprimere concetti profondi con una eloquenza italiana e con un senso dello humour britannico» dice di lui Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce. La nuova Bankitalia Si spiega così che porti novità in Banca d’Italia uno che vi ha passato gran parte della sua carriera. In altri tempi, oltretutto, rimproveri come quelli destinati l’altro giorno ai banchieri - «molto resta da fare» per la trasparenza dei rapporti con i clienti, «è interesse di tutti identificare ed isolare comportamenti scorretti» - a pronunciarli era il numero uno in persona, il governatore. D’ora in poi, con il nuovo statuto che sarà approvato a fine mese dall’assemblea straordinaria, la Banca d’Italia diventerà per un organismo collegiale; e il direttore generale acquisterà maggiore rilievo pubblico, sarà una specie di vicegovernatore. Il feeling con Draghi Già di suo Mario Draghi è propenso a delegare; e il grande affiatamento tra i due lo facilita. Il primo segno lo si è visto giovedì scorso, quando Saccomanni lo ha sostituito alla riunione del consiglio della Bce, a Francoforte. Draghi doveva passare il fine-settimana all’altro capo del mondo, a Melbourne per il vertice del G-20, ma se avesse voluto non gli sarebbe stato impossibile, seppure con un po’ di stress da fuso orario, tenere entrambi gli impegni. Saccomanni ha da poco ricevuto la delega di sostituto sia nel consiglio direttivo della Bce sia nelle riunioni del G-10 a Basilea. Anche lì lo vedranno spesso; senza sorpresa, dato che lo conoscono da decenni. Di questioni internazionali, infatti, Saccomanni si è occupato per quasi tutta la sua carriera. La recente scelta del Fondo monetario di occuparsi dei tassi di cambio tra le monete, invece di lasciare che il mercato faccia da sé rappresenta per lui un successo intellettuale. Da anni sosteneva che i mercati finanziari mondiali non sono indomabili, che la politica economica «conta», può influenzarli se i grandi Stati sanno cooperare; lo argomenta di nuovo in una edizione aggiornata del suo libro, in uscita a Londra, Managing International Financial Instability. Sono stati gli Usa a cambiare idea, per timore del crescente peso della Cina. Saccomanni è un uomo di argomenti pacati ma tenaci, cortese eppure fermo, capace di mantenere il sangue freddo in situazioni difficili; è un economista pragmatico che prova «disagio» di fronte alle posizioni estreme, alle «sterili diatribe tra chi demonizza e chi mitizza il mercato». Amico di Tommaso Padoa-Schioppa, con cui ha cofirmato saggi, all’estero è abituato a dialogare con esperti monetari di primo piano come Peter Kenen o Fred Bergsten o Barry Eichengreen. Come altre volte, anche questo novembre era presente a Bologna alla «Lettura» della casa editrice Il Mulino, un evento culturale che fa centro sul gruppo di intellettuali vicino a Romano Prodi. Sposato senza figli, non gli piace che si parli di lui come persona, dei gusti, dei passatempi (musica, viaggi in paesi lontani); è la figura pubblica che conta. La grande prova La prova più dura per lui fu certo la sfortunata difesa della lira nel settembre 1992, che organizzò come capo del servizio rapporti con l’estero della Banca d’Italia. Nei suoi ricordi, l’esperienza più intensa resta la costruzione dell’euro: fin dai primi negoziati preparatori, come presidente del comitato per la politica del cambio all’Ime (il precursore della Bce) a Francoforte, dal trattato di Maastricht fino al «Rapporto di convergenza»; e più tardi nel comitato italiano incaricato dell’introduzione pratica dell’euro nel nostro Paese. La rivoluzione Certe esperienze gli serviranno forse ancora di più, perché come direttore generale dovrà sovrintendere a un riordino e un rinnovamento della Banca d’Italia - 7.900 dipendenti, al momento - rimasta troppo tempo in un assetto ormai invecchiato. Si comincerà dal vertice, dove occorrerà assicuare una procedura collegiale per tutti gli atti di rilevanza esterna nel nuovo direttorio a 5 (il terzo vicedirettore generale previsto dal nuovo statuto sarà con ogni probabilità Ignazio Visco, attuale direttore centrale per la ricerca economica). La sfida L’osso duro sarà la chiusura di oltre 70 filiali nei capoluoghi di provincia, con spostamento delle funzioni e del personale nei capoluoghi di Regione. L’amico Padoa-Schioppa gli sta aprendo la strada con la simmetrica chiusura delle direzioni provinciali del Tesoro; ma la gestione interna sarà dura, con i sindacati pronti a dare battaglia, e il rischio che finisca la «luna di miele» che finora ha visto il nuovo vertice circondato da un eccezionale consenso del personale. E poi riorganizzazioni di servizi, spostamenti di personale anche al centro. A Saccomanni serviranno tutte le doti di contatto umano che gli altri apprezzano in lui: la pazienza, la capacità di ascolto, l’attenzione ai giovani. Stefano Lepri *** Romano, ha studiato alla Bocconi di Milano e dopo la laurea a Princeton negli Stati Uniti specializzandosi in questioni monetarie. Di nuovo negli Stati Uniti ha vissuto dal 1970 al 1975, distaccato al Fondo monetario internazionale. In Europa, è stato uno dei costruttori dell’euro, come presidente dal 1991 al 1997 del comitato per la politica del cambio presso l’Ime di Francoforte (il precursore della Banca centrale europea) e come partecipante a tutti i negoziati preparatori dell’Uunione monetaria. Ben noto tra i banchieri centrali di tutto il mondo, è spesso invitato a dire la sua in convegni come esperto delle grandi questioni monetarie e finanziarie aperte dalla globalizzazione. Nell’Est europeo e nell’Asia centrale lo conoscono invece come uomo pratico, come manager della ricostruzione economica; prima nell’area più vicina all’Italia, come presidente del «tavolo di lavoro 2» del Patto per la stabilità dei Balcani, poi dal 2003 come vicepresidente della Bers, la banca che da Londra finanzia gli investimenti nei Paesi ex-comunisti. In quelle vesti si è occupato di reti energetiche comuni come di aree di libero scambio.