Federico Monga, La Stampa 18/11/2006, pagina 17., 18 novembre 2006
Iozzo, il Machiavelli delle banche. La Stampa, sabato 18 novembre TORINO «Silenzioso, preparato. Il dottor Sottile del Sanpaolo»
Iozzo, il Machiavelli delle banche. La Stampa, sabato 18 novembre TORINO «Silenzioso, preparato. Il dottor Sottile del Sanpaolo». Quell’articolo del Mondo, 18 maggio 2001, che celebra la sua ascesa ad amministratore delegato, Alfonso Iozzo lo conserva nel suo ufficio, in originale. E persino in fotocopia da distribuire alla bisogna. Descrizione azzeccata per il banchiere-politico, nato a Torre di Ruggiero (provincia di Catanzaro) 64 anni fa, entrato al Sanpaolo a 19 anni ancora studente e subito nell’ufficio del maestro Luigi Arcuti: «nessuno come lui sapeva giudicare il merito del credito». Forse più politico che banchiere nonostante i 40 anni passati tra piazza San Carlo e la sede della Compagnia. Ora la nomina, tutta governativa e tutta romana, alla guida della Cassa Depositi e Prestiti corona una carriera. Un banchiere all’italiana che sa come sopravvivere ai cambiamenti d’umore degli uomini di partito. Non a caso ama citare Macchiavelli, anche se i suoi nemici dicono di intravedere in lui la silhouette di Rasputin. E sempre non a caso, da federalista convinto qual è dalla giovane età, si riconosce nel solco di Mario Albertini. Il professore più incline alla mediazione, al ruolo di suggeritore rispetto al puro Altiero Spinelli che sosteneva la necessità di schierarsi in campo aperto. E perché no, poco italianamente, di contarsi davvero. Nelle uscite pubbliche e nelle, non certo numerose, interviste non si rintracciano suoi giudizi di parte. Certo, in politica non si affanna a smentire di essere vicino ai diesse. In particolare a Fassino: «Con Piero siamo amici di infanzia». Ma poi precisa: «Io sono federalista autonomista. Libero dunque di avere rapporti con chiunque purché sia europeista convinto». Un colpo di qua, un colpo di là. Molto banchiere, molto italiano. Tra gli amici Antonio Padoa-Schioppa, e quindi il fratello Tommaso, gli economisti Angelo Tantazzi e Filippo Cavazzuti, Paolo Onofri e quindi Romano Prodi e Riccardo Franco Levi. Vista l’indole e il carattere, difficile trovare qualche nemico vero, se si escludono Carlo Callieri, battuto sul filo di lana per la poltrona di vice a Bazoli, il direttore generale Pietro Modiano e, andando indietro nel tempo, Giuseppe Mazzarello. Litigi e ricuciture con il suo attuale presidente Enrico Salza, soprattutto ai tempi di Gianni Zandano. Alti e bassi anche con l’ex sindaco Valentino Castellani e con qualche socio forte. Ai tempi dell’operazione Dexia, naufragata poi per il protezionismo franco-belga, a Torino trovò scarso e neanche troppo malcelato appoggio. Di molto politico e di molto italiano ha sicuramente la capacità di aspettare il momento buono, senza dare troppo nell’occhio, ma sgobbando con passione, grande competenza e senza sosta. « un gatto dalle sette vite», ripetono ancora in questi giorni in banca. Quando la sua carriera sembra destinata al tramonto, rispunta all’improvviso. andata così anche negli ultimi mesi. Grande sponsor delle nozze del secolo con Intesa, prima dichiara di non essere più interessato a ruoli di primo piano, di avere terminato il suo compito, poi viene chiamato a furor di soci, soprattutto da Giovanni Bazoli e Corrado Passera, alla vice presidenza. Un incarico non di prima fila certo, ma niente a che vedere con la semipensione paventata. Pochi giorni dopo, all’improvviso, l’addio. Il balzo alla Cassa Depositi e Prestiti dove si troverà a gestire miliardari cantieri e miliardarie partecipazione, compreso il 35% delle Poste Italiana con la sua massa di risparmio gestito. A Ca’ de Sass e in Piazza San Carlo pare nessuno ne sapesse nulla. Nemmeno il sindaco Sergio Chiamparino, suo amico, e la governatora Mercedes Bresso, sua sodale federalista, che in questi mesi si sono sentiti ripetere più volte: «State tranquilli io sono uno dei garanti che Torino non sarà fagocitata per l’ennesima volta da Milano». Chiaro che giovedì sera, quando l’agenzia Ansa ha rivelato la sua transumanza alla Cassa Depositi, i telefoni abbiano cominciato a squillare. Tutti, banchieri e amministratori, a chiedere spiegazioni: «C’è stata un’accelerazione - ha ripetuto - la nomina doveva essere per il prossimo aprile. Prodi non poteva perdere tempo. C’era il rischio di dovere aspettare quasi un anno e allora meglio partire subito. C’è da costruire un piano di rilancio, da far ripartire le grandi opere. E poi io conosco bene tutto questo mondo, la banca, le fondazioni, sono stato alla Cassa Depositi in Francia». E poi ancora: «Il mio ciclo biblico non è di sette, ma di sei anni. Ho sempre cambiato. Io sono un builder e non un runner. So costruire e non gestire». Come dire, ho contribuito con il massimo impegno alla fusione, adesso tocca ad altri sviluppare il progetto. Anche Salza, sulle prime, non l’avrebbe presa bene. Ma da inguaribile ottimista, ha poi saputo vedere nella nuova vita di Iozzo, «l’ennesima conferma che il Sanpaolo è una fucina di classe dirigente». Federico Monga