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 2006  novembre 19 Domenica calendario

Dove il vero miracolo è avere una toilette La Stampa, domenica 19 novembre Tre anni fa, durante un viaggio da Lima a Ayacucho, ci fermammo in un villaggio in cui c’era un posto di polizia

Dove il vero miracolo è avere una toilette La Stampa, domenica 19 novembre Tre anni fa, durante un viaggio da Lima a Ayacucho, ci fermammo in un villaggio in cui c’era un posto di polizia. Chiesi all’ufficiale se mi permetteva di usare il suo bagno. «Certo, dottore», mi rispose con gentilezza, «le serve per urinare o per evacuare?». Risposi che era per la prima delle due cose. Si trattava, in realtà, d’una curiosità del tutto accademica perché il «bagno» era un cortilone all’aperto nel quale minzioni ed evacuazioni si confondevano tra nuvole di mosche e un odore da vertigine. Questo ricordo mi ha accompagnato costantemente mentre, turandomi di tanto in tanto il naso, leggevo le 422 pagine d’una recente relazione pubblicata dalle Nazioni Unite, intitolata Oltre le ristrettezze: potere, povertà e la crisi mondiale dell’acqua. La prudenza del titolo e la fredda e anodina prosa burocratica con cui è scritto non sono sufficienti a impedire che questo straordinario studio dia i brividi a chi legge mettendolo di fronte, con un rigore pari alla crudezza, alla realtà della miseria e ai suoi orrori nel mondo in cui viviamo. L’indagine, portata a termine da Kevin Watkin e dalla sua équipe, dovrebbe essere consultata obbligatoriamente da quanti vogliano sapere, in termini pratici, che cosa siano il sottosviluppo e l’emarginazione sociale e quali siano gli abissi che dividono queste società da quelle che hanno ormai raggiunto medi o alti livelli di vita. L’oggetto simbolo della civiltà La prima conclusione che traggo da questa lettura è che l’oggetto simbolo della civiltà e del progresso non è né il libro né il telefono né Internet e neppure la bomba atomica, ma il cesso. Il luogo in cui gli esseri umano svuotano le proprie vesciche e il proprio intestino è il fattore determinante per appurare se essi ancora si trovino nella barbarie del sottosviluppo o abbiano intrapreso la strada del progresso. Le conseguenze che questo atto semplice e metafisico riverbera sulla vita delle persone sono vertiginose. Almeno un terzo della popolazione del pianeta - circa 2.600 milioni di persone - non sa che cosa sia un bagno, una latrina, un pozzo nero, e fa i propri bisogni, come gli animali, ai piedi degli alberi, vicino a fiumi e sorgenti o in sacchetti o latte che getta in mezzo alla strada. E circa mille milioni di uomini e donne utilizzano per bere, per cucinare, per fare il bucato e per la propria igiene personale acqua inquinata da feci umane e animali. questo il motivo per cui almeno due milioni di bambini muoiono ogni anno di diarrea e le malattie infettive come il colera, il tifo e la parassitosi devastano enormi zone di Africa, Asia e America Latina e sono la seconda causa di mortalità infantile nel mondo. In un importante quartiere di Nairobi, in Kenia, chiamato Kibera è d’uso comune un sistema definito dei «water volanti», sacchetti di plastica che la gente usa per farvi i propri bisogni e che poi scaraventa in strada (di qui, l’appellativo). Questo atteggiamento spiega come mai il livello delle malattie infettive nel quartiere sia altissimo. Colpiti sono soprattutto bambini e donne. Perché queste ultime? Perché dal momento che sono loro a occuparsi in particolare della pulizia della casa e dell’approvvigionamento dell’acqua sono più esposte degli uomini al contagio. A Dharavi, un popoloso quartiere della città di Bombay, in India, esiste un solo water ogni 1400 persone e nella stagione delle piogge l’acqua inonda le strade e le trasforma in fiumi di escrementi. L’abbondanza d’acqua è, qui come in tante altre città del Terzo Mondo, una tragedia perché, in queste condizioni di vita, invece d’essere la vita è, spesso, strumento di malattia e di morte. E, così, paradossalmente, il problema dell’acqua, inscindibile da quello sanitario, è forse quello che più costringe uomini e donne a essere prigionieri del sottosviluppo. Quando hanno acqua si tratta, in generale, di acqua piena d’ogni tipo di batteri e di malattie che li colpiscono e li uccidono. Ma, nella maggior parte dei casi, la miseria condanna i poveri a una sete che è ancora più catastrofica per la loro salute e riduce le possibilità di migliorare le loro condizioni di vita. Una delle rivelazioni più sconvolgenti della ricerca è che i poveri pagano l’acqua molto più cara rispetto ai ricchi: proprio perché i villaggi e i quartieri in cui vivono hanno pochi impianti per l’acqua e scarsi canali, essi devono acquistarla da acquaioli o da servizi commerciali a prezzi esorbitanti. Così, ad esempio, gli abitanti dei quartieri poveri di Giacarta, in Indonesia, di Manila, nelle Filippine, e di Nairobi «pagano da 5 a 10 volte in più, per unità d’acqua, rispetto a quelli che vivono nei quartieri alti delle loro città e più di quanto paghino gli utenti di Londra o di New York». Non posso fare a meno di citare questa statistica fornita dalla ricerca: «Quando un europeo scarica la vaschetta del water o uno statunitense fa la doccia, consumano più acqua di quella di cui usufruiscono centinaia di milioni di persone che vivono nei quartieri poveri o nelle aree urbane dei paesi in via di sviluppo». L’altra notazione è questa: con l’acqua che si risparmierebbe se noi persone «civili» chiudessimo i rubinetti mentre ci laviamo i denti potrebbe lavarsi un intero continente di «barbari». Come una maledizione divina Di primo acchito si direbbe che non esiste una possibile relazione tra la mancanza d’acqua e l’educazione delle bambine. Eppure c’è, e molto stretta. La ricerca calcola che, ogni anno, si perdono 443 milioni di giorni di scuola a causa di malattie connesse all’acqua e che milioni di bimbe non vanno a scuola e ricevono un’istruzione scarsa o nulla - e, comunque, inferiore a quella dei maschi - perché, quotidianamente, devono andare a prendere l’acqua in canali, fiumi e pozzi che, spesso, si trovano a parecchie ore di strada dalle loro case. Nei Miserabili Victor Hugo ha scritto che «le fogne sono la coscienza della città» e, in uno di quegli interventi del narratore che ricorrono nel romanzo, mentre Jean Valjean si muove tra gli escrementi a fianco d’un quasi svenuto Marius, prova a cimentarsi in una curiosa interpretazione della storia a partire dalle deiezioni umane. Qualcosa del genere realizza questo formidabile studio, senza la poesia e l’eloquenza del grande romantico francese, ma con ben maggiore conoscenza scientifica. Con il solo intento di descrivere le circostanze e le riverberazioni legate a un problema concreto che colpisce un terzo dell’umanità, questa indagine radiografa con drammatica precisione lo straordinario privilegio di cui godiamo noi - gli altri due terzi - ogni volta che, senza renderci conto di tutto ciò, apriamo il rubinetto del lavandino per lavarci le mani o quello della doccia per accogliere la pioggia d’acqua fresca che ci pulisce e ci rinfranca, o quando, piegati dal mal di pancia, ci chiudiamo nell’intimità della stanza da bagno, svuotiamo l’intestino e, rasserenati, puliamo con un pezzo di carta igienica tutte le vestigia di quella cerimonia, tiriamo la catena e percepiamo, nel vortice dello sciacquone, che le nostre recondite sporcizie scompaiono nel ventre degli scarichi, lontano, lontano dalle nostre vite e dai nostri olfatti, per il bene della nostra salute e del nostro buon gusto. Quant’è diversa dalla nostra l’esperienza di quelle migliaia di milioni di esseri umani che nascono, vivono e muoiono letteralmente asfissiati dall’immondizia che non riescono a strappare dalle proprie vite perché la morchia fecale che espellono ritorna loro come una maledizione divina, nel cibo che mangiano, nell’acqua con cui si lavano e, persino, nell’aria che respirano facendoli ammalare, relegandoli nella mera sopravvivenza senza la possibilità d’affrancarsi dall’emarginazione in cui si dibattono. Uno degli aspetti più cupi di tale situazione è questo: i governi e gli organismi internazionali che promuovono lo sviluppo spesso non riservano a questa realtà la priorità che le spetterebbe; e, così, stanziano fondi insignificanti per i piani di risanamento e di bonifica. E la verità è che vivere nella sporcizia non fa ammalare solo il corpo, ma anche lo spirito, fa venire meno la più elementare autostima, il coraggio di ribellarsi alla sfortuna e mantenere viva la speranza, motore di ogni progresso. «Nasciamo tra feci e orina» ha scritto Sant’Agostino. Dovremmo provare un brivido di ghiaccio lungo la schiena al pensiero che un terzo dei nostri contemporanei non riesce mai a venir fuori dalla porcheria nella quale è approdata in questa valle di lacrime. Mario Vargas Llosa © El País