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 2006  novembre 12 Domenica calendario

Un uragano chiamato midterm. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Le elezioni americane di metà mandato, con la vittoria dei democratici sia alla Camera che al Senato, sono state un evento importante ma non straordinario in una prospettiva storica

Un uragano chiamato midterm. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Le elezioni americane di metà mandato, con la vittoria dei democratici sia alla Camera che al Senato, sono state un evento importante ma non straordinario in una prospettiva storica. Su 16 elezioni di midterm del dopoguerra, questa è stata la settima definibile come "voto di rifiuto", in cui le urne hanno rivelato una insoddisfazione diffusa verso la politica del Presidente e del suo partito. Alla luce delle diverse esperienze passate, non è facile ora prevedere cosa seguirà alla vittoria democratica. Dopo le elezioni del 1946, Harry Truman collaborò con il Congresso su grandi iniziative come il Piano Marshall, e vinse poi le presidenziali del ’48. L’amministrazione Eisenhower arrivò faticosamente a fine mandato dopo il voto del ’58 e il successo dei democratici al Congresso, che aprì la strada alla vittoria di John Kennedy nel ’60. Le maggiori realizzazioni di Lyndon Johnson arrivarono prima delle elezioni nel 1966, e due anni dopo i democratici lasciarono la Casa Bianca a Richard Nixon. Il voto del ’74, dopo lo scandalo Watergate, fu seguito dalla recessione del ’75 e dalla vittoria di Jimmy Carter nel ’76. Ronald Reagan recuperò consensi dopo la perdita del Senato nell’86 e gli scandali Iran-Contras, e il suo vice George Bush (padre) vinse la corsa alla presidenza nell’88. Nonostante il passaggio di Camera e Senato ai repubblicani nel ’94, Bill Clinton fu rieletto con facilità nel ’96 dopo l’approvazione bipartisan della riforma del welfare, in parte a causa degli eccessi del Congresso repubblicano, che costrinse l’amministrazione a sospendere l’attività per più di un mese. Se la storia non fornisce una risposta univoca sulle conseguenze di un voto di rifiuto, pone però i due partiti davanti a degli imperativi politici. Per i repubblicani la sfida sarà portare a termine delle riforme bipartisan cercando nello stesso tempo di indurre i democratici a sovraesporsi e ad apparire irragionevoli e irrealistici. I democratici, dal canto loro, dovranno invece risultare credibili come partito di governo. La loro campagna si è basata sull’incompetenza e la corruzione dei repubblicani, non si è trattato di un referendum sull’ideologia democratica. Se però vorranno conquistare la Casa Bianca tra due anni, dovranno articolare una chiara visione delle necessità del Paese e un programma legislativo completo. Quali conseguenze politiche ne derivano? All’interno, il mandato democratico e i timori repubblicani di una paralisi politica si combineranno per produrre un aumento del salario minimo e riforme più orientate ai consumatori in settori come il petrolio e la farmaceutica. La consapevolezza, da parte democratica, che sarebbero i repubblicani ad avvantaggiarsi da un aumento della spesa pubblica porterà a politiche di contenimento della spesa. I tagli fiscali estesi e non progressivi varati da George Bush sicuramente non saranno resi permanenti, come vorrebbe invece il Presidente, ma nemmeno aboliti del tutto, come desidererebbero molti democratici. Grandi riforme strutturali del fisco o del welfare sembrano da escludere. Dal punto di vista commerciale, la sfida non sarà liberalizzare ma anzi resistere alle tentazioni protezionistiche, dato che entrambi i partiti vorrebbero accontentare la classe media che proietta i propri timori economici sugli accordi commerciali. Più difficile è fare previsioni in politica estera, che avrà un’importanza sempre maggiore. Gli americani hanno votato contro una linea che ha prodotto una pericolosa combinazione di belligeranza e velleitarismo. Le dimissioni di Donald Rumsfeld dal Pentagono fanno capire che la Casa Bianca ha subito recepito il messaggio. Cresceranno le pressioni, in America e all’estero, per indurre l’amministrazione Bush a un ritiro graduale dall’Iraq e a una maggiore considerazione delle posizioni degli alleati nei confronti di Iran, Corea del Nord e Russia. Sarà in ogni caso indispensabile ricostituire la credibilità dell’America come Paese che riesce ad armonizzare i propri obiettivi con i risultati ottenuti, e dare l’immagine di un Paese che ha imparato dagli eventi degli ultimi sei anni, senza subirli passivamente. Realizzare una strategia efficace in Iraq sarà possibile solo in modo bipartisan. In questo caso le elezioni passate ci inducono a un cauto ottimismo. Il Piano Marshall nel ’48, il dialogo di Reagan con Mikhail Gorbaciov negli ultimi due anni del suo mandato, e la collaborazione tra Clinton e il Congresso nel salvataggio finanziario del Messico dopo il ’94 sono esempi di come una visione di lungo periodo possa prevalere sui vantaggi a breve termine. Questo per il mondo è uno dei momenti più delicati del dopoguerra. Qualsiasi cosa succeda, possiamo sperare che il nuovo Congresso e un Presidente ridimensionato possano in futuro, come è successo tante volte in passato, trovare un’intesa costruttiva. Lawrence Summers Lawrence Summers. Ex segretario americano al Tesoro dal 1999 al 2000, alla fine della presidenza Clinton, e dal 2001 al 30 giugno di quest’anno 27° rettore di Harvard, dove è titolare della cattedra Charles W. Eliot. Nato nel 1954 a New Haven, nel Connecticut, si è laureato al Massachusetts Institute of Technology nel 1975, passando subito dopo per un dottorato in economia ad Harvard, dove ha ottenuto il PhD nel 1982.