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 2006  novembre 12 Domenica calendario

I premi dei veleni. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre A Parigi è un rito che si ripete a ogni autunno

I premi dei veleni. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre A Parigi è un rito che si ripete a ogni autunno. Nel giro di pochi giorni, tra la fine d’ottobre e la metà di novembre, imperversa la stagione dei grandi premi letterari. Quelli che contano e fanno vendere tanto. Il Goncourt, il Renaudot, il Femina, il Médicis, l’Interallié, il Décembre e il Grand Prix de l’Académie Française. Una grandinata di riconoscimenti che condiziona i bilanci di un bel pezzo dell’editoria d’oltralpe. Negli ambienti letterari la tensione è palpabile. Anche perché ogni anno, insieme ai premi, tornano a circolare le voci di votazioni truccate, giurati venduti, giochi già fatti ancor prima di cominciare. Mentre i piccoli e medi editori protestano perché esclusi sempre dal banchetto dei vincitori, a cui siedono solo i big dell’editoria: Gallimard, Grasset, Seuil, Albin Michel, a cui ultimamente si sono aggiunti anche Minuit e Actes sud. "I premi sono sempre il frutto di uno scambio", dice indignato Claude Durand, che dirige la casa editrice Fayard e denuncia con foga gli autori-giurati che votano sempre per i libri della casa editrice presso cui pubblicano, indipendentemente dalla qualità delle opere in concorso. "Io ho sempre votato di testa mia e gli editori non hanno mai tentato di corrompermi", ribatte Michel Tournier, che il Goncourt lo vinse nel 1970 con Il re degli ontani e tre anni dopo entrò a far parte della giuria del premio: "I premi suscitano inevitabilmente molte invidie e molti scontenti", aggiunge, "dato che vincere il Goncourt può significare un milione di euro per l’autore e il triplo per l’editore. Da qui le ricorrenti accuse di accordi sottobanco, che però non sono mai sostenute da prove concrete". Voci, rancori, insinuazioni. Non stupisce, quindi, che il Prix Goncourt appena vinto da Les Bienveillantes di Jonathan Littell susciti accanite discussioni dentro e fuori i salotti letterari. E non solo per i contenuti del romanzo, che racconta la Seconda guerra mondiale e lo sterminio degli ebrei dal punto di vista di un ufficiale delle SS, con tutti i rischi che ne conseguono sul piano dell’estetizzazione del male e della memoria dei carnefici. C’è infatti chi immagina oscure manovre dell’editore Gallimard, riuscito a imporre un esordiente americano, il cui romanzo - essendo già un enorme successo in libreria: 250mila copie vendute in due mesi - non aveva certo bisogno dell’effetto promozionale del Goncourt. Senza contare, poi, che pochi giorni prima Les Bienveillantes aveva già vinto il Grand Prix dell’Académie Française. Ad aumentare il discredito dei premi letterari, contribuiscono in questi giorni due libri di memorie. Innanzitutto, quello postumo del critico e romanziere Jacques Brenner - Journal V, La cuisine des prix (Pauvert) - che rivela le trattative segrete e gli scambi di favori che accompagnano la stagione dei premi. "I nemici delle giurie", scrive, "hanno ragione quando parlano d’intrallazzi. E personalmente darei le dimissioni dal Renaudot, se non ne ricevessi anch’io qualche beneficio (ad esempio i 6mila franchi dall’editore La différence)". Malcostumi confermati da Madeleine Chapsal, da anni nella giuria del Prix Femina, che nel suo recentissimo Journal d’hier et d’aujourd’hui (Fayard) racconta alcuni retroscena delle ultime votazioni. Confidenze che non sono piaciute alle altre giurate, le quali l’hanno espulsa dalla giuria per aver violato la segretezza delle delibere. Punizione che la scrittrice Régine Deforges, dimessasi dalla giuria per solidarietà, ha definito "degna di un tribunale staliniano". Di fronte a tanti veleni, molti editori e scrittori invocano un cambio di rotta. Il quotidiano "Le Figaro" ha persino provato a stilare un decalogo di proposte concrete per restituire trasparenza e credibilità al sistema dei premi. Tra le ipotesi avanzate, l’impossibilità del cumulo dei premi, il rinnovo regolare dei membri delle giurie, la partecipazione di personalità esterne al mondo letterario, la necessità di rendere pubbliche le discussioni e le votazioni o ancora il divieto di premiare libri degli anni precedenti o di autori scomparsi, come avvenne nel 2004, quando Suite francese, il romanzo postumo d’Irène Némirovsky, ottenne il Prix Renaudot. Proposte che per ora sono state accolte con un certo scetticismo dai diretti interessati. Così, mentre Jean-Noel Pancrazi, della giuria del Renaudot, riconosce che le scelte andrebbero motivate meglio e spiegate con più chiarezza al pubblico, Tournier si dichiara contrario alle discussioni in pubblico: "Le decisioni delle giurie devono restare al riparo da ogni pressione esterna, per questo devono rimanere segrete". Insomma, il dibattito resta aperto e le posizioni distanti. Su un dato però sono tutti d’accordo: l’importanza dei premi, i quali, come ha ricordato lo studioso Dominique Viart, "sono un sismografo della vita letteraria, della situazione culturale, degli interrogativi e degli immaginari che attraversano il Paese". Senza dimenticare, infine, che la loro stagione regala alla letteratura un momento di grandissima visibilità. "facile prendersela con il sistema dei premi", conclude Tournier, "ma questo è l’unico momento durante l’anno in cui tutti parlano di letteratura. E ciò è indubbiamente positivo". Fabio Gambaro