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 2006  novembre 12 Domenica calendario

Quei sotterranei fogli rossi. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Trasmigrato dalla milizia di partito alla brillante redazione del "Foglio", Giuseppe Sottili ha dato recentemente alle stampe un libretto molto gustoso sulla sua lontana esperienza come cronista più o meno praticante del quotidiano "L’Ora" di Palermo

Quei sotterranei fogli rossi. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Trasmigrato dalla milizia di partito alla brillante redazione del "Foglio", Giuseppe Sottili ha dato recentemente alle stampe un libretto molto gustoso sulla sua lontana esperienza come cronista più o meno praticante del quotidiano "L’Ora" di Palermo. Il giornale, parcheggiato nell’area paracomunista, era diretto alla fine degli anni Sessanta da Vittorio Nisticò ed ebbe a combattere con grande coraggio una lunga battaglia contro la mafia, in un contesto molto difficile e pericoloso. Sottile vi esordì proprio nel periodo meno propizio, quando cioè alle Botteghe Oscure stava diventando sempre più difficile reperire i fondi per finanziare la stampa fiancheggiatrice del partito. Il racconto dell’attuale collaboratore di Giuliano Ferrara è calibrato con umorismo, un po’ alla maniera del grande Brancati, tra la cupa presenza dell’onorata società, la nevrosi del direttore (angustiato dallo spettro della chiusura) e il divertimento del giovane apprendista. Anche la lingua di Sottile è un riuscitissimo impasto tra l’italiano e l’irresistibile dialetto siciliano, che in effetti rappresenta da solo una minaccia sottesa per l’interlocutore. Ma per un lettore che, come il sottoscritto, iniziò anche lui la carriera nella stampa fiancheggiatrice del Pci, tra Milano e Roma, distaccandosene solo dopo il ventesimo Congresso sovietico, l’incontro con la testimonianza di Sottile, rappresenta anche un’occasione per un nostalgico salto in un passato che non fu banale né sotto l’aspetto professionale né, tanto meno, su quello politico. L’idea di affiancare all’"Unità"quotidiani più agili e (apparentemente, si capisce) più spregiudicati fu concepita personalmente da Togliatti e realizzata in grandissima parte da un curioso e simpaticissimo personaggio, Amerigo Terenzi, esperto e mercante d’arte romano nel senso più integrale, ruspante e "cinico" di questo termine, dove cinismo significa soprattutto spietato realismo. Basterebbe tuttavia la sola trovata di una stampa fiancheggiatrice per confermare la sostanziale fedeltà alla lezione di Gramsci di quel "Migliore" che pure, nei vent’anni dell’esilio sovietico, non aveva mai preso le distanze nemmeno dai peggiori delitti di Stalin. Noi redattori di "Milano Sera" e poi di "Paese Sera" eravamo tartassati ogni giorno dalle critiche dei "vertici" del l’"Unità"e del partito, che oscillavano dall’accusa di fascismo al sospetto di trotzkismo, ma in ogni caso arrivava la difesa puntuale di Togliatti, suffragata d’altro canto dai successi editoriali ed elettorali dei nostri giornali. I due artefici della stampa fiancheggiatrice erano assillati quotidianamente dai problemi di finanziamento. Ricordo, in proposito, un divertente aneddoto. Eravamo, grosso modo, all’inizio della tragica "querelle" tra israeliani e palestinesi, quando il Pci scese in campo (proprio come accade oggi ai suoi nipotini) al fianco degli arabi e, per analogia, prese posizione imprevedibilmente per il Pakistan contro l’India nell’altro conflitto esploso dopo il ritiro degli inglesi. Dall’ufficio di Terenzi parte una telefonata furibonda al nostro bravissimo direttore, Fausto Coen: "Vieni subito da me". Coen corre dal "Roscio" (come lo chiamavamo per il colore dei capelli) e si sente aggredire: "Ma come, io faccio un contratto sontuoso di pubblicità con l’Air India, e voi appoggiate quegli stronzi di pakistani?". Inutile dire che, in materia di politica asiatica, "Paese Sera" cambiò linea. Credo che il capolavoro del tandem Togliatti-Terenzi abbia coinciso proprio con la creazione e l’impostazione di "Paese" e "Paese Sera", e con la scelta dei rispettivi direttori: Tomaso Smith e Fausto Coen. Il tandem partì da una diagnosi molto intelligente degli orientamenti ideologici del proletariato romano, che non era industriale ma artigianale e di mestiere. A Trastevere era ancora vivo, in polemica con il Portone di Bronzo, il ricordo della Repubblica Romana così come l’ha magistralmente narrato Gigi Magni nei suoi film: erano mazziniani e garibaldini, non sarebbero mai stati "d’emblèe" comunisti. "Paese" e "Paese Sera" furono tarati in quella direzione: popolari, semplici, divertenti, molta cronaca politica travestita da cronaca nera (caso Montesi), molto spettacolo e sport, cultura non impegnatissima. A un certo punto, il 40 per cento degli elettori romani votò per la falce, il martello e il tricolore. Antonio Ghirelli