Paolo Liverani, Il Sole-24 Ore 12/11/2006, pagina 39., 12 novembre 2006
Laocoonte col bisquit. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Un uomo maturo e possente è sul punto di essere stritolato da due enormi serpenti, sul volto porta impressa una maschera di dolore fisico e morale, consapevole dell’ineluttabilità del destino suo e dei figli
Laocoonte col bisquit. Il Sole-24 Ore, domenica 12 novembre Un uomo maturo e possente è sul punto di essere stritolato da due enormi serpenti, sul volto porta impressa una maschera di dolore fisico e morale, consapevole dell’ineluttabilità del destino suo e dei figli. Accanto a sé ha i due fanciulli: il minore già si accascia vinto dal veleno che il rettile gli ha inoculato, ma il maggiore sembra sfuggire alla presa mortale. questa l’immagine che folgorò Giuliano da Sangallo, architetto di papa Giulio II, e Michelangelo Buonarroti, artista giovane ma già famoso, quando il 14 gennaio di 500 anni fa si affacciarono nell’ambiente sotterraneo apertosi sotto i piedi dei vignaioli di Felice de Fredis. Il terreno era vicino alle Terme di Tito, a poca distanza dal Colosseo, area centralissima sia per la Roma antica che per quella moderna, ma decisamente periferica per la Roma rinascimentale. Giuliano, a dire di suo figlio Francesco, avrebbe subito riconosciuto: "Quello è il Laocoonte, di cui fa mentione Plinio". Si trattava del sacerdote troiano che, davanti alle mura della città assediata, aveva subodorato l’inganno del cavallo di Ulisse e pagò con la vita la sua preveggenza. Troia infatti doveva cadere: l’avevano deciso gli dei perché dalla stirpe del fuggitivo Enea sorgesse Roma. Michelangelo pure fu profondamente colpito dal ritrovamento: a distanza di anni, tornato a Firenze, fissò estemporaneamente sul muro imbiancato di un sotterraneo delle tombe medicee l’immagine di quel volto che gli si era impresso nella memoria con precisione straordinaria. forse l’unico esempio di uno studio dall’antico documentabile con certezza per questo artista, la cui capacità creativa stravolgeva sempre i modelli rendendoli irriconoscibili. D’altra parte lui, il Laocoonte, nonostante i nodi dei serpenti, nonostante le letture che ogni generazione ne ha pro-posto, continua a divincolarsi e a sfuggire alla presa finale. a questa storia di nodi mai del tutto serrati e mai completamente sciolti, che è dedicata la mostra "Laocoonte. Alle origini dei Musei Vaticani". La sua figura domina al centro dello spazio espositivo: tutto il resto è posto lungo raggi ideali che se ne dipartono, in modo da dialogare visivamente con quella statua da cui è nata la collezione vaticana. E faccia a faccia gli è posto innanzitutto il suo clone in bronzo, il calco che il Primaticcio, pittore di corte di Francesco I, ne trasse nel 1540 per Fontainebleau, quando i tentativi del re di Francia di ottenere l’originale erano falliti. I due gemelli non si erano mai guardati in faccia prima d’ora, conducendo esistenze separate nelle due corti. Ora Laocoonte e il suo doppio danno nuovi significati alla frase di Plinio il vecchio, su cui archeologi e filologi hanno tanto discusso, quella che assegnava la palma del primato al Laocoonte in marmo sulle altre opere in bronzo e in pittura. La versione in pittura è invece a un passo, distaccata in anni passati per ragioni conservative dalle pareti della "casa di Laocoonte" a Pompei. L’affresco, però, è assai differente dal gruppo di marmo: gli antichi resero il momento della morte del troiano in modi molto vari e certamente la statua canonizzata dagli umanisti e dalle accademie d’arte non era che una delle tante soluzioni elaborate. Se gli antichi hanno proposto molte immagini di Laocoonte, i moderni hanno letto in maniera sempre diversa la stessa immagine. Per Giulio II Laocoonte significava il travaglio necessario alla nascita della gloria di Roma antica, ma anche la rinascita che egli stesso, nuovo Giulio dopo l’antico Cesare, voleva imprimere alla città eterna. Per il re Francesco I era segno di romanità imperiale. Per i parigini, che nel 1797 lo videro sfilare in un corteo trionfale con il meglio delle opere d’arte confiscate dall’esercito rivoluzionario, era simbolo della caduta dell’Ancien Régime e prova del fatto che Parigi aveva assunto l’eredità antica: la libertà di Atene e la forza di Roma. Vediamo infatti in mostra Laocoonte prima portato trionfalmente sul carro, nel cartone preparatorio per un colossale vaso di Sèvres che commemorava l’evento, quindi ossequiato da Napoleone in visita al Louvre, in un disegno di Benjamin Zix. Se molteplici sono le letture politiche date della statua, ancora più sfaccettate sono quelle degli artisti. Tiziano ne utilizza lo schema poco rispettosamente per una famosa caricatura in cui i personaggi del gruppo acquistano l’aspetto di scimmie, Rubens lo studia con passione, Bernini ne prende a modello il figlio minore per il Daniele nella Cappella Chigi di S. Maria del Popolo a Roma. A partire dalle avanguardie e dalla rottura con l’Accademia si assiste a una ribellione al suo fascino, che però non esclude ritorni imprevedibili. In mostra da una parte si trova il Dalì dissacrante, che lo cita in maniera straniante nel suo Laocoonte tormentato dalle mosche (1965), ma dall’altra c’è anche il russo Ossip Zadkine, che nel 1930 realizza un Laokoon cubista con il braccio drammaticamente alzato, su cui si avvinghia il serpente. Su questa linea realizzerà più tardi anche il monumento per la città di Rotterdam, bombardata nel 1940. Lo spagnolo Andreu Alfaro assume invece solo le linee-forza di Laocoonte per ricavarne un’immagine del tutto astratta eppure ancora chiaramente riconoscibile. Osservando i nodi di Laocoonte sembra che la cultura occidentale ne sia rimasta irretita tanto da non riuscire più a liberarsene. il contraddittorio potere di legare, di cui dispone quella che Eco avrebbe definito un’opera aperta. Paolo Liverani