Varie, 21 novembre 2006
VENEZIA
VENEZIA Mariolina Matera 1961. Scrittrice. Libri: Mille anni che sto qui (Einaudi, 2006) • «L’incipit di Mille anni che sto qui [...] immette subito un elemento visionario entro un racconto dall’ambientazione veristica. Quasi Garcia Marquez infiltratosi nel nostro Profondo Sud... A Grottole, in provincia di Matera, un pomeriggio del marzo del 1861, un liquido giallo scende per tutte le strade. È l’olio delle giare di un magazzino, che si rompono per le grida di Concetta, partoriente. Di lì le vicende della famiglia Falcone si snodano, complicandosi in rami e innesti, per più di un secolo, tra brigantaggio, emigrazione, fascismo, guerre, lotta politica, scoperta del metano, ”68 e ”77... Una specie di epica iperconcentrata, ambientata nel ”cuore dello stivale” (dove il sangue ristagna...) e compressa in duecentocinquanta pagine. Una saga destinata perciò all’estero, dove è richiesta questa immagine un po’ convenzionale dell’Italia, tra civiltà contadina e modernità sempre imperfetta (vedi il grande successo del romanzo alla Fiera di Francoforte). Eppure Mille anni che sto qui non è convenzionale né oleografico. Soprattutto perché accetta [...] la ”sfida” di confrontare un passato arcaico, fiabesco, gremito di leggende, con un presente un po’ spaesato, apparentemente senza radici e appiattito su se stesso. L’autrice stessa fornisce all’inizio uno specchietto per tenere a mente i moltissimi personaggi, prevalentemente femminili. Le donne del romanzo sono passionali, senza desiderio, generose, meschine, allegre, rancorose. I maschi invece sembrano sempre oscuramente in fuga: dal proprio paese, dagli altri, da se stessi. Non riescono a cancellare un fondo di pietrosa misantropia. La scrittura di Mariolina Venezia restituisce questa infinita varietà umana con una gioia del narrare (appresa ascoltando le storie delle nonne...), con una straordinaria ricchezza e densità espressiva. La sua virtù migliore è proprio una prodigiosa capacità di sintesi: poche righe e abbiamo un carattere, il senso di un destino, la verità di una situazione. Le similitudini attingono all’immaginario contadino - don Francesco sente che il suo corpaccione, tagliato nell’olivo, ”si sarebbe sfratto come i torsoli delle pannocchie” - o a una fisicità ruvida - ”la valle pelata del Basento luccicava sotto il sole”. La ”sfida” del romanzo si esprime in un corto circuito tra mondo arcaico e bruciante attualità, che avviene intorno a pagina 200 con il sequestro di Moro. Non più briganti e uccisioni di scrofe, ma cortei colorati e slogan ideologici e reduci del movimento che si fanno le pere... La cesura si percepisce perfino nel linguaggio, dove compaiono espressioni corrive (’Milano da bere”, la ”febbre del sabato sera”). Eppure, accettando di contaminare la sua lingua Mariolina Venezia mostra anche tutta la ”necessità” non archeologica del romanzo. Questa storia di contadini e di baroni non è una riscrittura di De Roberto, né si tratta dello stanco remake della Signora Ava di Jovine. invece il tentativo di una autobiografia lunga cento anni, o forse mille anni (di solitudine certo, ma anche di tanti incontri...). Nel personaggio nomade, inquieto di Gioia precipitano le storie del libro, con le loro mute richieste. Il tema che percorre l’intera narrazione è quello della Terra Promessa, cercata nei barili d’oro, nella Merica , nell’utopia politica, nell’amore. Ma alla fine Gioia scoprirà che l’unica patria è ”una terra che non c’è”. Una utopia individuale, distante dallo strepito della Storia, legata non al futuro ma al passato, alla luna che lei rincorreva da bambina. E il passato non è tanto e solo quello che si è vissuto quanto ciò che non è stato vissuto o che si è perso solo per un attimo, le strade interrotte e poi caparbiamente riprese, le esistenze deragliate. E insomma i sogni che abbiamo vissuto solo in parte, ma che rivelano inequivocabilmente un misterioso destino di felicità, visibile pur dentro la sventura: felicità antica e immotivata, fatta di quel ”cielo leggero e celeste che aveva sulla testa”» (Filippo La Porta, ”Il Messaggero” 12/11/2006) • «Gli anni raccontati in Mille anni che sto qui dell’esordiente Mariolina Venezia [...] non sono mille ma appena centocinquanta, eppure ampiamente bastano per costruire una saga italiana e contadina, bella, viva, legata alla terra, tormentata come lo sono un po’ tutte le saghe, vera, forse, in gran parte, oppure – ma il risultato non cambia – inventata dal vero. Particolarmente suggestivo è lo sfondo in cui è ambientato il racconto, una regione discosta, non devastata – per la scarsezza di risorse – dal cemento né dal malaffare, dove il tempo sembra essersi mosso un po’ più lentamente che altrove: una Lucania dura, povera, silenziosa, generatrice di figli che un poco le somigliano. Francesco Falcone è il capostipite di questa dinastia di piccoli proprietari terrieri che – nel secolo durante il quale li osserviamo vivere ”i campi, la casa e un discreto benessere li perdono e li ritrovano, secondo un andamento ondivago, irregolare e capriccioso come per lo più lo è, appunto, il destino. Ed è lui stesso – l’anziano fondatore della famiglia – che, con la sua morte improvvisa per mano dei banditi, provvede a gettare una prima volta nella miseria i suoi discendenti, in quanto non fa in tempo a sussurrare alla moglie dove ha nascosto i soldi, i gioielli, le giare con l’olio e le olive... Spiccano, come quasi sempre nelle saghe, le figure femminili, madri intrepide, nonne ostinate, zie rimaste sole con i loro sogni, figlie belle e figlie brutte, dunque facilmente litigiose, nipoti che vorrebbero emanciparsi dal ristretto ambiente contadino della minuscola ma già mitica Grottole, una modesta Macondo nostrana, centro del mondo e luogo dove ogni cosa succede, gli amori, le morti, le fughe e i ritorni, gli incontri e gli scontri. E dove gli uomini aggiustano case, contano soldi, spillano vino, si ammazzano – qualche volta – di fatica; e le donne impilano lenzuola, ricamano tovaglie, pregano, piangono, sputano sangue per tirar su i figli ma, anche – è capitato – scappano intrepide con il prete giovane e se lo prendono per marito. Come in tutte le belle saghe il lettore finisce per trovarcisi dentro, osservatore niente affatto passivo dello scorrere degli anni e delle singole vicende ma, anzi, curioso dell’uno o dell’altro attore che si muove nel grande intreccio, tanto da volerne seguire i passi lungo le strade di Grottole e lungo i sentieri dei campi, trepidando per il suo destino. Merito, ovviamente, dell’autrice, della sua scrittura che, tra lingua e dialetto – racconta con calore e distacco, con tono dimesso eppure solenne, il volgere del tempo e il passare – struggente – di ogni cosa: uomini, donne, bambini, animali, piante, case, usanze e tradizioni. Inevitabilmente, più ci si avvicina all’oggi e più s’incrina l’aura mitica del racconto: non per colpa dell’autrice, ma del lettore, ovviamente, che si ostina a trovare coinvolgenti, eroiche, degne di essere narrate – e ascoltate – solo le vicissitudini lontane; per quelle più vicine – si dice – gli basta leggere i giornali, che di mitico, per l’appunto, non hanno nulla. Ma se riuscisse, il lettore, a liberarsi del pregiudizio, si renderebbe conto che il filo del romanzo non si interrompe né si allenta o si sfrangia quando emerge dalla attraente penombra del passato per entrare nella luce forte – e sì, a volte anche crudele – del presente» (Isabella Bossi Fedrigotti, ”Corriere della Sera” 21/11/2006).