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 2006  novembre 23 Giovedì calendario

L’ambiguo fascino dello Zero. Panorama 23 novembre 2006. Ci sono stati i favolosi Sessanta, i plumbei anni Settanta, i rifluenti anni Ottanta, i complessi anni Novanta

L’ambiguo fascino dello Zero. Panorama 23 novembre 2006. Ci sono stati i favolosi Sessanta, i plumbei anni Settanta, i rifluenti anni Ottanta, i complessi anni Novanta... e poi? Non sono gli aggettivi a mancare, ogni vocabolario ne è pieno: ma nessun vocabolario offre, però, alcun nome per il decennio che attraversiamo. Questi che precedono gli anni Dieci andranno forse chiamati «anni Zero»? Così pare pensarla Michele Santoro, che all’ Anno zeroha intitolato la trasmissione del suo rientro, con due richiami, entrambi non inediti, al neorealismo di Roberto Rossellini (Germania: anno zero, sulla linea di Sciuscià) e a una, almeno lieve, forma di egolatria. Come parola, e anche come nozione, lo zero ci viene dai matematici arabi, ai quali arrivava dall’India. Dalla stessa parola araba che significa vuoto («sifr») discendono sia cifra sia zero, che in un primo momento è stato adattato in latino come «zephyrum», il nome del vento zefiro. Già dalle sue vicende storiche si può sospettare che zero sia la parola più evocativa fra quelle che provengono dal linguaggio matematico: la parola più carica di risonanze, anche contraddittorie, e quindi la parola a maggiore potenza simbolica. Ci sono voti brutti e voti bruttissimi, ma prendere zero (o zero spaccato, barrato per evitare la trasformazione in sei, o addirittura in dieci) è una valutazione di rendimento che contiene anche un marchio morale di forza ben superiore. Il voto vuoto non significa «hai sbagliato il compito» ma «hai fallito»: non valuta più una prestazione, ma direttamente la persona che l’ha eseguita. Si ritiene comunemente che lo zero sia immediatamente il nulla: ma i rapporti fra lo zero e il nulla sono più articolati. In matematica lo 0 è neutro per addizione e sottrazione (nulla toglie e nulla aggiunge) e invece fa collassare moltiplicazione e divisione, dando il nulla come esito. Dividere per 0 è impossibile, dà risultati indefiniti: e non molti liceali arrivano a capire come sia possibile che qualsiasi numero elevato alla potenza 0 diventi pari a 1. il genere di cose di fronte alle quali lo studente di matematica ripete l’antico tormentone di Maurizio Ferrini: «Non capisco, ma mi adeguo». L’idea a cui conviene adeguarsi è che il destino dello zero è quello di mettere in comunicazione mondi ben distinti: il positivo e il negativo, ma anche la qualità e la morale, l’inizio e la fine, la ragione e la follia. Nel linguaggio comune è difficile togliersi un sorriso sarcastico quando si pronuncia la parola zero: stiamo a zero, tu conti meno di zero, riparto da zero, azzeriamo la questione, zero via zero (via qui sta per virgola); 610, ovvero «sei uno zero» è forse stata la prima espressione crittografata italiana, il pioniere che ha aperto la strada alla valanga di sigle, emoticon, scritture simboliche che ha ormai investito la scrittura. Né pari né dispari, lo zero è un numero di transizione, fra i numeri negativi e i numeri positivi, ma è anche una parola di transizione: ha sempre una faccia neutra e una morale. La faccia neutra si manifesta in quelle espressioni tecniche, come crescita zero in statistica, economia e demografia, oppure grado zero in semiologia. Ma il vuoto dello zero si riempie subito di valutazioni morali. La crescita zero diventa un male ancora prima che capiamo il significato dell’espressione, e Roland Barthes non riuscì a evitare che la sua raffinata metafora del grado zero della scrittura (la scrittura senza «letterarietà» per esempio di un Albert Camus) fosse poi piegata a indicare banalmente stili sciatti e deplorevoli. Basta pensare, infine, che anche Ground Zero nasce come espressione tecnica militare (indica la proiezione a terra del punto di un’esplosione): ma proprio in virtù di quello zero che la contrassegna diventa il nome più spaventosamente efficace per il terreno su cui si sono coricate le Torri gemelle. Fra le categorie che vengono divise dallo zero vanno certamente individuati gli ottimisti e i pessimisti. Per i primi lo zero è un punto di partenza, per gli altri è un punto di arrivo. Può anche essere il punto di partenza per andare ancora più a fondo in casi di letteratura «maledetta» (come nel Meno di zerodi Bret Easton Ellis). Ma sicuramente al giovane Renato Fiacchini è occorsa una buona dose di ottimismo, o almeno di scaramanzia, per adottare agli inizi della sua carriera lo pseudonimo di Renato Zero. Non era il primo: già nel 1941 un fantastico comico e caratterista americano, Samuel Joel Mostel, esordiva sulle scene di una New York appena entrata in guerra con lo pseudonimo di Zero Mostel, che renderà celebre poi in film come Il prestanome e Per favore non toccate le vecchiette. E ancora più addietro incontriamo un caso industriale: tutti conoscono la Fiat Uno, ma è esistita anche una Fiat Zero, che era la prima utilitaria prodotta in serie con i metodi fordisti, nel 1912. Che dallo zero nasca qualcosa è un auspicio: ma molto spesso lo zero è la meta finale di un processo. Ciò è curiosamente simboleggiato da una asimmetria nel modo in cui contiamo. Diciamo: «uno, due, tre...» e «quattro, tre, due, uno, zero». Si incomincia con l’uno, si finisce con lo zero: solo nei conti alla rovescia lo zero viene computato. Sia una planata sia una picchiata, l’arrivo allo zero ha sempre un aspetto drammatico e contiene un elemento di inesorabilità su cui fanno conto gli inventori di espressioni come opzione zero e zero tolerance. Fra i tanti paradossi e le invenzioni che hanno punteggiato la carriera di Gianni Brera come storico e critico del calcio, forse la trovata più folgorante era quella per cui il risultato perfetto di una partita di calcio è lo 0 a 0: le reti inviolate, il nulla di fatto, la mancanza del gol come culmine della perfezione. Se il calcio, come ogni gioco, è un modello della realtà si potrebbe pensare che nel paradosso di Brera ci fosse un’indicazione, sottile e inaspettata, a non vedere di cattivo occhio l’esito-nulla, il pareggio dei conti, il prevalere delle difese contro gli attacchi. Una bizzarria, certo: ma ci si può anche pensare. Stefano Bartezzaghi