Francesco La Licata, La Stampa 11/11/2006, pagina 11, 11 novembre 2006
Vibo Valentia. Chissà che cosa avrà pensato la dottoressa Patrizia Pasquin, presidente della sezione civile del Tribunale, quando il capo della squadra mobile di Vibo Valentia, Rodolfo Ruperti, si è presentato per arrestarla
Vibo Valentia. Chissà che cosa avrà pensato la dottoressa Patrizia Pasquin, presidente della sezione civile del Tribunale, quando il capo della squadra mobile di Vibo Valentia, Rodolfo Ruperti, si è presentato per arrestarla. Certo, se fosse un film, il poliziotto avrebbe dovuto dirle: «La dichiaro in arresto, in nome della legge». Già, in nome della legge, come nel film di Pietro Germi. Solo che qui «la dottoressa» non è il solitario pretore che lotta con l’indifferenza e l’omertà dell’ambiente dov’è stato comandato di servizio. No, in questa storia il giudice ha invertito i ruoli e «in nome della legge» aiuta mafiosi e speculatori ad aggirare i codici. Coltiva amicizie pericolose, frequenta imprenditori discutibili e politici di bocca buona, Patrizia Pasquin nata a Milano, laureata a Torino e da 24 anni sempre nelle stanze del palazzo di giustizia di Vibo. Prima al penale, adesso al tribunale civile, dove ha ricoperto persino il ruolo di capufficio reggente. Perchè lo ha fatto? Ma per soldi, ovviamente, documentano le centomila intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte dai poliziotti di Catanzaro e Vibo poi confluite alla procura di Salerno che ha firmato i provvedimenti giudiziari. Soldi, potere e affari. Sarà per questo che gli investigatori hanno battezzato l’inchiesta «Do ut des» per sottolineare, appunto, il senso del rapporto sviluppatosi tra il giudice e i suoi protetti. Un aiutino in qualche sentenza, un fallimento da raddrizzare, un decreto ingiuntivo che diviene esecutivo in tempi da record e porta soldi alla cassa. Un rapporto privilegiato con l’amica Settimia Castagna, imprenditrice del settore turismo e floricoltura che s’allarga alla politica, tramite l’aggancio di avvocati prestati alle segreterie dei partiti e ai consigli comunale e regionale: la mucca da mungere. «Do ut des», chiaro? E poco importa se il do va a finire dritto nelle tasche dei Mancuso di Limbadi, uno dei più temibili clan della Calabria. Al limite - scrivono i magistrati di Salerno - l’amicizia pericolosa può essere filtrata da Tappo, soprannome di un imprenditore fallito (già aiutato dalla Pasquin) che fa da tramite anche per travisare il legame inconfessabile. Non è stato un parto della fantasia dei poliziotti, la trovata del «Do ut des». No, il titolo del film lo hanno dato le intercettazioni. Settimia e Patrizia stanno sul fuoristrada dell’imprenditrice e discutono del progetto Melograno Village (un megavillaggio a cinque stelle da costruire a Parghelia) che vede coinvolto l’avv. Michele Accorinti (capo dell’opposizione in quel comune). La Pasquin confida che le questioni di Parghelia le ha sempre risolte. Le amiche si lamentano dell’avvocato «che pensa alle sue cose» e Patrizia specifica di essere il giudice di dove lui deve venire per le sue questioni. «E vabbè - commenta la Pasquin - ma è tutto un do ut des... cioè lui è un furbone.. eh! Accorinti è un furbone...però è un amico, nel senso che guardandosi i cavoli suoi però ti aiuta... e perchè gli altri che sono? Fanno gli stronzi che uno si mette a disposizione e poi ti si girano pure contro... scusa allora è meglio uno così... o no?». Era cominciata due anni fa, l’indagine su Patrizia Pasquin. La polizia indagava sui Mancuso e nasceva l’Operazione Dinasty. In carcere ascoltavano i discorsi di Mico e Diego Mancuso, zio e nipote. A un certo punto uno dei due, Diego, si lascia sfuggire che un amico di Pizzo Calabro, Antonino Ventura, «gli aveva promesso di non fargli dare la sorveglianza potendo contare sull’appoggio della Pasquin con la quale mangiava». La polizia accertò che era lei il giudice che si occupava di quella proposta di sorveglianza e che le cose erano andate a rilento. Ecco come inizia la caduta di un gruppo che ha monopolizzato il tribunale, piegandolo alle esigenze poco edificanti di affaristi e mafiosi. Tutto ruotava sulla Pasquin, tanto che il suo ruolo si gonfiava giorno dopo giorno fino a divenire ipertrofico. A un certo punto gli stessi complici cominciarono a mostrare insofferenza per l’invadenza e la voracità del «giudice amico», fino a chiamarla «la cinghiala» e cominciare a fare brutti pensieri. Eppure era cominciata col basso profilo, la vicenda. Le intercettazioni del 2004 consegnano un quadro più familiare: agevolazioni nei fallimenti, recupero crediti veloci, informazioni su procedimenti in corso. A Settimia, preoccupata di essere indagata, dice di «stare tranquilla, non c’è niente, sei solo parte lesa», dopo aver fatto fare una ricerca sui computer del tribunale a un impiegato infedele. Parlando di altre situazioni, esplode di rabbia: «Ma gli ho fatto annullare la sentenza, cosa vuole di più?». E il Tappo provvedeva a fare la spesa: carne, pesce, «e i wurstel, le salsicce, mi piacciono quelle grandi». Ma poi la ditta si allarga. Fino all’affare del Melograno Village e ai relativi finanziamenti per quasi cinque milioni, di cui 900 mila anticipati (e in massima parte fatti pervenire alla famiglia Mancuso) sulla base di documentazione falsa, sottoscritta da funzionari e avvocati infedeli. C’è, infine, un capitolo che riguarda «atti di corruzione» contestati alla Pasquin e a Giuseppe Chiaravalloti, all’epoca del fatti governatore della Calabria. Si tratta di un presunto scambio di favori: sentenze in favore dell’impresa Campisi Pema, contro un intervento favorevole per la Melograno Village, richiesto dalla Pasquin. Lei chiama il politico «presidentissimo». L’altro le dice della causa raccomandata da «un pezzo grosso di Roma», della Cassazione. E lei: «Ne parliamo, io avrei individuato una soluzione». Francesco La Licata