Il Giornale 16-11-06, Marina Gersony, 21 novembre 2006
Tutti pazzi per cinese e arabo. corsa alle lingue emergenti. Per rispondere a richieste sempre più numerose università e istituti privati di tutta Italia hanno potenziato i corsi di lingue orientali (cinese, arabo, giapponese, hindi – lingua ufficiale dell’India -, e turco)
Tutti pazzi per cinese e arabo. corsa alle lingue emergenti. Per rispondere a richieste sempre più numerose università e istituti privati di tutta Italia hanno potenziato i corsi di lingue orientali (cinese, arabo, giapponese, hindi – lingua ufficiale dell’India -, e turco). Per il 2006/07 l’Università degli studi di Napoli ”L’Orientale”, registra un aumento di iscrizioni ai corsi di cinese e di arabo del 43 e del 28 per cento. Ca’ Foscari di Venezia ha avuto il suo primato di iscritti, 1.600, nel 2005-06 (di cui 700 hanno scelto il cinese come prima lingua), l’Università statale di Milano quest’anno (con 200 studenti iscritti al primo anno di cinese e più di 100 matricole di arabo), così come la Facoltà di studi orientali della Sapienza (con 800 studenti di cinese e 600 di arabo). Per andare incontro alle esigenze delle aziende operanti con il mercato cinese, l’Università Bocconi ha sviluppato ”Progetto Cina” (con la collaborazione di Assolombarda, Banca Popolare di Milano, Fondazione Italia-Cina, Istituto nazionale per il Commercio Estero). Il fenomeno non riguarda solo gli studenti universitari. Per esempio l’Istituto Confucio presso la Facoltà di studi orientali della Sapienza ha organizzato corsi di lingua cinese aperti al pubblico riconosciuti e finanziati dal Ministero dell’istruzione di Pechino. Molti corsi si trovano facilmente anche on line (improvvisati spesso da scuole private non specializzate, e non affidabili). In particolare l’arabo è richiesto soprattutto da persone che hanno ultimato il corso di studi, per lo più ragazze, di fascia medio bassa (tempo necessario per capirlo, tre anni, per parlarlo, cinque). Tra gli iscritti anche manager, medici, insegnanti, imprenditori, pensionati e giornalisti, attratti, chi da interessi culturali, chi da prospettive professionali nei Paesi emergenti. Secondo Marilia Albanese, direttore della sezione lombarda dell’IsiAO, Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente - ente pubblico parastatale -, è un fenomeno modaiolo ("Negli anni ”50 molti studiavano il giapponese. Allora il Giappone era un Paese emergente e suscitava curiosità. Nel tempo le esigenze e i gusti sono cambiati. Negli anni ”70 tutti volevano studiare l’arabo, così come dopo l’11 settembre, quando si è registrato un maggior interesse nei confronti non solo della lingua ma anche della cultura"), ma anche segno che "ci stiamo sprovincializzando e stiamo uscendo da un europocentrismo limitativo, affacciandoci finalmente sulla scena del mondo". Secondo Massimo Ortelio (autore radiofonico che al tema ha dedicato un programma, Una specie di follia, in onda su Radio3, col contributo di illustri arabisti e sinologi), non si tratta di tendenza, ma di tradizione italiana: "L’Italia nel corso della sua storia si è sempre confrontata con Paesi, culture e lingue diverse. Pensiamo a personaggi come Matteo Ricci, pioniere delle missioni cattoliche moderne di Cina, che imponeva ai suoi di imparare il cinese per integrarsi nella società di accoglienza. La stessa cosa vale per il mondo arabo con il quale l’Italia da sempre condivide scambi commerciali, linguistici e culturali. Basta ascoltare il genovese, infarcito com’è di parole di origine araba". Ma c’è anche un’altra spiegazione, dice Ortelio: "Non a caso la Zanichelli vende novemila dizionari di cinese-italiano all’anno, acquistati soprattutto dai cinesi che non vogliono perdere il treno della globalizzazione". Marina Gersony