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 2006  novembre 14 Martedì calendario

Il governo e la sfida dei referendum. la Repubblica, martedì 14 novembre Uccidere «Frankenstein»

Il governo e la sfida dei referendum. la Repubblica, martedì 14 novembre Uccidere «Frankenstein». Prima che lo faccia un referendum. E dunque prima che il morto, cioè il «mostro», si trascini nella tomba pure il vivo, cioè il governo. questo il rebus della riforma della legge elettorale, che insieme alla legge finanziaria toglie il sonno a Romano Prodi. Il «mostro», secondo la corretta definizione del presidente del Senato Marini, l´ha creato la Casa delle Libertà, nel laboratorio criminale di fine legislatura. La «porcata» di Calderoli, benedetta da Berlusconi-Casini e tollerata da Fini-Follini, è stato forse l´atto politico più cinico e irresponsabile compiuto dal centrodestra. Una riforma elettorale che somma i difetti di tutti i modelli possibili. Distorce il bipolarismo, paralizza con maggioranze asimmetriche il bicameralismo, diffonde il virus partitocratico del vecchio proporzionalismo. Una riforma elettorale concepita con l´unico obiettivo di rendere l´Italia ingovernabile. Un´operazione di puro sabotaggio contro l´avversario politico, e questo sarebbe il meno. Ma ai danni dell´intero Paese, e questo è molto più grave. Basterebbero questi giudizi, per dare il benvenuto ai due nuovi quesiti referendari di Mario Segni, sostenuti da uno schieramento trasversale di costituzionalisti (da Guzzetta a Ceccanti) di parlamentari (da Barbera a Martino) di governatori regionali (Illy a Bassolino). L´effetto del primo quesito è l´assegnazione del premio di maggioranza non più alla coalizione, ma alla singola lista che ha ottenuto più voti. L´effetto del secondo quesito è quello di far cadere la possibilità delle candidature multiple: chiunque potrà candidarsi in un solo collegio, e non in 20 o 21 come è capitato alle ultime elezioni. Due migliorie, che se non trasformano il «mostro» in un prodigio, hanno comunque il pregio di costringere il sistema verso un doppio obiettivo. Favorire l´aggregazione tra le liste di partito, vulnerata dal ritorno alla logica divisiva del proporzionale implicita nella pasticciata riforma polista. Ricostituire quel legame minimo tra i candidati e il territorio che, attraverso il collegio uninominale, ha fatto per 13 anni la forza del maggioritario, prima della «porcata» calderoliana. I due referendum sono già stati depositati in Cassazione, per il sindacato di legittimità. Convincono il principe dei costituzionalisti, Giovanni Sartori. Non dispiacciono agli irriducibili della sinistra anti-proporzionalista (come Veltroni) e piacciono ai pentiti della destra ex-maggioritaria (come Fini). Ma come sempre, nell´insieme il ceto politico vive lo strumento referendario come una minaccia, più che come un´opportunità. Dal punto di vista di Prodi, la preoccupazione è comprensibile. Sul piano teorico, il referendum è il nodo al quale il Professore potrebbe aggrapparsi, per scalare la vetta che sogna dal luglio 2003: il nuovo sistema elettorale, assecondando l´evoluzione verso il bipartitismo, darebbe la spinta definitiva al partito democratico nel centrosinistra, e al partito popolare nel centrodestra. Ma sul piano pratico, il referendum è anche il nodo al quale il premier rischia di finire impiccato. L´ala radicale di Franco Giordano ha già pronunciato la sua ennesima fatwa, uguale e contraria a quella dell´ala moderata di Clemente Mastella: «Se nell´Unione qualcuno sostiene i due quesiti - hanno già fatto sapere - ci sentiamo liberi da qualunque vincolo di coalizione». poi opinione diffusa che, se i referendum passassero, il giorno dopo il Parlamento, eletto con le vecchie regole, si dovrebbe sciogliere. Il premier è giustamente uno dei critici più feroci del «porcellum». il primo a voler ammazzare il Frankenstein ereditato dal Cavaliere. Ma paradossalmente sa bene che quel «mostro» è anche la sua polizza vita. Il presidente della Repubblica l´ha già detto a tutti i leader dell´Unione con cui ha parlato in queste settimane: «Se Prodi cadesse per un infortunio al Senato - è la linea di Napolitano - non credo affatto che sia possibile tornare a votare, con l´attuale sistema elettorale». Il premier non vuole correre il rischio di suicidarsi. Per questo ha affidato al ministro per i rapporti con il Parlamento un compito delicato: cercare l´accordo bipartisan per una riforma elettorale che anticipi e disinneschi la mina del referendum. Vannino Chiti è al lavoro: «Entro questa settimana - annuncia - avvierò le consultazioni con i leader della maggioranza. Nella prima metà di dicembre vedrò i leader dell´opposizione. L´obiettivo è quello di arrivare all´inizio di gennaio con un pacchetto di modifiche condivise, da portare all´approvazione del Consiglio dei ministri». Se si guarda allo stato penoso delle relazioni tra i poli, appare una missione impossibile. Ma il Professore non può non tentare. A Chiti ha posto solo tre condizioni: «Il nuovo sistema deve comunque prevedere la possibilità di votare per una coalizione, di scegliere un candidato premier, e di garantire a chi vince un premio di maggioranza». Il ministro incaricato ha già una piattaforma da presentare ad alleati e avversari. Prevede due approcci diversi alla riforma. «Il primo - spiega - è quello più radicale: va dal passaggio al modello tedesco puro, con la soglia secca di sbarramento del 5%, al ritorno al maggioritario, ma stavolta a doppio turno e con accesso limitato ai primi quattro partiti più votati». Un approccio hard. Oggettivamente troppo, per un sistema politico ingessato e resistente al nuovo come il nostro. Il secondo approccio è quello meno traumatico - aggiunge Chiti - ed è rappresentato dalla proposta di Roberto D´Alimonte». L´illustre politologo, docente all´Università di Firenze e già visiting professor a Yale e Stanford, ha già illustrato il suo progetto ai vertici del centrosinistra durante il seminario a porte chiuse di Orvieto, il 6 e 7 ottobre. D´Alimonte parte da una premessa, che ha il limite del minimalismo ma il pregio del realismo. Senza una convergenza strategica tra Ds e Margherita da una parte, Forza Italia e An dall´altra, è inutile puntare troppo in alto, cioè al maggioritario puro o al modello tedesco integrale. I partiti minori delle due coalizioni non vogliono il ritorno al collegio uninominale né la soglia di sbarramento del 5%. Detto in altre parole: la riforma elettorale vera si potrebbe fare solo con le «larghe intese». Cioè con un nuovo governo e una nuova maggioranza. Non essendo all´ordine del giorno, né a sinistra né a destra, meglio puntare a correggere al meglio il «porcellum». D´Alimonte suggerisce cinque modifiche: il premio di maggioranza al Senato da assegnare a livello nazionale e non regionale; il voto ai giovani dai 18 ai 24 anni anche al Senato, come alla Camera (correzione che esige una revisione dell´articolo 58 della Costituzione); l´inclusione dei voti degli elettori della Val d´Aosta ai fini dell´assegnazione del premio di maggioranza alla Camera; l´eliminazione delle candidature plurime; l´esclusione dei voti delle liste sotto la soglia di sbarramento dal computo dei voti per l´assegnazione del premio di maggioranza sia alla Camera che al Senato. «Le prime due modifiche - secondo lo stesso politologo - servono ad attenuare drasticamente il rischio di un Parlamento diviso, cioè con maggioranze diverse nelle due Camere. La terza elimina un palese elemento di incostituzionalità. La quarta elimina un obbrobrio unico al mondo, grazie al quale i partiti decidono dopo le elezioni chi va in Parlamento e chi no. La quinta elimina un incentivo micidiale alla frammentazione». Chiti è convinto che le idee di D´Alimonte abbiano gambe per camminare, tra i poli e in Parlamento. Ed è anche convinto che, se si tramutassero in legge, disinnescherebbero il referendum. «Sicuramente il secondo quesito sulle candidature multiple, e forse, con un´integrazione sul premio di maggioranza, anche il primo». Il sentiero è stretto. Ma Prodi è costretto a percorrerlo. Nel frattempo, di fronte alla macchina referendaria che torna a scaldare i motori, la linea prevalente, nell´Unione come nella Cdl, è «né sostenere, né sabotare». Riflette, ancora una volta, la debolezza della politica. La sua difficoltà di scegliere. La sua incapacità di auto-riformarsi. Ma oggi come nel ”93, la pistola caricata da Segni è sul tavolo. Chi avrà il coraggio di rigiocare alla roulette russa? Massimo Giannini