Filippo Ceccarelli, la Repubblica 12/11/2006, pagina 6., 12 novembre 2006
Dalla festa al fantasma della crisi le montagne russe di Romano. la Repubblica, domenica 12 novembre Roma
Dalla festa al fantasma della crisi le montagne russe di Romano. la Repubblica, domenica 12 novembre Roma. Saranno state le tre e mezzo del mattino, orario invero non del tutto propizio alla riflessione, e Romano Prodi si trovò di fronte D´Alema. Fuori dalle finestre dello studio a piazza Santi Apostoli, il popolo del centrosinistra rumoreggiava sforzandosi di festeggiare una vittoria tanto attesa quanto risicata, e soprattutto un po´ amara. "Massimo – disse – dopo dovremo capirlo meglio questo paese". Dopo. A distanza di sei mesi di governo, Prodi giurò nelle mani di Napolitano il 17 di maggio, questo paese da capire meglio gli appare "impazzito". E forse allora bisogna partire proprio da quella notte per descrivere le montagne russe del presidente del Consiglio. Facendosi largo nella folla dei notabili dell´Ulivo, anch´essi tiepidamente festosi con i loro bicchieri di carta in mano, Angelo Rovati spingeva un carrello con sopra una torta. C´era scritto: "Romano Prodi il nostro liberatore". Ma al momento di fare le parti, che a quell´ora fame e gola lasciano un po´ il tempo che trovano, una strisciata di glassa appiccicosa finì per inzaccherare il gessato di Piero Fassino. Lo champagne, intanto, diventava caldo e sfiatato. E´ fin troppo facile adesso scrivere che l´avventura del governo Prodi nacque sotto i peggiori auspici. Ma è così. Forse se ne rese conto lui stesso, e proprio per questo cercò di riequilibrare quell´impressione sgradevole con un sovrappiù di sforzatissimo ottimismo. Disse: "Ora comincia il bello". Ma onestamente non si capiva bene come ciò potesse realisticamente accadere. L´attesa dell´incarico fu snervante, la "nuova Italia" appariva spaccata, Berlusconi denunciava brogli, la gente dell´Ulivo era delusa, la telefonata di Bush tardava, Mastella e Di Pietro iniziavano a fare i capricci, i ds e la Margherita avevano subito preso a rialzare la cresta. Giuramento il 17 maggio. Poche donne, un record di sottosegretari. Alla presentazione del governo in Senato grida, interruzioni e motteggi. L´ex ministro leghista Castelli si rivolse sarcastico alla maggioranza: "Almeno un applauso fateglielo!". Di nuovo Prodi cercò di levarsi di dosso quell´aura opprimente di pessimismo: "C´è molto più entusiasmo per noi fuori dalle stanze del potere che dentro". E ancora concedendosi alle suggestioni di uno stile sempre più leaderisticamente primordiale disse pure: "Io sono d´acciaio". Già: ma che possono i metalli con tre o quattro voti di vantaggio a Palazzo Madama, con i conti dell´economia andati pericolosamente a rotoli e la politica estera tutta da reimpostare? Le metafore hanno spesso un che di consolatorio, ragion per cui varrà la pena di annotarne un´altra, meno personalizzata ma dello stesso tenore: "Il motore della maggioranza va collaudato, tra poco si sentirà l´armonia e ricomincerà a girare come quello di una moto Ducati e di una Ferrari". Dopo di che – e questo suonava già più sensato - da buon cittadino bolognese Prodi se ne andò in processione alla Madonna di San Luca. Ora. Se l´Italia è davvero ammattita non si capisce come il suo governo possa ritenersi immune da quella generica sindrome. Così ai primi di giugno, in coincidenza con la Pentecoste e previo richiamo agli esercizi spirituali di Sant´Ignazio, i ministri si raccolsero in conclave in un resort deluxe a San Martino al Campo per mettere a punto un nuovo codice collettivo di "sobrietà". Nel menu della due giorni campeggiava: "riso delicato al piccione e tartufo". Insomma, anche negli intendimenti, pure virtuosi, c´era qualcosa che non tornava. Di lì a poco una infausta intervista presidenziale al Die Zeit, con accuse a Berlusconi e apprezzamenti agli alleati minori della coalizione definiti "innocui" e "folkloristici", completò il quadro. A fine mese il referendum vinto sulla Costituzione invertì sensibilmente le sorti del Professore e del suo governo. Tripudio: "Ora finalmente si riapre il campo". Blitz sulle liberalizzazioni. Nascita di una super-banca guidata da amici. E sì: "Abbiamo cominciato a far girare l’Italia". Certo luglio fu provvido. Vittoria ai mondiali di calcio, accoglienza dei campioni azzurri e sollevamento della coppa a Palazzo Chigi. Baci, abbracci e tricolori. Puntualmente si tornò a evocare l´innata fortuna di Prodi: "il fattore C". Lui stesso parve assecondare gli effetti di questa specie di potere ultramondano sostenendo che dopo tutto una maggioranza esigua era "più sexy". Gite in canoa con occhiali da sole, corse alla Forrest Gump in tuta azzurra con scritta "Italia", fiducia sull´Afganistan, poi a sganasciarsi in prima fila a uno spettacolo di Benigni in piazza: "Quello lì non è Prodi, è Prada" scherza il comico. Il 9 agosto, giorno del suo compleanno (67 anni), una frusta in regalo. Sulla torta – e dagli! – è raffigurato Palazzo Chigi; una mano anonima ha completato la guarnizione con la seguente scritta: "All´insostituibile attuale inquilino di questo palazzo". Nel famigliare castello agreste di Bobbio tutti sono felici. Poi al mare, con Flavia: sorrisi e sandaletti. E´ estate, ma il professor Monti ha qualcosa da ridire sul coraggio del Prof, che ribatte: "Ne ho da vendere". Prodi completa l´argomento alla Giostra del Saracino di Arezzo: "Ecco, sì, serve occhio preciso e coraggio per colpire". Pare facile. L´autunno reca con sé il cupo binomio Sismi-Telecom. Conduzione poco lineare del "confronto" con Tronchetti Provera, deficit comunicativo, come minimo. Palesi segni di fastidio a riferire in Parlamento: "Ma che siamo matti?". A New York plausibile jet-leg ed evidente scivolata sul Papa e le guardie svizzere. Una grana appresso all´altra. Il viaggio in Cina oscurato e poi funestato dalle dimissioni di Rovati. Alla Camera, su Telecom, per nove volte di seguito Prodi viene impedito di esprimere il suo pensiero. Ci si fa sopra un rap. Come se non bastasse, il vagheggiamento sul Partito democratico non sembra fatto per rasserenare l´atmosfera. Primo avviso e messa di mani avanti: "Se cado non vado a casa da solo". A suo modo è una dichiarazione di pregiudiziale autosufficienza, ma anche di solitudine. Addio "fattore C". Ancora una volta si ribalta l´immaginario legato a presunti poteri speciali: "E se l´Italia, paese paziente e credulone – è l´interrogativo di Rino Formica sul Riformista – si convincesse che Prodi porta ”male´?". Ottobre reca con sé la prova che a suo tempo il presidente del Consiglio è stato lungamente spiato. Di questo a ragione si lamenta, ma anche del fatto che nessuno l´ha veramente difeso da quelle mascalzonate. Al Pais affida anche una immagine un po´ straniante, la mozzarella come il risultato del suo paziente e durevole lavorio: "Se non riescono a cacciarmi via alla fine capiranno le mie ragioni". Per il resto deve vedersela con l´Iraq, il caso Pollari, il crollo nei sondaggi, i fischi cattolici di Verona, l´incertissima Finanziaria, gli errori di comunicazione, la sconfitta di Campobasso, la "fase 2", il complotto o quello che potrebbe già assomigliargli. Sei mesi, e la metamorfosi è anche visiva. Occhi più mobili del solito, labbra pià sottili. Il bonario Professore appare corrucciato, irritabile, aggressivo: "Ma questa è l´Italia che volete? – se ne esce l´altro giorno senza far comprendere a chi precisamente si rivolge - Allora prendetevi un altro presidente". Eventualità propedeutica e complementare allo sfogo di ieri. Diranno gli eventi se, come, in che misura e fino a quando, soprattutto, continueranno le montagne russe di Romano Prodi e del suo faticoso governo in un paese forse davvero abbastanza impazzito. Filippo Ceccarelli