Simonetta Fiori, la Repubblica 12/11/2006, pagina 46., 12 novembre 2006
Inge Feltrinelli. la Repubblica, domenica 12 novembre «No, al mio biglietto non ha risposto. Ma il vecchio Günter non può pensare di cavarsela così: prima o poi arriverà la "resa dei conti", almeno tra noi due»
Inge Feltrinelli. la Repubblica, domenica 12 novembre «No, al mio biglietto non ha risposto. Ma il vecchio Günter non può pensare di cavarsela così: prima o poi arriverà la "resa dei conti", almeno tra noi due». Sembra assorta in un mondo lontano, Inge Feltrinelli, mentre nel suo studiolo di via Andegari cava fuori dal mucchio di ritagli una cartolina che ritrae un anziano e spaesato Cézanne, le scarpe impolverate e una seggiola in mano. « l´ultima fotografia dell´artista, ripreso nel 1906 ad Aix-en-Provence poco prima che un fulmine se lo portasse via. la cartolina che ho scelto per Günter». Talvolta basta un rigo per tratteggiare il mood di un´amicizia. «Come stai in questo inferno?», gli ha scritto lei, alludendo allo scandalo per il passato di Günter Grass nelle SS. Si conobbero nei primi anni Sessanta, quando Giangiacomo pubblicò in Italia il Tamburo di latta. Quasi coetanei - lui del ”27, lei del ”30 -, eguale origine tedesca e una Weltanschauung molto simile. Mezzo secolo insieme «e mai una parola sui suoi trascorsi nazisti». Ora Inge fatica ad accettarne il silenzio, «forse ho bisogno di tempo e di serenità». Alle sue spalle una grande foto dei tempi felici: lei ornata di orecchini a grappolo lo cinge da dietro, come si fa tra innamorati. No, il vecchio Günter non gliela doveva fare. Un po´ d´inferno non gli farà male. Ma c´è qualcosa di inafferrabile in questo risentimento, come un nervo scoperto, una storia lontana che affonda le radici nella lunga notte del nazismo. « sicura che possa interessare?». Quando ride Inge torna ragazzina, gli occhi strizzati in una fessura. «Eskimosa», la chiamava Giangiacomo, che così volle battezzare la loro barca a vela. Da più di quarantacinque anni oppone al grigiore di Milano inimitabili sinfonie d´arancio. Forse nessuno come lei sa indossare con gusto tonalità così diverse, come se in fondo agisse la tenacia di tenere insieme cose incompatibili. Tragedia e fortuna, fame e lussi, povertà e privilegio. Anche la sua vita è costellata di vicende opposte ed estreme, cucite insieme da una costante filosofia: sconfiggere il dolore con un formidabile istinto vitale. «La miseria è un´ottima scuola di vita», comincia a raccontare, schiudendo una zona della sua esistenza solitamente molto protetta. Lei, spumeggiante e miliardaria, protagonista del beautiful people, amica e confidente dei più grandi editori del mondo. Ancora un sorriso ammaliatore: «Vede i miei denti? Sono stata molto ammirata per questo candore. Ma il segreto sta nella fame patita durante e immediatamente dopo la guerra. Tutti i giorni minestre di piselli bollenti e gelato sintetico. L´alternanza di fuoco e gelo ha finito per raschiare via lo smalto. Ecco perché ho denti così bianchi». E allora bisogna allontanarsi da qui, dagli arredi eclettici della sua raffinata «casa-bottega», dall´immagine di lusso e grazia mondana, dalle onorificenze raccolte in tutto il mondo, dai telegrammi di García Márquez e Nadine Gordimer che la festeggeranno a fine mese a Guadalajara, dalle fotografie con Allen Ginsberg seminudo («aveva un fisico strepitoso, non sapremo mai cosa avvenne nella sauna tra lui e i compagni del Gruppo 63») o con Arbasino nel caravanserraglio di Villadeati («a propos, Alberto mi ha appena scritto»), dal malinconico ritratto di Giangiacomo («esiste un tipo di amore dal quale non ci si riprende mai»), ora occorre sfumare tutto questo, l´happy hour per la nuova libreria di Biella, la coquetterie che infonde ovunque o la colazione in settimana da Rowohlt. un´altra storia quella che sta per raccontare, una storia ambientata a Gottinga, Bassa Sassonia, tra gli anni Trenta e Quaranta. Una vicenda diversa, ma altrettanto straordinaria. La storia di un´ebrea - per parte di padre - sopravvissuta alla persecuzione nazista con ignara grazia. «Se non fosse stato per mia madre, avrei fatto la fine di Anna Frank». Il padre si chiamava Siegfried Schönthal, un ebreo tedesco della media borghesia, impiegato come direttore in una azienda tessile. «Era un bravo tedesco sciovinista, dal tipico nome wagneriano. Reagì all´incrudelirsi della campagna antisemita con stupito candore. Non capiva cosa accadesse, innocente come tanti altri. Fu mia madre Trudl, protestante luterana di tutt´altra tempra, a prendere le redini in mano. L´azienda tessile aveva una fitta rete di rapporti commerciali con l´Olanda. Grazie a questi, mia madre riuscì a trovare i soldi e i mezzi per farlo scappare in America. Accadde nel 1938. Dopo circa due anni di parcheggio in un campo olandese per ebrei, mio padre s´imbarcò alla volta di New York. Io avevo appena otto anni. Non compresi nulla di quella tragedia». La fuga di Siegfried pone fine a una crisi coniugale scoppiata a causa della sua apatia. «La protratta indecisione nel lasciare la Germania aveva finito per esasperare mia madre». Trudl, che lavora nel campo della floricoltura, presto lo sostituisce con Otto Heberling, ufficiale della cavalleria tedesca, «carino e vitale», profondamente innamorato: Inge trova un nuovo padre, che l´ama e la protegge. «Ma ero pur sempre una bambina mezza ebrea, e lui un ufficiale di Hitler. Il suo comandante non smetteva di ammonirlo: "Attento, con tua moglie e questa figlia finirai per metterti nei pasticci". Ma Otto scelse di difenderci, accogliendoci nella caserma appena fuori Gottinga». Ed è così che la «mezza ebrea» comincia la sua vita protetta in mezzo ai soldati del Führer, tra cavalli, cacce alle volpi, ambienti eleganti. «Se ci ripenso oggi, ero una jeune fille stupida e viziata. Non mi accorgevo di ciò che accadeva altrove. Anche quando adolescente fui allontanata dalla scuola pubblica per ragioni razziali, mia madre mi fece credere che era meglio studiare a casa, perché abitavamo troppo lontano ed era rischioso per i bombardamenti. Era il novembre del 1944, avevo quattordici anni. E io, felice e inconsapevole, feci una classe di liceo con insegnanti privati. Solo alla fine della guerra avrei capito il dramma della persecuzione». La reclusione domestica mette Inge al riparo dalla furia nazista. Soltanto pochi mesi prima ha rischiato di finire nella tana del lupo. bella Inge, le lunghe gambe sottili, il vitino stretto. Le piace saltare, correre, muoversi con leggerezza. A scuola l´hanno presa nel gruppo degli attori, giovani cabarettisti che alleviano il dolore dei soldati feriti negli ospedali di Gottinga. «Erano buffi, eccentrici, anticonformisti. Mi univa a loro un sentimento ironico della vita. Solitamente si sceglieva il teatro per non essere reclutati nella "Gioventù di Hitler"». All´agonismo muscolare dei figli del Führer i piccoli teatranti oppongono il gioco, lo sberleffo, la caricatura. Ma Inge guarda anche con curiosità ai coetanei della Hitlerjugend. «Non mi piacevano le loro divise, però ero brava negli sport. In questo capisco il mio vecchio Günter, il fascino che emanava da quel fervore ginnico, un senso di vita e libertà. Era impossibile che un´ebrea potesse far parte della Hitlerjugend: sarebbe stato paradossale e rischioso». Il destino vuole che il liceo di Gottinga fosse frequentato prevalentemente dai figli di famiglie di accademici, convenute nella città sassone per la prestigiosa università. «Ho avuto sette compagne di scuola che erano figlie di premi Nobel. Alle feste di compleanno, a casa di una mia amica, ricordo un vecchio signore elegantissimo, il nonno, seduto sul dondolo Thonet: era Max Planck, l´inventore della teoria dei quanti, che s´appassionava ai nostri giochi di bambine». lì che nasce la sua familiarità con gli ambienti intellettuali, quella consapevolezza che metterà a frutto negli anni successivi. Ma i savants - si sa - raramente inclinano all´eccellenza atletica. Così tra tanti genietti sedentari viene scelta la sportivissima Inge, non più Schönthal ma Heberling (dal cognome del patrigno), a rappresentare la scuola al grandioso festival dello sport organizzato per tutta la gioventù nazista a Berlino, in tribuna i nomi più in vista del regime, e naturalmente il Führer. «Ironia della sorte: se avessi vinto, sarei stata premiata dallo stesso Hitler. Mia madre rischiò l´infarto, ma non mi disse niente. Però pregava molto. Credo che il Signore l´abbia ascoltata: mi presi una scarlattina che mi stese a letto per dieci giorni». Niente Berlino, non più rischi. «Sarei potuta finire in un campo di reclusione per giovani ebrei, come accadde a mia cugina Annalisa. Ne è uscita viva, ma segnata per la vita». Ancora oggi Inge si domanda come abbia fatto lei, ebrea al cinquanta per cento, a sopravvivere senza traumi nella Germania di Hitler. «Soltanto in età adulta ho capito il debito che avevo con mia madre, morta l´anno scorso a 97 anni. stata lei a proteggermi, forse a salvarmi la vita, senza però farsene accorgere. L´ho capito tardi, e me ne rammarico ancora. In questi anni ho fatto di tutto per ricompensarla». Quel che non dice è che in fondo lei ha fatto lo stesso con suo figlio, rimasto orfano a dieci anni. Ma questa è un´altra storia. O forse no. Con la fine della guerra, la vispa «bambina chic» si risveglia dal sogno. «Devastazione ovunque, una grande povertà e fame nera. Gli inglesi, che occupavano Gottinga, fecero con noi opera di rieducazione, alimentare e politica. Ci sfamarono con le minestre di piselli, ma in cambio dovevamo vedere i loro documentari sulle vergogne di Hitler. I lager di Auschwitz, Dachau, Mauthausen: quelle immagini mi proiettarono bruscamente nella vita adulta». Dal 1945 al ”48, stagione di durezze e miserie. «Anche il fisico ne risentiva, spogliato delle sue tracce di femminilità. Eravamo brutti, secchi come grissini, disposti a tutto in cambio d´una patata. La fame mi ha lasciato una traccia incancellabile. Ancora oggi, di fronte a una tavolata ricca di pietanze e di amici, provo un godimento profondo». Sulle macerie di Hitler vince però la voglia di farcela, tra feste a base di torte di rape, ciliegie rubate nei campi e balli appassionati. «Valzer viennese? Ma no, rock and roll e cha cha cha». Improvvisa arriva la morte del patrigno Otto, «per crepacuore». Inge deve mantenere la madre e i due fratellastri Heberling. «Pensai così di rivolgermi al mio vero padre, che intanto s´era rifatto una vita a New York». In fuga da Gottinga, nel 1938, Siegfried aveva incontrato la sua futura seconda moglie, una donna piuttosto rigida, con una sola idea chiara: non avere la figliastra tra i piedi. «Anni dopo, sbarcata a Manhattan come fotoreporter, andai in cerca di mio padre. Non avevo un dollaro, però ero ospite di amici in un magnifico appartamento sulla Fifth Avenue. Il nostro incontro fu raggelante. Solo un grande imbarazzo, poche affinità. Imparai allora che non esiste una voce del sangue. Il codice genetico non impone legami né un linguaggio comune. Eravamo come due estranei, non avevamo niente da dirci». Lo sguardo di Inge ora è distante, perso chissà dove. Poi il sorriso di sempre. «Una meravigliosa opportunità, non trova? Meno male che non mi vollero a New York: sarei forse diventata una noiosissima signora della middle class americana?». Diventerà invece una famosa fotoreporter (oggi ricordata anche al Museo Picasso di Parigi), poi una «festa mobile» dell´editoria, ma questa è una storia nota. Però il passato talvolta ritorna. «No, il vecchio Günter non può pensare di cavarsela così», dice Inge rigirandosi tra le mani la cartolina di Cezanne. «Mi dovrà pure delle spiegazioni». E non sarà facile, per nessuno dei due. Simonetta Fiori