Fulvio Milone, La Stampa 12/11/2006, pagina 12., 12 novembre 2006
La cinghiala non era sola. La Stampa, 12 novembre Salerno. Per otto ore ha giocato una lunga partita a scacchi con i magistrati per difendersi da accuse pesantissime
La cinghiala non era sola. La Stampa, 12 novembre Salerno. Per otto ore ha giocato una lunga partita a scacchi con i magistrati per difendersi da accuse pesantissime. Che parlano di mercimonio della funzione giudiziaria e sentenze vendute in cambio di favori. Favori di ogni tipo, che vanno dagli affari relativi alla gestione di un residence ai pacchi di pasta e lattine di coca cola, la «spesa di casa» a cui provvedeva la cosca dei Mancuso. Le accuse l’hanno dipinta insomma come un magistrato sul libro paga di boss della ’ndrangheta. E ingorda, tanto da essere soprannominata «la cinghiala». E ieri, nella sala magistrati del carcere salernitano di Fuorni, Patrizia Pasquin, presidente di sezione del Tribunale di Vibo Valentia, arrestata venerdì mattina, ha risposto alle domande del gip Anita Mele, alla presenza dei pm Domenica Gambardella e Mariella De Masellis e dei suoi difensori, gli avvocati Bruno Canino e Agostino De Caro. Colpo su colpo. Il giudice in carcere si è difeso dalle accuse mosse dai colleghi di Salerno: reati che vanno dalla corruzione semplice alla corruzione in atti giudiziari, dal falso alla truffa e all’abuso di ufficio. I capi d’imputazione sono complessivamente quarantuno. L’avvocato De Caro, che nulla ha lasciato trapelare sul contenuto dell’interrogatorio, parla di una donna «determinata anche se prostrata» dalle 24 ore passate in carcere per una vicenda che definisce «estremamente seria». Patrizia Pasquin avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ha deciso invece di ribattere alle domande del gip. Una difesa difficile soprattutto per la mole imponente di un’inchiesta composta da 70 faldoni e centomila intercettazioni telefoniche. Come quella del 5 novembre 2004. A parlare era Pierina Penna, rivolta al marito Antonio Ventura, imprenditore ritenuto vicino alla cosca dei Mancuso: «Non fa niente, puttana! E vuole la spesa da me. Che le diano fuoco». Secondo i giudici la donna si riferisce a una valutazione di una procedura fallimentare di cui il giudice arrestato si stava occupando. Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip si sofferma sulla lista della spesa pretesa dal giudice arrestato attraverso la sua domestica, Lucia, che telefonava agli uomini della cosca: «Lattine di Coca Cola, un po’ di pasta varia, penne, farfalle, formaggio, prosciutto crudo». Nei colloqui telefonici gli indagati usavano termini convenzionali nel timore che i loro dialoghi potessero essere intercettati. E così Patrizia Pasquin era per gli uomini della cosca «l’avvocato dell’Inps» che, secondo l’accusa, percepiva «una stabile remunerazione» in cambio dei favori che avrebbe garantito come presidente della sezione civile del Tribunale e, in particolare, come giudice fallimentare. In un passaggio dell’ordinanza di custodia si legge infatti che lo «stipendio» al giudice consisteva in «mobili per la sua casa ed in continue forniture alimentari corrisposte a lei e fatte pervenire, a mezzo corriere, al figlio, Alessandro Tassone, domiciliato a Torino». Nuovi obiettivi. E l’inchiesta potrebbe registrare a breve nuovi sviluppi. Nel mirino vi sarebbero, oltre che politici, malavitosi e imprenditori calabresi, anche avvocati e soprattutto altri magistrati. Due colleghi di Patrizia Pasquin, Francesca Romano e Michele Sirgiovanni, i cui nomi sono stati messi in relazione con l’inchiesta, hanno diffuso attraverso il loro avvocato Francesco Tassone un comunicato: «I miei clienti dichiarano la loro totale estraneità alle vicende e ai fatti che costituiscono materia dell’inchiesta». Fulvio Milone